di Emiliano Morozzi
Le polemiche scatenate qualche giorno fa da alcuni esponenti del governo hanno riportato d’attualità un tema che sta cominciando a condizionare pesantemente il mondo del lavoro e più in generale la nostra società: la meritocrazia in Italia.
Partiamo dall’antefatto: Martone, Monti, Cancellieri, Fornero, quasi fossero una batteria di cannoni disposti per fare fuoco di fila, hanno cominciato a sparare a zero sui vizi degli italiani, con una serie di considerazioni che avrebbero avuto anche un senso se fossero state articolate meglio, ma che suonano come un insulto se racchiuse nella forma della battuta arrogante e spocchiosa.
A dare il via alle polemiche ci pensa Martone, che definisce sfigato chi si laurea dopo 28 anni, Monti rincara la dose dicendo che il posto fisso è noioso, terminano la salva d’artiglieria la Cancellieri e la Fornero, tirando di nuovo fuori dall’armadio il vecchio motivetto degli italiani “mammoni”, tanto caro al defunto Padoa Schioppa. Come un bombardamento a colpi di cannone alza in cielo nuvole di terriccio, così le parole dei ministri hanno sollevato un polverone di polemiche.
Cerchiamo per un attimo di frenare l’impulso di riservare loro la stessa fine di Maria Antonietta quando disse al popolo affamato “Non avete pane? Mangiate le brioches!” e analizziamo quel che hanno detto i ministri: tolta l’insopportabile patina di presunzione, hanno messo il dito nella piaga del mondo del lavoro: tanti italiani si laureano tardi e vivacchiano all’università, tanti cercano ancora il posto fisso in un mercato che oramai è diventato precario (non flessibile cari ministri, precario, che è cosa ben diversa), tanti rimangono in famiglia fino a trent’anni e anche di più. Allora perchè questa ondata di polemiche?
Diceva Berlinguer: “Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora, ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi ed intollerabili privilegi”. Ai ministri è mancato proprio questo elemento, la credibilità politica: nel paese che vorrebbero loro (ma che in fondo vorremmo un po’ tutti) le cose funzionano perché esiste un elemento chiamato meritocrazia: i più bravi vanno avanti e conquistano le posizioni migliori, per merito delle proprie capacità. Un ragionamento anche condivisibile, se non fosse che sono gli stessi ministri i primi a tradirlo nei fatti, spianando la strada ai propri figli, se non tramite raccomandazioni vere e proprie, quantomeno grazie al credito o al timore reverenziale che incute il loro nome.
Qualcuno, in mezzo alla tempesta provocata dalle polemiche, ha avuto il coraggio di ergersi ad avvocato difensore dei suddetti dicendo che per arrivare così in alto ci vogliono anche le competenze. Come prima, l’obiezione potrebbe essere anche accolta, se non si dimenticasse di un particolare: perché altre persone, con le stesse competenze, si devono accontentare di impieghi precari o mal retribuiti? Forse non sarà stato il padre a raccomandarlo di persona, ma, per arrivare a conquistare quel posto, il figlio ha goduto di una corsia preferenziale che non è stata concessa a tutti quelli che per arrivare nel solito posto di lavoro devono affrontare durissime prove di selezione e sfidare altre migliaia di concorrenti.
È giusto un meccanismo del genere? Di sicuro no, perché rende vani tutti i discorsi sulla meritocrazia: il cammino non è uguale per tutti, vince chi ha genitori potenti, che grazie al nome possono spianargli la strada. E un mondo del lavoro dove la meritocrazia è assente non può che portare ad una situazione come quella italiana: ci saranno sì tanti personaggi capaci e competenti, ma ci sono anche tante persone che occupano posti solo perché hanno le conoscenze giuste, senza contare le persone competenti che, avendo trovato le poltrone già occupate da altri meno meritevoli, sono costretti a mansioni sottopagate e decisamente poco gratificanti anche dal punto di vista intellettuale.
Ritornando alle parole di Berlinguer (nella foto a destra, da mediconadir), che credibilità politica ha un Monti che parla di posto di lavoro fisso noioso quando il figlio ha fatto carriera nel mondo della finanza e non certo come commesso di un supermercato? Che credibilità ha un Martone quando apostrofa gli studenti fuori corso come sfigati? Lui i suoi trenta e lode se li è guadagnati con lo studio oppure anche per il timore reverenziale suscitato in qualche professore dal nome di suo padre?
Che credibilità ha la Cancellieri quando etichetta gli italiani come mammoni e poi sistema il figlio grazie alle sue amicizie? Un vizio tutto italico quello del predicare bene e nei fatti comportarsi in tutt’altro modo, un vizio duro a morire: la meritocrazia resterà una chimera fino a quando in Italia continueremo a stabilire le gerarchie di qualsiasi posto di lavoro scegliendo “nel nome del padre”.


Casualmente molti (o tutti i) figli di Professoroni (i così detti Baroni) insegnano nella stessa Università…
Sarà possibile? Bravissimi di sicuro, ma prova a far carriera in un altro campo o lontano dall’ombra di tuo padre/madre…
E’ proprio quello il punto, non si discute della competenza di certi soggetti (anche se in qualche caso non è detto che tutti i trenta e lode siano arrivati in maniera così limpida), quanto piuttosto del fatto che certi soggetti hanno la strada spianata. Se per essere assunto io alla Goldman Sachs devo superare altri tremila concorrenti, a loro basta un semplice colloquio e la garanzia di avere un nome importante. E questo, in un mercato del lavoro dove dovrebbe regnare la meritocrazia, è ingiusto e intollerabile, ancor più intollerabile è sentirsi fare la morale da chi non ne ha il diritto…
Devono farla finita. Dobbiamo farla finita. Chi ha un figlio e può aiutarlo, gli dica di farsi il culo da solo. Questo paese è alla frutta perché siamo stati troppo tolleranti, in questo e in molti altri sensi.
E’ così, c’è poco da fare, almeno per ora. Nel senso che è sotto gli occhi di tutti e si va avanti per conoscenze o parentele. Ci vuole un cambiamento che parte dall’individuo ma la vedo veramente dura cambiare una malattia tipica italiana
Manipolo di sognatori. Se un giorno avrò un figlio e potrò inserirlo da qualche parte statene certi, lo farò…e lo farete anche voi, se ne avrete la possibilità…altro che storie…
Sono d’accordo con Simone: nelle università impera il clientelismo e il bello è che tanti figli dei Professoroni non lo ammettono! Potranno avere anche delle credenziali per essere lì e ricoprire quel ruolo ma il fatto di “essere figli di” è sicuramente discriminante e costituisce un’agevolazione nei confronti di altri con le stesse caratteristiche e lo stesso curriculum che non lo sono. Questa è un’evidenza ineccepibile. Che poi si farebbe tutti, anche questo credo possa essere vero, ma non toglie verità alla prima parte del discorso.
E aggiungo…Qualcuno potrebbe obiettare che quello universitario è un ambiente difficile dove si possono prendere “delle porte in faccia” o cose di questo tipo. Posto che possa esserci anche questo, vi posso assicurare che non è l’unico luogo lavorativo difficile sia dal punto di vista relazionale che di contesto: credo non ci sia bisogno di elencare tutte quelle situazioni davvero problematiche da affrontare per il lavoratore. […] In questa lista, il contesto universitario, con le sue difficoltà, senza dubbio non occuperebbe i primi posti.
L’argomento dei sognatori mi fa sempre incazzare. Ci rendiamo conto che se questo paese naviga nella merda ed è sull’orlo del tracollo economico e morale è proprio perché è andato avanti in questo modo? Conviene a nostro figlio essere raccomandato, per ritrovarsi in una realtà così povera e avvilente? Non è meglio insegnargli a investire sul proprio talento, a soffrire, a disperarsi di non riuscire, magari, ma a trovare uno sbocco suo, che nessuno possa togliergli? Magari all’estero, lontano da noi e da questo mondo ignorante. Tanto, “nemo propheta in patria”, si sa.
E poi, sistemati e non sistemati, potenti e non potenti, se tracolliamo tracolliamo tutti insieme, e in definitiva la vita è un lampo, e non sappiamo mai quando la luce (almeno quella di questo mondo) si spegnerà. E i privilegi acquisiti in terra (ce lo insegna “La roba” di Giovanni Verga) non ce li porteremo dietro.
Tra poco, il lavoro per cui potremo permetterci il lusso di raccomandare un figlio o una figlia sarà carta straccia, più o meno come il marco nella Repubblica di Weimar.
Pensiamoci, perché qui l’unico sogno mi sembra sia quello di poter andare avanti come abbiamo fatto finora.
Ineccepibile Giovanni. E’ proprio la mentalità della spinta che rovina: se un genitore “raccomanderà” il proprio figlio, quale sarà la sua visione del mondo? Quella di un mondo facile, si perderà nei privilegi acquisiti, mollerà il suo possibile talento per un lavoro sicuro che non è il suo, ingrigendosi l’anima e rimpiangendo alla fine quello che avrebbe potuto se solo gli fosse stato trasmesso un messaggio d’altro tipo.
E’ proprio così. Lo diceva Saviano poco tempo fa dalla Bignardi, parlando dell’America (ma anche dell’Italia) di oggi. In passato un giovane magari sognava di fare il jazzman, ma pensava che fosse meglio studiare per fare una professione grigia ma non sentita, per fare soldi e starsene “tranquillo”. Oggi non è detto che neanche questo serva, data la situazione. Vale la pena di mettersi in gioco per i propri sogni, e farli diventare realtà. Il vero fallito è chi rinuncia in partenza, non chi lotta per suggere e apprezzare (e condividere) il doloroso ma ineguagliabile piacere della realizzazione del proprio desiderio. Chi non si fa crocifiggere per il proprio desiderio intimo, e con esso e per esso muore e risorge. Che poi è l’equivalente della parabola evangelica dei talenti sotterrati (o, al contrario, fatti fruttare), che non a caso è stata detta da Uno che è morto e risorto proprio per darci l’esempio e con esso riscattarci.
Mai sotterrare il proprio talento. E, aggiungerei, neanche se questo ricade per l’appunto nella professione di papà/mamma, perché semplicemente non si deve metterlo in tasca a chi ha meno parenti “piazzati” di noi. Se lo si fa, rompiamo un equilibrio che pagheremo, noi e gli altri. Insomma, ci tornerà indietro.
Come diceva Kant: “Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”. (http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaK/KANT_%20IL%20CIELO%20STELLATO.htm)
Vi dirò di più, se posso “imbucare” mia moglie aiuto anche lei…
Caro Felice78, se vuoi un esempio ti posso citare il mio…a me sarebbe piaciuto tantissimo fare il giornalista, ad alti livelli. Appena uscito dal liceo, un amico di mio padre mi propose di “raccomandarmi” per entrare nella redazione fiorentina dell’Unità, ma dissi di no, perchè volevo camminare con le mie gambe, e perchè sinceramente mi piaceva sentirmi libero di scrivere nel rispetto delle mie idee. Un paio di anni più tardi con altri tre compagni di corso andammo a fare uno stage di una decina di giorni al Manifesto: arrivammo come ospiti indesiderati, ci mettemmo a fare il mestiere del giornalista e ci guadagnammo sul campo il rispetto della redazione (e ti garantisco che, da stagista che non conta niente, non è semplice convincere un giornalista che lavora lì a farti firmare l’articolo e soprattutto a mandarlo in stampa così com’è senza cambiare una virgola). Purtroppo là dentro il lavoro non c’era e così l’opportunità sfumò. Nel 2005 mi pare quando militavo nel Pdci a Firenze, in cambio di qualche alzata di mano durante le votazioni mi offrirono di entrare dentro l’ufficio stampa del partito in regione. Anche in quel caso la risposta è stata no. Adesso faccio il benzinaio e nel tempo libero scrivo per questo blog e di una cosa vado fiero: le mie considerazioni le faccio camminando a testa alta, non come la signora ministra che taccia gli altri d’essere mammoni e poi finanzia i progetti di ricerca della figlia…