IL FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI

di Matteo Boldrini

Una delle riforme proposte dal governo Letta e di cui si è parlato molto in questi ultimi giorni è senza dubbio il disegno di legge riguardante il finanziamento pubblico ai partiti.

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L’argomento del finanziamento pubblico è forse uno dei più discussi e di più difficile trattazione che si possa trovare nello scenario politico, perché da una parte garantisce ai partiti, fulcro della vita politica delle nostre società, le risorse per la proprie attività, dall’altra sono frequenti i rischi di una “cartellizzazione” dei soggetti politici, in quanto sono loro che decidono l’ammontare che essi stessi ottengono, con il rischio di avere una contrapposizione tra la classe politica e i cittadini.

Storicamente esso è stato inserito in Italia nel 1974, a seguito di alcuni scandali, come garanzia contro la corruzione ed il clientelismo, suscitando da subito varie proteste tra l’elettorato. Contro di esso furono presentati dai Radicali numerosi referendum, uno dei quali, quello del 1993, riuscì a superare il quorum abolendo il finanziamento e aprendo la strada alla legge sui rimborsi elettorali del 1994, successivamente peggiorata dai numerosi interventi legislativi che si sono susseguiti nel tempo.

Certamente il finanziamento da parte dello Stato dei partiti è un costo considerevole per l’amministrazione pubblica, tuttavia la sua abolizione rischia di esporre la democrazia a dei rischi ben più grandi. Il pericolo più grande, e anche quello di cui si parla più spesso, è lo sdoganamento di un finanziamento privato che possa dare avvio ad un sistema clientelare basato sullo scambio tra risorse economiche e politiche pubbliche. Questa è ovviamente una cosa che accade anche adesso ed è, in una certa misura, fisiologica di ogni forma di governo, tuttavia la dipendenza dalle risorse private renderebbe i partiti ancora più succubi dei propri finanziatori, che ovviamente avrebbero tanta più influenza quanto più alta è la propria disponibilità finanziaria. Inoltre, come è stato fatto notare su alcune testate, questi intrecci tra privati e politica sarebbero tanto più oscuri quanto più piccola è l’unità territoriale di riferimento, poiché diventa difficile controllare i finanziamenti che i partiti ottengono in tutti i comuni e le province, due livelli, dove tra l’altro c’è un’alta spartizione delle risorse.

Un altro aspetto da considerare è poi quello del mutamento “antropologico” che ciò causerebbe nei partiti. I partiti moderni, pur non essendo più partiti di massa in grado di mobilitare il proprio consenso, conservano o almeno dovrebbero conservare la propria funzione di “cinghia di trasmissione” con la società. Togliendogli le risorse o trasformandole in un mero rimborso delle spese sostenute durante le elezioni, si accentuerebbe la loro ritirata dalla società invece che diminuirla, trasformandoli in semplici macchine di accumulo delle risorse da utilizzare in una campagna elettorale più o meno lunga.

Infine veniamo all’aspetto più importante, direttamente collegato a quanto detto in precedenza. Uno dei compiti principali dei partiti è, al giorno d’oggi, quello del reclutamento della classe dirigente di un Paese. Essi esplicano una funzione fondamentale nelle varie democrazie e cioè selezionano e soprattutto formano gli esponenti che andranno poi a ricoprire i vari incarichi di governo. Eliminare il finanziamento pubblico o vincolarlo alle spese sostenute in campagna elettorale significa anche andare a colpire questo livello, cosa che andrebbe a diminuire la qualità stessa del ceto politico.

Certo vi sono anche numerose motivazioni a favore di una riforma di questo tipo ma ritengo alcune meno valide di altre, come ad esempio il voler ribadire un’astratta volontà popolare stabilita con il movimento referendario del 1993. Senza commentare in profondità l’istituto del referendum che pure meriterebbe molte discussioni, credo che una legge come quella sul finanziamento pubblico possa difficilmente essere passabile di referendum, in quanto rimette alla volontà della maggioranza la decisione su dei costi che devono essere pagati proprio da essa, costi che magari si rivelano indispensabili per il funzionamento di una democrazia. Inoltre il quesito referendario esprimeva una posizione precisa su una particolare legge, non una volontà di portata generale sulla questione e, anche se fosse, bisognerebbe aprire una discussione su quanto sia vincolante questa volontà e se sia ancora valida dopo vent’anni.

Bisogna stare attenti a non effettuare provvedimenti di questo tipo solo per andare incontro ad un malumore dell’elettorato, in quanto si rischiano di attuare delle riforme solo per accontentare la piazza, senza assumersi il rischio di fare delle riforme che effettivamente funzionino e, temo, che la proposta del governo Letta vada esattamente in questo senso, mirando a recuperare la mancanza di legittimità delle istituzioni politiche senza vedere se può essere effettivamente sostenuta dal sistema politico.

La nostra normativa in materia di rimborsi non è perfetta ed intangibile, anzi presenta numerose iniquità, come la quantità, l’erogazione dei finanziamenti indipendentemente dalla durata della legislatura o la facilità con cui vengono distribuiti, ma su di essa deve essere fatto un ragionamento serio e concreto, senza cercare di fare una riforma che risulti punitiva verso il sistema partitico. I partiti e i politici si puniscono alle elezioni e non con le riforme istituzionali, altrimenti si rischiano di rovinare anche le classi politiche emergenti.

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