GIROLAMO SAVONAROLA, POLITICO O FANATICO?

Siamo alla ventiduesima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle del ventunesimo articolo.

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Girolamo Savonarola, politico o fanatico?

di Luca Moreno

Girolamo Maria Savonarola (Ferrara 1452 – Firenze 1498), figlio del mercante Niccolò dalla Savonarola e della nobildonna Elena Bonacossi, visse in un ambiente culturalmente suggestionato dalla figura del nonno Michele, uomo profondamente religioso, cultore della Bibbia, dai costumi semplici e severi e che, nonostante fosse un cortigiano (o forse proprio per questo motivo), disprezzava gli usi della corte.

Dopo la morte del nonno, il padre Niccolò, desiderando avviare Girolamo alla professione medica, gli fece studiare le arti liberali, che però ben presto rifiutò, per approdare allo studio della teologia. Il 24 aprile 1475 Girolamo lascia la famiglia per entrare nel convento bolognese di San Domenico. Sulla sua vocazione influì la grave decadenza dei costumi (o comunque da lui percepita come tale) che si può cogliere in una lettera in cui scrisse: “Scelgo la religione perché ho visto l’infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, la superbia, l’idolatria, il turpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene”.

Figura 61: Alessandro VI e Cesare Borgia (risp. da venividivici.us e Wikipedia)

Figura 61: Alessandro VI e Cesare Borgia (risp. da venividivici.us e Wikipedia)

Nel 1475 è novizio; l’anno dopo riceve i voti, poi diventa diacono. Dopo varie esperienze, nel maggio del 1482 giunge nella Firenze di Lorenzo de’ Medici – allora la capitale culturale della penisola o, come diceva lo stesso Girolamo, il cuore d’Italia – dove nel 1484 gli viene assegnato il pulpito di San Lorenzo, la parrocchia dei Medici. Ma le sue predicazioni non hanno successo a causa della sua pronuncia emiliana (che doveva suonare barbara alle orecchie fiorentine) e per il modo della sua esposizione.

Allontanatosi da Firenze nel 1489, quasi certamente per suggerimento di Pico della Mirandola, Lorenzo de’ Medici lo fa richiamare; e così il Savonarola ha modo di cominciare a San Marco le sue lezioni, nelle quali esprime con grande forza l’idea del rinnovamento e della flagellazione della Chiesa, atteggiamento assai apprezzato dalla parte più umile della popolazione.

Fu nel mercoledì di Pasqua del 6 aprile del 1491 che il frate tenne a Palazzo Vecchio, davanti alla Signoria, un celebre discorso in cui, affermando che il bene e il male di una città provengono dalla superbia e dalla corruzione dei suoi capi, denunciò da parte di questi lo sfruttamento dei poveri e l’imposizione di tasse onerose. Il Magnifico lo fece ammonire più volte, ma a tale atteggiamento il predicatore rispose rincarando la dose e arrivando addirittura a predire la morte del suo avversario.

Nella notte del 5 aprile 1492, un fulmine danneggiò la lanterna del Duomo e molti fiorentini interpretarono l’accaduto come un cattivo augurio; tre giorni dopo, Lorenzo de’ Medici morì nella sua villa di Careggi, confortato dalla benedizione del Savonarola (peraltro, vi è chi contesta questa notizia); cosa, questa, che dimostrerebbe quanto i due, nonostante fossero in conflitto, si stimassero reciprocamente.

Dopo la morte del Magnifico, Savonarola iniziò la costruzione del suo potere personale non più basato esclusivamente sulle doti oratorie, ma su un’attività che si concretizzò nell’opera volta a ottenere l’indipendenza di quanti più conventi possibili, in modo da poterli controllare e dar maggior forza alla riforma che aveva in mente. Il 13 agosto 1494 ottenne il distacco dalla Congregazione lombarda dei conventi domenicani di Fiesole, San Gimignano, Pisa e Prato, creando così una Congregazione toscana, della quale lo stesso Girolamo divenne Vicario generale.

I suoi frati dovevano rinunciare a ogni bene privato; tutto doveva essere alienato e distribuito ai poveri, facendo dure economie nelle vesti e nel cibo. È in questo contesto che si inserisce la discesa di Carlo VIII, malamente gestita da Piero de’ Medici, il cui comportamento provocò l’esilio della sua famiglia e il ripristino della legalità repubblicana (così come abbiamo visto nella puntata n. 21). La Signoria era ancora governata dal Gonfaloniere di Giustizia e dai Priori e assistita da altri organi, ma ora – sgravata dal dominio signorile dei Medici – riprese a dividersi nelle antiche fazioni, questa volta chiamate Bianchi, favorevoli alla Repubblica e Bigi, favorevoli ai Medici: contrapposizione per certi aspetti impropria, perché non dobbiamo dimenticare che il potere mediceo fu, nel Quattrocento, de facto e non de iure, sovrapposto cioè alle istituzioni repubblicane, mai formalmente abrogate. A questa distinzione si aggiungeva quella dei Piagnoni, favorevoli al Savonarola, e degli Arrabbiati o Palleschi, devoti ai Medici.

Tra i suoi primi atti, Savonarola creò il Consiglio Maggiore, composto da mille membri, da rinnovare ogni sei mesi, che si riuniva nell’appositamente creato Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio (di cui parleremo nella parte dedicata a Firenze capitale). Questo Consiglio era una struttura pachidermica che, a causa del tempo eccessivamente ridotto in cui restava in carica, serviva soltanto a consentire al frate di governare indisturbato. Quest’ultimo, implacabile, continuò a perseguire la missione di combattere il lusso e la corruttela che affliggevano una Firenze rea di non espiare a sufficienza il peccato originale.

La città, un tempo simbolo della gioia di vivere, plagiata dal predicatore, fu così preda di un furore penitenziale. Molti nobili lasciarono la vita secolare per indossare l’abito religioso, e non pochi artisti abbandonarono i soggetti mondani per dipingere o scolpire esclusivamente episodi della vita di Cristo, della Vergine e dei Santi. In buona sostanza, la Repubblica, ancora una volta, svende se stessa a favore di un singolo uomo, per di più esaltato e intransigente.

Come spesso accade in queste circostanze, incominciarono però a diffondersi calunnie secondo le quali il Savonarola, al di là del suo buon predicare, si arricchiva con i tesori dei Medici e dei loro seguaci: un clima che prese a coincidere con una mutata situazione internazionale. Il 31 marzo 1495, infatti, l’Impero, la Spagna, il Papa, Venezia e Ludovico il Moro decisero di dar vita a un’alleanza contro Carlo VIII, alla quale non poteva mancare la partecipazione di Firenze, poiché essa era necessaria ad evitare al re ogni via di fuga verso la Francia. Ma Firenze e il Savonarola erano diventati filo-francesi; occorreva quindi screditare il frate, ormai non più funzionale agli interessi internazionali, abbattendone una volta per tutte l’influenza che esercitava nella città.

L'esecuzione di Savonarola (da tanogabo.it)

Figura 62: l’esecuzione di Savonarola (da tanogabo.it)

Carlo vide fallire il suo progetto espansionista e fu costretto a restituire il Regno di Napoli al legittimo possessore Ferdinando II d’Aragona. Tuttavia, il 6 luglio 1495 riuscì a forzare il blocco predisposto dalla lega delle forze alleate a Fornovo e a ritornare in Francia; eventi che indebolirono molto sia il Savonarola che la Repubblica. A questo punto, scomparse le minacce esterne, il confronto si concentrò sul duello tra il Papa Borgia Alessandro VI e il Savonarola: il primo deciso a far valere la propria autorità, il secondo a contestarla con duri attacchi alla Curia romana, ai quali il Papa rispose con il tentativo di comprare il Savonarola con la porpora cardinalizia, a patto che ritirasse le critiche alla Chiesa e se ne astenesse in futuro.

Ma, com’era prevedibile, Girolamo rifiutò: diversi erano i suoi intenti e implacabile il suo massimalismo, che lo condusse a organizzare a Firenze, il 7 febbraio del 1497, il celeberrimo Falò delle Vanità, nel quale, con spirito di fanatismo medievale, vennero dati alle fiamme molti oggetti d’arte, dipinti dal contenuto paganeggiante, gioielli, suppellettili preziose, vestiti lussuosi, con incalcolabile danno per l’arte e la cultura fiorentina rinascimentale.

Non si poteva più attendere oltre, e il 12 maggio del 1497 Papa Alessandro scomunicò il Savonarola; o almeno così sembrava. In anni recenti, infatti, ha preso piede – sulla base di un carteggio personale tra il frate e il Papa e di altri documenti – l’ipotesi che quella scomunica fosse falsa, ovvero emanata dall’Arcivescovo di Perugia Juan López in nome del Papa, su istigazione di Cesare Borgia, figlio naturale di Alessandro (figura 61, Alessandro VI e Cesare Borgia).

Il Pontefice protestò vivamente e minacciò Firenze di interdetto, se non gli fosse stato consegnato il frate, in modo da salvarlo e farlo discolpare (a riprova di quanto il Papa, pur nei contrasti, ammirasse la forza morale del Savonarola); ma Alessandro VI era talmente succube del figlio Cesare che non agì, né osò mai rivelare al mondo l’inganno perpetrato dall’amato figlio a danno di un uomo che egli avversava per ragioni politiche, ma che stimava come santo.

Savonarola, indifferente alla scomunica, continuò la sua campagna contro i vizi della Chiesa, con ancora più violenza, creandosi numerosi nemici, ma anche nuovi estimatori. La Repubblica fiorentina in un primo momento lo sostenne, ma poi, per timore dell’interdizione papale e per la diminuzione del prestigio del frate, gli tolse l’appoggio. Savonarola fu messo in minoranza rispetto al risorto partito dei Medici, che nel 1498 lo fece arrestare per eresia.

Il processo fu palesemente manipolato: Savonarola subì la tortura della corda e del fuoco, e fu quindi condannato ad essere bruciato in Piazza della Signoria con due suoi confratelli, Frate Domenico Buonvicini e Frate Silvestro Maruffi. All’alba del 23 maggio 1498, alla vigilia dell’Ascensione, i tre religiosi, dopo aver ascoltato la messa nella Cappella dei Priori nel Palazzo della Signoria, furono condotti sull’arengario del palazzo stesso, dove subirono la degradazione da parte del Tribunale del Vescovo.

Figura 63: lapide in ricordo esecuzione Savonarola (da Wikipedia)

Figura 63: lapide in ricordo dell’esecuzione di Savonarola (da Wikipedia)

Successivamente furono avviati verso il patibolo, innalzato nei pressi dell’attuale Fontana del Nettuno e, tra le urla della folla, fu appiccato il fuoco che bruciò i corpi ormai senza vita degli impiccati (figura 62). Le ceneri dei tre frati furono gettate in Arno dal Ponte Vecchio, allo scopo di evitare che fossero oggetto di venerazione da parte dei molti seguaci del Savonarola. La mattina dopo, il luogo dove era avvenuta l’esecuzione apparve coperto di fiori, di foglie di palma e di petali di rose, a riprova dell’omaggio alla memoria dell’ascetico predicatore; omaggio con il quale iniziò una tradizione di venerazione che dura tuttora. Nel punto nel quale avvenne il martirio vi è una lapide circolare che ricorda l’esecuzione. La lapide, in granito rosso, porta un’iscrizione in caratteri bronzei (figura 63).

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