di Nicola Pucci
28 gennaio 1881, all’età di neanche sessant’anni si spegne Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Annoverarlo tra i grandi romanzieri russi dell’ottocento, periodo fertile di penne raffinate, mi pare scelta assolutamente ineccepibile. Nel tentativo di ricordare i momenti salienti di un percorso artistico difficilmente eguagliabile conviene iniziare dalla fine, ed è quello che proverò a fare.
Dostoevskij saluta la vita e si congeda da noi lettori avidi di prodezze narrative lasciando come ultima traccia di se stesso forse il capolavoro più acclamato, I fratelli Karamazov.
Si intrecciano in quest’opera, come in tutte le altre, alcuni momenti che segnano la giovane età di Fedor. Il padre, Michail, di cui ha ben poca considerazione, uomo dispotico, avaro, depravato, votato all’alcol e forse anche allo stupro, acquista un piccolo borgo a Darovoe, anonima e cupa campagna dell’entroterra russo e qui vi si trasferisce con moglie e figli. E’ l’ambiente, rurale e squallido, che ritroviamo teatro delle vicende che coinvolgono Fedor Karamazov e i figli, Dimitri, Alesa, Ivan e Smerdjakov, quest’ultimo nato da una relazione extra-coniugale con una povera demente, Lizaveta. Sarà proprio il bastardo ad armare la mano e ad uccidere il padre ma l’ideatore del parricidio altri non è che Ivan, il cui tormento interiore, psichico, tanto assomiglia a quello dello stesso Dostoevskij.
Un evento tragico, quello che coinvolge Fedor Karamazov, così come è drammatica la fine del padre di Dostoevskij stesso assassinato probabilmente da quei servi della gleba che sottoponeva a continue vessazioni nella tenuta di Darovoe. Corre l’anno 1839, e non sono pervenute a noi notizie di reazioni al lutto familiare anche se, singolarmente, è di questi tempi il primo attacco di epilessia, una malattia che lo accompagnerà per il resto della vita. Ecco, con “I fratelli Karamazov” Dostoevskij, a distanza di quasi quarant’anni, possiamo dire interrompe un silenzio che si è protratto fino alla magistrale rielaborazione che ha dato vita al personaggio di Fedor Karamazov.
Morto il padre, Dostoevskij, molto legato precedentemente alla madre da cui aveva appreso a scrivere e a leggere sui testi del Vecchio e Nuovo Testamento, dopo aver frequentato la scuola per ingegneri presso l’accademia militare si congeda da ufficiale ed avvia la carriera di scrittore. La prima opera, ai più sconosciuta, è una traduzione dal francese del “Eugénie Grandet” di Balzac, la storia della figlia di un avaro, Père Grandet. L’avarizia è un tema ricorrente in Dostoevskij che condurrà l’intera esistenza nelle ristrettezze economiche sperperando, per i capricci della roulette, quanto guadagnato. L’infanzia spesa nell’ospedale dei poveri di Mosca a cui era stato assegnato il padre, la Bozedomka, a contatto con gli umili e i diseredati danno l’input per il suo primo romanzo “Povera gente”, che ottiene un successo clamoroso tanto da guadagnarsi l’approvazione entusiastica di Belinskij, uno dei critici più influenti dell’epoca.
Non altrettanta fortuna riscuote il successivo lavoro, “Il sosia”, romanzo psicologico che Belinskij stavolta boccia allontanando di fatto Fedor dai circuiti letterari che contano ed avvicinandolo invece ad ambienti di idee riformiste. La scure zarista si abbatte su di lui nel 1849, Dostoevskij vive da questo momento il decennio che lo segnerà profondamente nel corpo e nella mente. La condanna a morte per sovversione e la grazia, secondo le abitudini del sistema, comunicata col plotone di esecuzione già pronto alla fucilazione producono nella sua anima una lacerazione che partorirà effetti devastanti. Non possiamo tacere il resoconto che il protagonista de “L’idiota”, il principe Myskin – non per caso malato di epilessia – dettaglia nei particolari più raggelanti, degli ultimi minuti di vita di un condannato alla pena capitale. Come non possiamo tacere l’intensa e cruda descrizione delle umanità più disperate e criminose in “Memorie dalla casa dei morti”, che diverrà il libro-faro della letteratura del gulag.
Sono anni penosi, questi, per Fedor, i pesanti lavori a cui è costretto nella fortezza di Omsk e il successivo periodo a Semipalatinsk plasmano la tempra di un uomo che nel 1858 è pronto a ritrovare il suo posto nella San Pietroburgo dell’epoca. L’attività giornalistico-editoriale con il fratello Michail, non secondaria per energia e dedizione a quella di romanziere ma non altrettanto efficace; i ripetuti dissesti finanziari; la passione per il gioco lo avvicinano sempre più a quel mondo sub-urbano in cui miseria, usura e dubbia moralità la fanno da padrone. Sta germogliando in lui, ma ancora non si traduce in nero su bianco, l’altro grande romanzo che di diritto inserisce Dostoevskij tra gli immortali, “Delitto e castigo”. L’annus horribilis, il 1864, con la morte della prima moglie Maria e quella dell’amato fratello Michail; i debiti contratti con la rivista “Il tempo”; l’impegno con l’editore da rispettare; infine l’incontro con la stenografa Anna Grigor’evna che lo sposerà in seconde nozze. Nel volgere di alcuni anni il capolavoro si compie e le gesta di Raskolnikov entrano a far parte dell’enciclopedia letteraria con la E maiuscola riservata a pochi eletti. Peccato e redenzione attraverso la sofferenza; religione ed esistenzialismo cristiano; l’adolescenza difficile che ritorna – la camera-tomba di Raskolnikov che tanto assomiglia allo sgabuzzino in cui visse da ragazzo col fratello in un povero e malfamato quartiere moscovita. Tutto quanto si condensa nel romanzo che più di ogni altro trasmette gli impulsi indispensabili per apprezzare Fedor. Il travaglio interiore, l’eco delle esperienze personali che si intrecciano con la sua creatività artistica: qui sta il mistero del genio di Dostoevskij. Si inverte il percorso conoscitivo; non si parte dalle vicissitudini della vita per capire l’opera ma si ascolta l’opera per cercare di individuare l’uomo. L’uomo ha sofferto. Tanto. E, mi sia concesso: nei suoi romanzi, di cui oggi celebriamo la grandezza, il sapore amaro della sofferenza umana non si dissolve. Mai.




Tra i tanti capolavori di Dostoevskij il mio preferito è “L’idiota”, in cui lo scrittore sviluppa il tema dell’uomo buono, che altri non è che il Cristo.
Ho letto, a sedici anni, per puro caso, un libro che mio padre aveva preso alla biblioteca di una piccola città di mare dove trascorrevamo le vacanze, ” I Fratelli Karamazov “, e lo potete ben immaginare, per una giovane liceale, di cultura letteraria tutta scolastica incentrata sul classicismo seicentesco con le sue nozioni di chiarezza, equilibrio, sobrietà, questo libro è stato uno choc, una rivelazione, una folgorazione. Da qui è scaturito il mio amore per la letteratura russa…
Il fatto che anche Dostoevskij giocasse d’azzardo mi mette un po’ il cuore in pace quando indulgo nel mio piccolo vizio 🙂 Ignoravo che si fosse addirittura rovinato al gioco comunque… Mi guarderò bene dal fare la stessa fine, dato che non ho neanche un’eredità letteraria a parziale scusante!
Anche per me comunque il suo capolavoro resta “L’idiota”, letto ai tempi del liceo e mai più abbandonato, nonostante l’indubbia pensantezza che qualche volta rende questi romanzi (ma in generale il romanzo dell’800, non solo russo) di difficile digeribilità oggigiorno. Ma del resto le cose migliori si conquistano con la fatica!
Scrittore splendido le sue pagine non si dimenticano.
Il più grande psicologo di tutti i tempi… ”Delitto e castigo” il suo libro migliore….
…sono d’accordo con Linda … anche se “I fratelli Karamazov” e soprattutto “L’idiota” toccano vertici assoluti …