di Francesco Gori
È un Paolo Virzì inedito quello de Il capitale umano. Per la location scelta, siamo in Brianza e non nella consueta Toscana, e per il genere, assimilabile ad un thriller. Sì, perché l’evento-incipit del film, un ciclista speronato da un Suv, porta immediatamente lo spettatore a chiedersi: “Chi è stato?”. Sarà questa ossessione a fare da collante ad una serie di vicende intrecciate ed avvincenti.
La narrazione è sezionata in capitoli, tre che riguardano altrettanti personaggi cardine (Dino, Carla e Serena), e un ultimo, conclusivo, che riprende il titolo della pellicola. Dino Ossola è interpretato dal camaleontico Fabrizio Bentivoglio, uomo di mezza età interessato esclusivamente all’ascesa sociale e disposto a giocarsi l’intero patrimonio familiare all’insaputa della moglie Roberta (Valeria Golino), pur di mettersi in affari con il ricco e potente Bernaschi (Fabrizio Gifuni). Carla (Valeria Bruni Tedeschi) è la moglie di quest’ultimo: conduce una vita all’insegna della vuota borghesia, ma ha un animo sensibile e un passato da attrice, e tenta di ricucire la sua esistenza con il progetto di ristrutturazione di un teatro, assistita da un affascinante professore (Luigi Lo Cascio). Serena (Matilde Gioli) è la figlia adolescente di Dino e frequenta Massimiliano, a sua volta figlio dei Bernaschi, ma l’incontro con Luca, un ragazzo dal passato difficile, cambierà il corso delle cose.
Il capitale umano è innanzitutto una rivisitazione dell’omonimo romanzo thriller di Stephen Amidon. Virzì, cantore di storie di vita quotidiana, condisce il suo cinema di “giallo”, confezionando un’opera necessariamente diversa dalle precedenti, eppur vincente. Vincente nella scelta di attori perfetti che mai avevano lavorato con il regista livornese (altra piccola rivoluzione), con una Valeria Bruni Tedeschi – svampita e malinconica – in costante ascesa, proprio come il Dino di Bentivoglio.
È un film che si fa specchio dei nostri giorni, di una società dove competizione e vittoria sono gli input che determinano socialmente una persona. E quale luogo potrebbe identificare meglio l’attuale situazione italiana, dominata da corruzione e senso spregiudicato degli affari, se non un paesino industriale del nord, dove al sole della villa coi suoi campi da tennis fa da contraltare una nebbia costante? E non stiamo parlando ovviamente di meteo, quanto del nichilismo dei rapporti interpersonali, nella famiglia Ossola come in quella Bernaschi, pervase da un’incapacità di ascolto, dove solitudine e finzione si sfidano sulla strada che porta a una “collina dei conigli”. Si lucra sulle persone più vicine, forse il peccato più grande, più di quelli conclamati.
L’impianto narrativo utilizzato ci restituisce una storia e una visione dei personaggi straordinariamente soggettiva per ogni capitolo: da occhi e inquadrature diverse è possibile scorgere il punto di vista del protagonista temporaneo nella vicenda, le aspettative reali di Dino, Carla e Serena, che viste dall’esterno sono altra cosa. E spesso ecco il rovesciamento della medaglia: chi appare buono nasconde un retropensiero, chi è socialmente rifiutato non sempre è il colpevole.
Il capitale umano è il risarcimento assicurativo di una vita, perché tutto – ormai – ha un valore monetario. Il vero capitale umano è nello sguardo finale tra Luca e Serena.
Senza espedienti di alcun tipo, con minor poesia e maggior potenza rispetto ai lavori precedenti, Paolo Virzì ci catapulta nel pieno realismo di un cinema italiano che con Il capitale umano ritrova dignità nel raccontare il cinismo dei nostri tempi.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


