RENZI RI-CANDIDATO SINDACO DI FIRENZE: E L’INCARICO DI SEGRETARIO PD?

di Matteo Boldrini

L’elezione di Matteo Renzi a segretario ha portato, oltre che ad una accelerata del dibattito politico, anche a notevole scompiglio all’interno del Partito Democratico. L’ultimo oggetto del contendere è l’ufficializzazione della ricandidatura del nuovo segretario del Pd ad un secondo mandato come sindaco di Firenze.

Si tratta di una questione di non poco conto, in quanto viene da chiedersi se l’impegno derivante dall’essere primo cittadino di una città grande e importante come Firenze sia o meno compatibile con gli impegni derivanti dall’essere il segretario di quello che è al momento la più grande formazione politica italiana, principale esponente della maggioranza di governo e partito della stesso Presidente del Consiglio. Sulla questione possono essere fatte valere numerose argomentazioni, a favore e contro, che prescindono dal semplice attacco politico o dalla simpatia che si ha o meno verso Renzi.

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Prima di tutto non vi è dubbio che vi sia compatibilità tra la segreteria di un partito e qualsiasi altro incarico pubblico. Da quando esistono i parlamenti moderni, per dare di che vivere ai segretari e ai dirigenti di partito che si occupano di politica a tempo pieno senza gravare sulle spese del partito stesso, si era soliti (e lo si è tutt’ora) candidarli e farli eleggere in Parlamento. Che da una parte è senza dubbio un’ottima cosa, in quanto non vi è alcun motivo sensato per tenere lontano dal massimo organo legislativo un leader di partito, dall’altra parte però spesso e volentieri questi stessi leader disertano le sedute per poter partecipare agli impegni politici richiesti dal loro ruolo di leadership. Tuttavia qui non si tratta di un ruolo assembleare o consiliare ma di un ruolo esecutivo che sembra presupporre un impegno diretto e continuo specie per un sindaco eletto direttamente dai cittadini, e per questo direttamente responsabile. A livello nazionale si sprecano esempi di ministri o, più raramente presidenti del consiglio, segretari di partito ma si tratta pur sempre del livello nazionale, naturale evoluzione per un leader di partito. Ben più rari, ma in qualche modo significativi, sono gli esempi negli enti locali. Il caso più rilevante è senza dubbio quello di Nichi Vendola, che ricopre sia il ruolo di Governatore della regione Puglia, sia quello di segretario di SEL. Certo il raffronto è arduo vista la diversità dei ruoli e soprattutto la diversità di consensi tra i due partiti, ma è comunque un precedente notevole. Comunque sembra sicuro che, anche viste le ambizioni di Renzi verso la politica nazionale, in caso di difficoltà di integrazione tra i due ruoli, sarà l’amministrazione fiorentina a risentirne.

Vi è poi da valutare se sia il caso di procedere ad ulteriori elezioni primarie per confermare la candidatura di Renzi ad un nuovo mandato. Anche in questo caso possono essere trovate motivazioni a favore o contro. In particolare sembra giusto che visto il doppio incarico di segretario e candidato sindaco, i cittadini, gli elettori e gli iscritti al Partito Democratico si esprimano preventivamente sulla questione, valutando prima del momento decisivo delle elezioni amministrative se sono disposti ad accettare un candidato sindaco che è anche segretario di un grande partito nazionale. Tuttavia stavolta sembra che le motivazioni contro superino abbondantemente quelle a favore. Nei paesi che usano il sistema delle primarie per la selezione delle candidature è estremamente rara la pratica di far passare nuovamente dalle primarie il candidato uscente. Non ricandidare automaticamente un candidato uscente è discutibile, in quanto significa in qualche modo mettere in discussione il suo operato ed affermare implicitamente che non c’è uniformità di giudizio su ciò che è stato fatto. Da questo punto di vista meglio sarebbe non ricandidarlo affatto, accettando di chiudere un’esperienza di governo ritenuta più o meno esplicitamente fallimentare, ed andare oltre. Si tratta di una opzione praticamente inutilizzata negli USA e di scarsa applicazione negli altri Paesi che usano le primarie, anche se ha trovato una certa diffusione in Italia (così è stato a esempio fatto per le primarie per il candidato sindaco di Genova nel 2012). Vi sarebbe poi l’imbarazzo politico di avere un segretario di partito eletto da pochi mesi in altre elezioni primarie, con un travolgente successo sia in termini generali di partecipazione sia di consenso, che debba passare da ulteriori primarie per ricevere dal suo partito una candidatura. Terzo ed ultimo elemento, molto spesso si sopravvaluta l’effetto benefico in termini di partecipazione e di consenso che elezioni di questo tipo possono comportare. Le primarie (che correttamente sono uno strumento di selezione delle candidature non di partecipazione) come del resto tutte le elezioni, possono avere l’effetto di deprimere la partecipazione e stancare l’elettorato, specie se il risultato appare scontato come in questo caso.

Concludendo, se da una parte appare inopportuna una candidatura ad un ulteriore mandato, anche effettuare altre elezioni primarie sembra sconveniente, considerato che non è possibile demandare la risoluzione di ogni problema politico di un partito alle scelte di un poco definito elettorato.

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