di Iacopo Badini
(continua)
Come dicevamo inizialmente: ogni artista in generale arriva ad un risultato comunicativo in modo diverso. Fra le tre scritture, ciascuna contiene sia pregi che difetti.
Quella che privilegia la spontaneità probabilmente è quella “ISTINTIVA”, tipo Negramaro. Arriva alla comunicazione in modo immediato senza (quasi) filtro. Ma talvolta prevede in sé il rischio di una elaborazione poco intellettuale dei contenuti, tant’è vero che generalmente incontra il gusto di un pubblico molto giovane.
La scrittura “CANTAUTORIALE” classica è molto più intellettuale (De Andrè, Guccini). Prevede una capacità narrativa che in alcuni istanti deve staccarsi dalla musica, laddove per farsi metrica sacrifica un suono, costruisce un senso narrativo e concettuale coinvolgente. Il rischio, al contrario, è un intellettualismo troppo architettato, che potrebbe correre il rischio di perdere in spontaneità ed immediatezza.
La terza forma “SPECIALIZZATA”, nell’esempio di Mogol/Battisti, è quella che forse ci aiuta a rispondere all’interrogativo in questione. Cioè se ci sia un misterioso rapporto tra musica e parole. Osservando infatti la complementarietà fra le due specializzazioni, si rafforza l’intuizione che tale profonda relazione esista. Dall’altro lato, però, l’osservazione che questa scrittura non svela completamente il mistero del rapporto fra musica e parole, poiché non si esplicano i segreti meccanismi, che sono e saranno probabilmente sempre sconosciuti. Qui si alternano i due processi creativi distinti che maggiormente rivelano la magia fra i due elementi. Prima lavora l’autore della musica, poi l’autore del testo. Il primo si limita a liberare suoni e parole prive di un significato, che riproducono sonorità stile “finto inglese”, o in un italiano improbabile; il secondo si fa traduttore del messaggio inconscio che tali sonorità rappresentano, traducendo in parole tale messaggio. Sembra che Michelangelo liberasse le statue dalla pietra che le imprigionava, così come l’autore del testo traduce magicamente una musica in testo.
Correrò il rischio di essere scortese, ma talvolta ascoltando interviste o conoscendo alcuni grandi “parolieri”, le nostre aspettative d’incontro rimangono sotto certi aspetti deluse o quantomeno spiazzate. Frequentemente non si tratta di persone né di grande cultura né di grande padronanza linguistica. Per onestà, dobbiamo dire che ci sono anche autori di testi di grande cultura generale, che spaziano dalla letteratura alle conoscenze storiche, allargando l’attenzione su molte tematiche, padroneggiando capacità tecniche molto sviluppate: come contare le sillabe velocemente, così come costruire strumenti professionali di lavoro simili a “rimari” assai articolati. Ma non è a quelli che faccio riferimento in questo caso, bensì ai meno strutturati (ma non meno bravi), poiché ritengo che questi ci siano più utili per cercare di svelare il mistero in questione.
C’è anche da dire che molti dei parolieri non sono autonomi nel creare musica (armonia su melodia). Anche nel caso padroneggino la musica o suonino uno strumento, spesso non sono capaci di creare una canzone autonomamente. Talvolta afoni o stonati. Però misteriosamente sanno tradurre una musica in testo. Si tratta probabilmente di un dono, di un talento innato, che poi certamente è stato affinato.
In generale i bravi parolieri sono più rari che non i bravi autori di musica. Anche se riescono a lavorare e a seguire più progetti, non sempre gli è giustamente riconosciuto il proprio lavoro. Stanno dietro le quinte, sconosciuti al pubblico che canta nei teatri e negli stadi le loro parole, come anche – e non raramente – ai cantanti stessi che interpretano i testi dei loro brani.
Il rapporto tra Autore di Musica e Autore di Testo apre molti interrogativi sul rapporto tra musica e parole, come se veramente esistesse un legame magico e misterioso fra questi due aspetti, difficilmente spiegabile.
Dalla canzone tratta dall’omonimo album (Musica e Parole di Luca Barbarossa – qui a destra in una foto bellunolanotte – 1999) una frase che sembra azzeccata:
”Siamo fatti di terra, di fuoco, di vento, di sangue, di musica e parole.”


