di Nicola Pucci
San Juan Chamula, tra gli indios del Chiapas: il Messico più autentico
Qualche settimana addietro vi avevo portati a scoprire il fascino leggendario delle rovine inca di Machu Picchu in Perù; orbene, oggi è la volta di trasferirci a San Juan Chamula, tra gli indios del Chiapas, realtà fuori dal comune che lascerà un solco nella vostra anima.
Facciamo base a San Cristobal de las Casas, ridente località asseragliata tra le foreste della selva lacandona, e di buona mattina ci dirigiamo allo Zocalo dove dovremmo trovare donna Mercedes, la nostra guida. Eccola, infatti, che si aggira per la piazza in cerca di turisti da accompagnare in tour, in verità non si tratta di donna Mercedes bensì di una sua fidata collaboratrice. Senza indugiare oltre trattiamo il prezzo dell’escursione, non proibitivo, certo, ma comunque caro in rapporto ai normali parametri, la donna ci invita ad attendere il pulmino che verso le 9.30 passerà a prelevarci e ci condurrà al villaggio. Siamo un po’ perplessi, non vediamo nessun altro turista e ci chiediamo se non siamo per caso i soli ad avventurarci nella spedizione, ma ormai abbiamo pagato e visto che siamo in ballo… balliamo! Con qualche minuto di ritardo il pulmino arriva e con sollievo constatiamo che a bordo ci sono almeno una dozzina di altri temerari, giovani e non. Ci fa da guida Alberto, gran simpaticome, che col suo inglese sommario e il cappello da “caballero” ci illustrerà i luoghi e ci racconterà aneddoti curiosi.
Il tragitto è breve, il villaggio tzotzil di San Juan Chamula dista non più di 10 km, Alberto ne approfitta per ricordarci di come gli indios siano particolarmente gelosi delle loro tradizioni pertanto siamo esplicitamente pregati di non fotografare luoghi sacri, soprattutto donne e bambini a cui, così pensano loro, ruberemmo l’anima. Giriamo largo intorno al villaggio, l’autobus ci scarica alle pendici di una collinetta da dove prende avvio il nostro tour. Sono molte le cose che catturano la nostra attenzione, ci accorgiamo subito di essere trasferiti in una realtà a dir poco sorprendente. Innanzitutto le case che altro non sono che semplici capanne costruite con un materiale argilloso antisismico. Quasi tutte le abitazioni si compongo di pollaio e recinto per capre e pecore, a testimoniare di come la pastorizia sia qui la principale forma di economia. Davanti a ciascuna di esse si notano strane croci verdi a cui sono attaccati rami di alberi e aghi di pino: Alberto ci racconta che simboleggiano l’albero della vita ed hanno quindi un significato decisamente diverso da quello che siamo soliti attribuirgli. Incrociamo, lungo la strada sterrata che sale per la collina, donne chamule che a stento ci degnano di uno sguardo, gli uomini indossano tuniche di lana bianca oppure, nel caso in cui detengano un “cargo” (cioè un importante ruolo religioso e cerimoniale), di lana nera con una sciarpa bianca al collo. Mentre Alberto ci illustra la storia degli indios e le condizioni di vita, pietose, a cui sono relegati mi diverto nel fotografare gruppi di donne e bambini che vanno a lavorare nei campi, ben attento che i diretti interessati non se ne accorgano: sarebbero dolori mi scoprissero!
Fa decisamente caldo, scendendo verso il centro-città – si fa per dire – ci fermiamo in un piccolo emporio dove facciamo rifornimento “nachos” e bottigliette di Coca Cola: sì, proprio così, l’emblema più diffuso del consumismo e della globalizzazione che a quanto pare ha messo radici anche qui a San Juan Chamula, la patria degli emarginati e dei senza avvenire. Eccoci giungere nella piazza centrale del villaggio (che conta, comunque sia, poco più di 3000 abitanti), la domenica è giorno di mercato e sono moltissimi gli indios che, scesi fin dall’alba dalle colline e dai villaggi circostanti, qui vendono le loro mercanzie. La nostra attenzione, e non può essere altrimenti, è rivolta alla chiesa che si apre sullo Zocalo, il Templo de San Juan, dalla facciata bianca su cui spiccano i colori vivaci dell’arco della porta, verde acqua e azzurro. Il Templo, eretto tra il 1522 e il 1524 (la data è dipinta sulla facciata), è visitabile pagando pochi pesos che ci risparmiamo grazie ad Alberto che intercede per noi, scattiamo alcune foto dall’esterno con la raccomandazione, imperativa, di chiudere gli obiettivi all’interno dell’edificio. Entriamo incuriositi e mai – sottolineo col pennarello rosso il mai -, una volta oltrepassato il portone d’accesso, ho provato in vita mia un così forte senso di stupore: l’atmosfera è surreale, l’aria è impregnata dal fumo dell’incenso che ti invade i polmoni, le statue dei santi, tra cui il nostro Sant’Antonio da Padova, sono distribuite lungo i muri laterali della chiesa mentre dietro l’altare centrale campeggia la statua di San Giovanni Battista, qui più idolatrato del Cristo. Il pavimento è cosparso di aghi di pino, riesco a fatica a compiere la serpentina tra le tante famiglie di indios al gran completo che si raccolgono in preghiera occupando tutto lo spazio disponibile. E’ infatti usanza degli abitanti del posto entrare nel tempio (strano, non c’è sacerdote) e inginocchiarsi, con prole al seguito, davanti alla statua del proprio santo protettore; qui vengono accese candele colorate che, nel buio assoluto della chiesa, danno all’ambiente una connotazione spettrale, dopodichè prende avvio una lunga sequela di nenie, lamenti e invocazioni. Notiamo che tutti i devoti, accanto alle candele accese, posizionano bottiglie di Coca Cola o aranciata, Alberto ci spiega perciò che qui vengono officiati riti particolari: oltre al sacrificio dei polli, a cui abbiamo la fortuna, o sventura, di non assistere, un rituale assolutamente imperdibile è la purificazione della persona dal male. In che cosa consista è facilmente intuibile, l’individuo prima prega a lungo, dopodichè trangugia una bevanda gasata, infine rutta sonoramente per cacciar fuori il demone maligno che è in lui. Una vera sinfonia, e che sinfonia!
Usciti dalla chiesa Alberto ci da’ appuntamento da lì a mezzora per tornare al pulmann che ci riporterà a San Cristobal de las Casas, abbiamo quindi tempo a sufficienza per fare il giro della piazza affollata da indios per il consueto mercato domenicale. Ormai siamo abituati all’infinita varietà di prodotti che la gente del posto mette vendita, ci aggiriamo tra le bancarelle disgustati dai cumuli di immondizia che ostruiscono il passaggio lungo i marciapiedi e scioccati dalla triste ubriachezza palesata da molti uomini, problema sociale che qui si dice sia particolarmente difficile risolvere. Peccato davvero, è giorno di festa e il nostro campo visivo coglie la simpatica usanza dei messicani di attaccare milioni di bandierine colorate ai fili che uniscono un edificio all’altro regalando vivacità ad un posto che di vivace, ahimè, ha purtroppo ben poco. Il sottoscritto vuol catturare qualche immagine con la videocamera nonostante sia proibito, mi gioco pertanto l’azzardo di mercanteggiare il prezzo di un tessuto locale in cambio di una foto con una giovane ragazza. Vi lascio immaginare il furtivo e tremebondo scatto di mia moglie sotto lo sguardo inquietante e per niente rassicurante degli uomini! Click, è fatta, ruberemo loro anche l’anima, ma davanti al dio denaro… non c’è tradizione che tenga! Ce ne torniamo in tutta fretta verso il ritrovo di partenza, a bordo del pulmino scambiamo impressioni a caldo con i nostri compagni dei spedizione, pure loro decisamente colpiti da quanto visto a San Juan Chamula.
Prima di lasciare il villaggio viviamo un altro momento di intensa emozione, poco fuori dal centro abitato visitiamo il cimitero accanto alle rovine di una vecchia missione. Il prato è disseminato di croci bianche (per i bambini), azzurre e verdi (per gli adulti), nere (per gli anziani, e sono la maggioranza), fissate in maniera spoglia al terreno, non ci sono lapidi, non ci sono sepolcri con le incisioni a cui siamo abituati dalle nostre parti. Il pensiero, inevitabilmente, va a questa povera gente a cui, forse, resta solo il ricordo dei loro morti senza conforto (se di conforto si può parlare) di una degna sepoltura.
San Juan Chamula finisce qui, e vi assicuro, sarà difficile dimenticarla.




Grazie! Ho studiato più di 30 anni fa all’università il popolo degli indios chamula ed ogni tanto ho ripensato a quella gente che festeggiava con tanta devozione la festa di Ognissanti.
Se hai altre notizie informami. Ciao. Lorena
Grazie a te Lorena, lo farò senz’altro. Il Chiapas e le sue fortissime contraddizioni sociali mi sono rimaste impresse