di Giovanni Agnoloni
Gaetano Vari, pittore dell’informale fabulistico
Nato a Manziana, in provincia di Roma, nel 1959, Gaetano Vari è un pittore estremamente originale, che con la sua arte fuoriesce dagli schemi consueti. Ha esposto in tutto il mondo. Oggi ci ha gentilmente concesso un’intervista, insieme alle immagini di alcuni suoi dipinti.
1. Come si è manifestata in lei la vocazione artistica e quali fasi ha seguito?
La mia vocazione, posso dire che è nata con me, o meglio, è nata molto presto! Fin dalla scuola materna facevo lavori di ogni genere con matite colorate, pongo, argilla. Le maestre della scuola elementare affidavano a me il compito di illustrare i racconti, le favole, i brani di storia con disegni e cartelloni vari, e i miei disegni venivano esposti sulle pareti della classe. Alcuni se li portavano a casa le insegnanti.
Ricordo che rimanevo incantato, all’età di sette-otto anni, a guardare i pittori che venivano a Manziana per la Festa della Primavera: una festa che vedeva la partecipazione di artisti per lo più romani. Rimanevo ore in silenzio a osservare come il pennello, sotto le agili mani degli artisti, tirasse fuori dal nulla forme, colori… La natura veniva riprodotta sulla tela con maestria e magia, diversa con lo stile di ognuno. Queste osservazioni mi trasmettevano uno stimolo, così andavo a casa e provavo, disegnavo, osservavo.
Osservavo sempre, con avidità, tutti quelli che dipingevano: le mie due cugine più grandi, Carla e Letizia, che usavano i colori ad olio, la spatola e i pennelli. Rubavo la tecnica con gli occhi. Per loro ero troppo piccolo.
La scuola, devo dire, mi ha molto stimolato. Le insegnanti hanno saputo cogliere la sensibilità che avevo verso l’osservazione e l’amore che provavo per l’arte. Poi, alle medie, in collegio, la pittura era la mia fuga. Mi facevano fare cose particolari: caricature, disegni per il giornale dell’istituto, incisioni adigraf.
Poi ho incontrato Gino Righetto, un pittore veneto dal quale sicuramente ho appreso il gusto cromatico. Lui mi ha dato tanti consigli, ma soprattutto si è fidato di me, mi ha stimolato a fare, e con il suo aiuto, a tredici anni, ho organizzato la mia prima personale di pittura. Ho venduto le opere, tante, e ho restituito i soldi delle cornici che mi avevano prestato. Ho creduto in me stesso. Il parroco del paese mi ha affidato i primi lavori seri su muro. Ho iniziato a partecipare a mostre e concorsi, e ho vinto numerosi premi che mi hanno fatto capire che il cammino era iniziato!
2. Quali maestri, in particolare, l’hanno formata artisticamente?
Come dicevo, sono stato molto seguito dal pittore Gino Righetto, soprattutto per le opere di arte sacra. Ho partecipato con lui a lavori seri, come la realizzazione delle due grandi tele per la beatificazione di Leopoldo Mandic per il Vaticano, e con lui sono arrivati i primi grandi successi.
Ho conosciuto con grande ammirazione l’arte del pittore Mario Coppola, l’astrazione, l’onirico…
All’età di 14 anni ho iniziato a partecipare ai concorsi, alle estemporanee di pittura, alle collettive, ai premi. I primi e numerosi riconoscimenti ottenuti mi hanno stimolato a fare di più e meglio, a partecipare e a confrontarmi. Poi la scuola superiore e, dopo, l’Istituto d’Arte di Roma. La partecipazioni alle manifestazioni artistiche romane e la visita a tutte le mostre dell’epoca. Il confronto con Pericle Fazzini, Luce Balla, Renzo Vespignani, che apprezzava la mia pittura. Questi incontri sono stati pieni di insegnamenti e mi hanno dato un’impronta culturale e artistica. Infine, per la mia cultura personale, ho seguito il corsi di G.Briganti, Falcidia, Toscano… e mi sono laureato in Storia dell’Arte alla Sapienza di Roma.
3. La sua pittura sembra fondere diversi stili e diverse tecniche, oscillando tra l’universo del figurativo e quello dell’astratto? È possibile dare una spiegazione unitaria?
Quello che molti dei critici che mi hanno seguito chiamano “sospetta figuratività” nasce dal fatto che il mio informale non risponde alla vecchia, primitiva maniera. Il mio informale risulta elegante, onirico; reca tracce del Novecento, è equilibrio di colore e forma. È, se vogliamo, un informale fabulistico. Quasi sempre i miei collezionisti trovano le tracce, la memoria culturale del passato.
Nei miei quadri c’è il messaggio, l’epifania della luce, il racconto moderno che parte da lontano: dalle sensazioni, i drammi, la storia dell’uomo di sempre! Per arrivare a questo sono sicuramente passato per fasi figurative che ormai sono solo un ricordo, una traccia sotto la crosta.
Le varie tecniche sono per me come la ricchezza della lingua italiana: diversi codici per indirizzare un messaggio più o meno intenso. La conoscenza della tecnica per me è un valore, una grande ricchezza, anche se oggi viene messa in discussione sempre più da un’arte troppo pressapochista.
No, non amo l’improvvisazione casuale dei miei contemporanei.
4. Come procede il suo lavoro? È metodico, quotidiano e regolare o procede per “folate” creative?
Il mio lavoro non è regolare, no! Ci sono periodi che sono preso giorno e notte da un’idea, un dramma, una grande emozione, e allora ci lavoro forsennatamente. Poi ci sono lunghi periodi di silenzio, di osservazione muta, di nutrimento dell’anima. E ci sono periodi in cui le idee sono chiare come in una visione celeste… e allora lì posso lavorare con metodo per ore e ore, per giorni interi.
Infine, a volte le grandi idee scaturiscono all’improvviso e ti rendono felice! Quelle stanno alla base delle opere più interessanti, ricche, uniche. Nascono così creazioni che anche dopo anni continui ad amare, osservare, studiare: quelle, appunto, scaturite da folate creative.
È chiaro che non dipingo mai se non ispirato, o per necessità.
5. Lei ha esposto in tutto il mondo. Dove ha ottenuto i maggiori riscontri, e cosa pensa della situazione dell’arte oggi in Italia?
Mi fa piacere esporre, tutte le volte che è possibile, in Spagna (Barcellona, Madrid) per le grandi emozioni che circolano; per come le persone percepiscono le opere, il colore, il dramma… le opere nel loro insieme. Ma anche a Roma e in Toscana. Mi piace esporre organizzando, quando posso, io stesso le mie personali. Amo il rapporto con le persone, perché ho notato che le mie opere parlano ai visitatori.
L’arte italiana sta attraversando una grande crisi: crisi di idee, soprattutto! È vero che lo stato non educa all’arte e non si preoccupa di questo settore ormai da troppo tempo. L’arte italiana è pressappochista, superficiale. Le persone serie, gli artisti in gamba te li devi andare a cercare. Trionfa da anni il brutto erede della Pop Art: la casualità, la pittura in superficie. Peccato, perché questo allontana le persone dall’arte moderna.
I galleristi vanno a caccia, troppo spesso, di eventi senza storia! Peccato! Le gallerie in Italia stanno attraversando una grande crisi. Non vogliono rischiare, vanno sul sicuro, non puntano al futuro se non in modo superficiale.
6. I suoi prossimi impegni espositivi?
Sto lavorando molto, in questo periodo. Sono concentrato sulla luce, che sta caratterizzando le mie ultime opere. Sono in contatto con una galleria di Sanremo e con il Collezionista, di Roma. Sto preparando una mia personale, ma devo lavorare molto. Spero che l’anno nuovo sia pieno di grandi emozioni! Grazie.

