di Francesco Gori
Ad ogni istante accadono tragedie. È la vita, con le sue regole belle e brutte. Con la sua impermanenza. Tutto è destinato a mutare, non si sa quando.
Non lo sapevano certo le vittime della Costa Crociere, in viaggio per vacanza o lavoro verso il Giglio. Non c’era da attraversare l’oceano, ma solo un tratto del Mar Tirreno per un tragitto breve. Un traghetto come un altro, insomma. Come quelli che tutti noi prendiamo più spesso d’estate per andare in Sardegna, Corsica, Sicilia. Quel che è accaduto è stato inaspettato. E grave.
I media come sempre colgono la palla al balzo per intensificare il tasso di drammaticità e con esso lo share ma, riflettendo senza influenze esterne sull’accaduto, si colgono sfumature non immediate ma capaci di restituire un quadro più veritiero della società attuale. Tragedia=sangue, sangue=grande pubblico. Sangue e tragedia piacciono perché emozionano la maggior parte delle vite, grigie come pietre di montagna. Improvvisamente, il Giglio si scopre sommerso dal turismo in pieno gennaio: ma che ci fanno tutte queste persone sull’isola? Panino e coca cola, pranzo al sacco sugli scogli davanti al relitto, ad “ammirare”, fotografare, condividere su facebook, linkare su youtube con la propria firma il simbolo di un dramma tutto italiano. Sono i curiosi, i cercatori di sangue, quelli che hanno affollato la casa di Cogne in passato, o altri luoghi come Avetrana ad esempio. Sono loro il pericolo più grande.
E, insieme ai cercatori di sangue, ecco gli sciacalli, coloro che sfruttano a loro favore l’evento luttuoso. Mi sono stupito, mi sembrava impossibile, eppure, dopo qualche ora dal disastro marino, su ebay già imperversavano magliette del tipo “Sali a bordo, cazzo!”, ispirate al dialogo tra l’autorevole capitano De Falco e il comandante Schettino, in evidente stato confusionale per motivi che saranno accertati dalle autorità competenti. Frasi del genere o parodie farsesche appaiono ogni secondo in nuove forme – spesso con fumetti o personaggi demenziali – sui social network, e c’è chi le condivide! Cosa c’è da condividere, cosa da ridere, cosa da schernire? Le responsabilità di Schettino appaiono evidenti, ma è possibile arrogarci il diritto di puntare il dito come giudici supremi, diciamo pure divini? Le responsabilità saranno verificate e il comandante pagherà per i suoi errori, il dazio maggiore lo pagherà con se stesso e i suoi eterni sensi di colpa per le vittime innocenti.
Ma torniamo al nocciolo, la speculazione sulla tragedia in tutte le salse: lucrare e sciacallare sfruttando l’immagine del fatto; usare la situazione con un esercizio eccessivo del mezzo di comunicazione di massa – giornali e tv cavalcano l’audience con grande ipocrisia -; usare il nostro tempo per condividere sui social e sbeffeggiare, credendoci nel “giusto”.
Su questo dovremmo riflettere, sull’utilizzo personale e soggettivo che facciamo della tragedia, non sulle responsabilità di capitan Schettino (e con questo, nessuno lo sta difendendo). Del resto è un film già visto e rivisto, basti pensare ad un’altra tragedia recente: l’improvvisa scomparsa di Marco Simoncelli. Un dramma per tutti, tifosi e non, ragazzi e adulti perché era il nostro amico, il nostro fratello, il nostro figlio. Ma tutta la cornice mediatica è stata vomitevole: dalle immagini dell’incidente fatte vedere e rivedere, dalle interviste al paese natale al funerale con diretta televisiva, condivisioni e foto col suo numero nei profili dei social network, ci mancavano adesso i dvd commemorativi – a pagamento – e la festa per il compleanno.
Ma dov’è finita la dimensione del sacro? Dove il raccoglimento interiore? Dove la riflessione? È possibile che ognuno di noi usi il dramma per scopi personali? Riusciremo a sdoganarci dal Grande Fratello quotidiano? Ho i miei forti dubbi.




Condivido questo bel pezzo. D’altra parte siamo pur sempre il paese, unico nel bene e nel male, che il minuto di silenzio lo vive applaudendo….
Sono d’accordo anch’io. Una cosa è l’informazione, un’altra la speculazione sulle tragedie… Farsi le foto davanti alla Concordia o il pellegrinaggio di fronte alla casa di Avetrana sono cose agghiaccianti e davvero incomprensibili.
Parole “sacre”, soprattutto nelle conclusioni. Solo stiamo attenti perché nella giostra mediatica ci siamo anche noi, quelli che frenano per vedere gli incidenti, che guardano i programmi di rapine, pestaggi eccetera, quelli che sarebbero scappati per primi dalla nave e ora accusano, quelli che “l’occasione fa l’uomo ladro”, ma se lo fanno gli altri no, quelli che dicono “ma è possibile arrogarci il diritto di puntare il dito come giudici supremi” e intanto stanno giudicando. Quindi rispetto alle autorità giudiziare (a loro il compito di giudicare), rispetto e “silenzio” per le vittime e guardarsi bene dentro prima di scagliare la prima pietra.
e’ vero quello che dice Kremo, a chiunque sarà capitato di rallentare con l’auto per vedere un incidente, guardare alla tv programmi di rapine ecc… ritengo comunque che sia praticamente impossibile per l’uomo non formulare giudizi su ciò che gli accade intorno, giusti o sbagliati che siano. Il giudizio è, secondo me, una componente ineliminabile del nostro essere, dei nostri pensieri, e cambia poco il fatto che, una volta spontaneamente formulato nella testa, si manifesti all’esterno o meno… credo sia praticamente impossibile sospendere il giudizio, ovvero raggiungere la cosiddetta “epoké”, tanto cara agli antichi filosofi scettici. E’ vero, tocca alle autorità giudiziarie stabilire errori e responsabilità, ma siamo sicuri che nell’ascoltare la conversazione tra De Falco e Schettino un “preliminare” giudizio nella nostra testa non lo abbiamo già formulato? E questo anche coloro che raccomandano di non scagliare la prima pietra?
Giusto, Kremo, l’equilibrio nei giudizi è fondamentale. Fermo restando che, pur senza fare processi sommari, l’evento della nave della Costa Crociere sollecita riflessioni sull’atteggiamento davanti alle responsabilità, non tanto dopo il fattaccio, quanto prima, quando prevale (e Schettino ne è solo un esempio, se i fatti si sono svolti nel modo in cui pare si siano svolti) un modo di fare quantomeno superficiale e rischioso. Gli esempi sono tanti, e guai fare del pur discutibile comandante del caso un capro espiatorio. Servirebbe solo a perpetuare il problema, fino alla “prossima volta”.
Kremo non ha tutti i torti perché in questo circo ci siamo anche noi, senza dubbio. Tutti più o meno abbiamo rallentato agli incidenti o guardiamo certi programmi, ecc. ecc. ma mi sembra che ci sia una bella differenza con l’evento in questione. Qui si parla di mostruosità evidenti da parte di persone che cercano gloria o souvenir nella tragedia esercitando il perbenismo. Il giudizio crea sempre dei conflitti e sarebbe da usare il meno possibile ma è umano e soprattutto inevitabile esercitare un minimo di esso quando si supera un determinato limite: quello della decenza.
Concordo con Francesco. Ineccepibile.
Quando accadono queste tragedie e qualcuno ride, qualcun altro vende una maglietta e altri ancora si fanno gli autoscatti ridenti davanti al relitto, mi torna alla mente un commento che Benigni ha rilasciato a un giornalista a proposito dell’olocausto (con tutte le dovute differenze. La Concordia non e’ l’olocausto, ma e’ pur sempre una tragedia). Insomma il giornalista in questione chiedeva all’artista di rivelare cosa pensasse dei negazionisti dell’olocausto. Benigni rispose:” voglio pensare che per queste persone l’olocausto sia un orrore che porta così tanta vergogna da voler dire che non c’è stato”.
Questo vuol dire a mio parere che ognuno sceglie la strada che vuole e che può intraprendere per confrontarsi con questi eventi drammatici e con questo penso che si scelga la distanza a cui porsi. A ognuno la sua scelta e la sua “giusta” distanza.
La cosa più inquietante di queste persone è la morbosità, talmente forte da spingerle ad abbandonare ogni pudore e ogni forma di buon senso. Non so se ti ricordi Francesco la signora che abitava sopra la redazione di Calciopiù: passava la giornata seminascosta dietro la finestra, e a volte quando passavamo là sotto e alzavamo lo sguardo, vedevamo soltanto gli occhi…una visione che metteva quasi i brividi…
Me la ricordo! Paura!
Se pensi che gli stessi telegiornali sfruttano questa disposizione per l’orrido, il sanguinario e la scena d’impatto (che ahimé credo sia molto “umana” in quanto frutto di un estremo egoismo che purtroppo ci contraddistingue, nonché legata ad altri fattori riferibili ai meccanismi spietati della società moderna) a tutto spiano mandando spesso in onda immagini indescrivibili…..ti rendi conto di quanto siamo messi male!
Hai proprio ragione, c’è da chiedersi dove sono finiti l’amor proprio, l’interiorità, la vergogna, la decenza, il pudore?
Parole sante, Eugenia!