di Claudia Boddi
Case di tolleranza e Legge Merlin: la chiusura nel 1958
“Certo che ci andavo.
C’era una che si era affezionata a me e mi invitava ogni mattina a fare colazione.
Io non vedevo l’ora con la fame che avevo.
A quel tempo, vivevo per strada e dormivo nei portoni”
(Lando Buzzanca)
Mentre lo scrittore Dino Buzzati paragona “la fine delle case chiuse all’incendio della biblioteca di Alessandria d’Egitto”, Indro Montanelli definisce la legge Merlin del 1958 (75/58) come “un colpo di piccone ai tre principali fondamenti della società italiana: la fede, la patria e la famiglia, perché nei cosiddetti postriboli queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia…”.
Le case chiuse (o case di tolleranza) derivano il loro nome dal fatto che avevano sempre le finestre chiuse, con le tapparelle abbassate, per motivi di ordine pubblico ma soprattutto per la salvaguardia della privacy dei frequentatori. In Italia furono introdotte nel 1860 da Cavour che si ispirò alla normativa francese per le maisons de tolérance. Le prostitute che vi lavoravano erano schedate sia da un punto di vista amministrativo che sanitario. Due volte alla settimana, infatti, le “signorine” venivano visitate da un medico e ogni sera venivano verificate da agenti in borghese che dovevano accertarsi che tutto fosse in ordine, per far sentire ai clienti e agli addetti della casa il controllo attento dello stato sulla loro attività. Del resto, quest’ultimo aveva un interesse non solo di ordine pubblico ma anche economico, in quanto incassava la tassa di concessione della licenza di pubblica sicurezza dagli esercenti e le imposte sui ricavi derivanti dalla gestione di tali esercizi.
Le prostitute erano costrette a lavorare “a cottimo”, nel senso che più lavoravano, più guadagnavano. Una prestazione semplice faceva guadagnare “una marchetta”: un gettone che il cliente ritirava alla cassa, pagando in anticipo la prestazione e che successivamente lasciava alla donna con la quale si intratteneva, in modo tale da permetterle di riscuotere il compenso dovuto; ogni “signorina” faceva 30-40 marchette al giorno. Per evitare che la frequenza degli incontri facesse nascere dei sentimenti fra cliente e prostituta, le ragazze venivano cambiate ogni quindici giorni (il che dà anche una chiara idea di quanto fosse assidua la frequenza dei visitatori…). Il gruppo di “signorine” di turno costituiva infatti “la quindicina”; solo nelle case più povere, le ragazze si fermavano anche per mesi. Nelle case di lusso, la permanenza di una prostituta oltre la quindicina era dovuta al grande successo che riscuoteva presso i clienti, che continuavano a richiedere le sue prestazioni.
Le case, frequentate dalla buona borghesia ma anche dai contadini venuti dalla campagna, presentavano, accanto alle scale che portavano ai piani superiori dove erano situate le camere da letto, un salone all’ingresso, con il banco della cassa, dove era possibile ammirare e scegliere le ragazze. La tradizione voleva che al compimento del 18esimo anno di età, i ragazzi fossero portati per la prima volta a conoscere le gioie del sesso, ma a volte, specie se accompagnati da adulti, venivano accettati anche prima dei diciotto anni. Possiamo trovare prova di questa diffusa abitudine, in Agostino (Tascabili Bompiani, 1999) dove Alberto Moravia disegna meravigliosamente, tra gli altri temi, l’incontro con il sesso di un tredicenne in una casa chiusa: la sua prosa è bellissima, sembra di stare seduti al cinema, mentre si legge.
Lina Merlin presentò la proposta di legge che disponeva la chiusura delle case di tolleranza nell’agosto 1948 e fu approvata, dopo aver superato non poche resistenze, a scrutinio segreto (con 385 sì e 115 no), dieci anni dopo (il 29 gennaio 1958), alimentando ancora oggi il dibattito. Entrò in vigore il 20 febbraio 1958.
Di fronte alle “schiave” arrivate dall’Est o dall’Africa, costrette a vendersi sui marciapiedi sotto la minaccia fisica e psicologica di spietati aguzzini, sono in tanti a chiedere il ritorno delle case di tolleranza. Ma queste strutture – serie, igieniche, controllate e quant’altro – riuscirebbero davvero a mettere fine alla commercializzazione del sesso che riduce le donne a merce da trafficare e sfruttare? O ancora. Oggi che molti mostrano sdegno davanti alla prostituzione che si consuma sulle nostre strade, con petizioni e manifestazioni finalizzate a cacciare le lucciole dai nostri quartieri, sarebbero d’accordo all’istituzionalizzazione di alberghi o complessi edilizi destinati alla compravendita del piacere a pagamento nel bel mezzo delle nostre città? Come a Cadenazzo, per esempio, nel Canton Ticino, a mezz’ora di macchina dal confine italiano, dove la prostituzione non è illegale – lo è solo lo sfruttamento -, basta non esercitare in strada e pagare le tasse. O in Germania, all’Artemis di Berlino, dove candide veneri desnude accolgono clienti ai quali offrono piaceri di ogni tipo, nel moderno bordello tedesco, all’interno di una sorta di centro benessere dove vengono servite solo bevande analcoliche. Basta affacciarsi poco fuori dal nostro paese per vedere che il tema può assumere molteplici e interessanti sfumature.
Personalmente, quando penso alle case di tolleranza, in voga all’inizio del XX° secolo, mi viene in mente la poesia delle canzoni di De Andrè e alcuni divertentissimi testi di teatro popolare, come “La zona tranquilla” di Emilio Caglieri, che ci riporta all’allegra atmosfera di quegli anni, quando i casini erano pieni di vita e di colore. Noi, ovviamente lontani da voler dare una risposta definitiva a un dibattito che va avanti da secoli, e non solo in Italia, ci limitiamo, come sempre, ad aprire qualche quesito.




Le case chiuse andrebbero proprio riaperte, più sicurezza per tutti – clienti e ragazze – e meno porcaio a giro, così come minor sfruttamento della prostituzione. Del resto è un lavoro che esiste da sempre e come tale andrebbe trattato, anche a livello legislativo
Anche in Italia la prostituzione non è illegale. E’ tollerata, quindi né carne né pesce.
In altre parole, se voglio farmi pagare per fare sesso, nessuno può incriminarmi.
Ma questa non è la situazione più frequente, checcé vogliano farci credere certi programmi televisivi che ritraggono maliziose ragazze che guadagnerebbero soldi facili (!) con “servizi” solitamente reperibili on line.
E’ invece certamente illegale, ed anche da condannare moralmente a mio avviso, lo sfruttamento della prostituzione.
Pertanto, io direi NO al ritorno delle case chiuse quali luoghi autorizzati di riduzione in schiavitù, per di più con la collusione, a mero scopo economico, dello Stato, che guadagnerebbe [riscuotendo le imposte]sulla pelle (diciamo così) di povere e “serie” ragazze straniere e/o italiane che sono costrette spesso con la forza, la violenza e la minaccia, a vendere ciò che c’è di più intimo e personale.
Il problema della riapertura delle case chiuse credo sia soltanto un problema di facciata, e molti che magari manifestano contro le prostitute in strada nel proprio quartiere le vedrebbero bene rinchiuse dentro quattro mura, ovviamente in un’altra zona…
Il problema è che viviamo in un paese dove la commercializzazione del sesso (e per gli uomini, del cervello) è stata quasi istituzionalizzata come mezzo per poter fare carriera in televisione, in politica e magari anche in tanti altri ambiti e accettata sia dagli uomini che dalle donne…
Devo correggerti Francesco.
La prostituzione non è un lavoro e come tale non può essere trattato. Tra l’altro, l’eventuale “retribuzione” consisterebbe in una obbligazione naturale e come tale sfugge a imposte e tasse varie.
A tale proposito segnalo Cass., Sez. Trib., 1 ottobre 2010, n. 20528 – Qualora, a seguito di accertamento sui redditi, risulti che la contribuente ha fornito false dichiarazioni in ordine all’attività effettivamente svolta e si accerti, invece, che i guadagni costituiscono proventi dell’attività di prostituzione, tali redditi vanno considerati come guadagni derivanti da un’attività economica come tutte le altre e, in quanto tali, vanno tassati.
(Fonte: Massimario.it – 34/2010. Cfr. nota su Altalex Mese – Schede di Giurisprudenza)
L’istinto sessuale è, potenzialmente, una bomba, capace di generare mostri, se compresso e negato. Sappiamo tutti (mi riferisco agli uomini eterosessuali, ovvero i potenziali “clienti”) che l’ideale è amare una donna corpo e anima, e in niente può paragonarsi o sostituirsi al piacere fittizio dell’autoerotismo o del sesso a pagamento, o anche di una semplice avventuretta erotica da vacanze (idee contro le quali non ho pregiudizialmente nulla). Tuttavia, non sempre le circostanze della vita consentono un incontro felice o anche soltanto occasionale, e può capitare di sentire il desiderio di sfogarsi sessualmente con una donna che lo scelga liberamente.
Dunque, fermo restando che la riduzione in schiavitù e lo sfruttamento della prostituzione sono due reati gravi, e che in nessun caso vanno tollerati, a mio avviso la scelta di aprire determinati locali adibiti al sesso, controllati e magari fuori dai centri abitati, sarebbe giusta. Forse terrebbe a bada tanti potenziali violentatori o teste matte di varie specie.
E dice bene Emiliano: la prostituzione è praticamente ovunque, tranne che nell’unico posto in cui avrebbe un senso.
Ricordo che la disposizione del proprio corpo, ove non procuri danni irreparabili, è un principio di libertà. Purché non ci sia sfruttamento da parte di terzi, la scelta di prostituirsi (magari non “bella” e non ideale, in sé) non ha niente di “dannoso”. E’ perciò giusto che, se frutta denaro alle interessate, venga anche tassata dallo stato.
Capisco il femminismo di Irene, ma qui nessuno ha parlato di schiavitù né di obblighi, mi riferivo bensì a ragazze che volontariamente – ce ne sono e sempre ci saranno – prestano il loro corpo per quello che, dalla notte dei tempi, è un lavoro. Lasciamo perdere i falsi moralismi. Questo è un parere, ovviamente. Così come è ora è sfruttamento, si lascia un settore che sfamerà sempre qualcuno in mano a dei loschi, con una regolamentazione non lo sarebbe più e peraltro non ci sarebbe evasione fiscale per i soldi guadagnati per quella che è una prestazione, non importa di che tipo.
Lasciamo perdere i falsi moralismi: io a Cuba mi sono trovato in una situazione che rasentava la prostituzione, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: ma che schifo d’uomo sono se faccio una cosa del genere?…e non l’ho fatta. Questo non si chiama moralismo, si chiama prendere coscienza, vivendolo sulla propria pelle, di quanto è squallido un rapporto del genere…
Ma infatti non si sta giudicando il tipo di rapporto, che certo bello non è ma che fa parte dell’essere uomo… come dice giovanni l’istinto sessuale va convogliato da qualche parte e certe volte la vita ti porta anche a scegliere sesso a pagamento… possiamo crocifiggere chi lo sceglie? Se poi c’è la libera scelta da ambo le parti…
Lancio una provocazione….ci deve essere libertà di scelta…ma se lo facessero le vostre fidanzate, mogli o figlie lo tollerereste? La risposta dovrebbe essere essere sì…
Stimolante questo dibattito ma in questo caso non seguo molto Emiliano
Mi sembra che la questione delle fidanzate o mogli non c’entri molto. In quel caso si tratterebbe di tradimento della fedeltà coniugale (anche estesa ai rapporti “more uxorio”). Ovviamente non lo si accetterebbe. La domanda sarebbe più legittima, invece, per una figlia o una sorella. Eppure, benché fastidiosa e magari dolorosa, se la sua fosse una libera scelta non potrei dirle nulla.
So bene che non è bello “abbassarsi” a un rapporto a pagamento, l’ho scritto che non è l’ideale, e non lo è né per il cliente né per la prostituta. Eppure, il problema resta, perché l’uomo con l’istinto sessuale ci nasce. E se tanti uomini sentono il bisogno anche soltanto di parlare con una professionista del sesso (ricordo i servizi di una trasmissione di Italia 1, anni fa), forse quello su cui bisogna interrogarsi è la scarsa qualità della vita non solo sessuale, ma affettiva in senso lato, dei rapporti tra uomini e donne, che in un’epoca di libertà pressoché assoluta è drammaticamente scarsa, almeno nella media dei casi.
Sarebbe interessante conoscere qualche altro parere femminile
Le case chiuse, così come storicamente si sono “manifestate”, erano organizzate in un modo che oggi non sarebbe più accettabile. Ma non è questo il punto: il fatto è che, a mio modesto parere, la loro abolizione fu causata dal moralismo ipocrita del cattolicesimo nostrano del tempo per il quale – così come oggi accade con la questione gay – l’importante è non vedere, l’importante è che non si dica, l’importante è che non avvenga alla luce del sole…in modo che il perbenismo ne sia consolato e rassicurato…