EICHMANN, BIOGRAFIA DEL BUROCRATE DELL’OLOCAUSTO: LA BANALITÀ DEL MALE

di Emiliano Morozzi

Eichmann, biografia del burocrate dell’Olocausto

Eichmann, la banalità del male: così Hannah Arendt descrisse nel suo saggio la figura di colui che mandò al massacro milioni di persone nei campi di concentramento del regime nazista. A volte, rileggendo la storia del ventesimo secolo, viene da domandarsi come i gerarchi nazisti abbiano potuto esercitare una così grande influenza su milioni di persone: guardando le personalità dei più importanti esponenti del Terzo Reich, sembra di essere davanti non a coloro che hanno governato un paese, ma ad ospiti di un qualsiasi manicomio criminale. Lo schizofrenico e diabolico Hitler, il narcisista e vorace divoratore di morfina Goring, il subdolo e menomato Goebbels, il fanatico invasato Himmler. Ma ancor più inquietante è girare la domanda nell’altro senso: come mai milioni di persone hanno obbedito loro ciecamente, senza porsi il benché minimo interrogativo.

Qui entra in scena Adolf Eichmann: una figura non di spicco all’interno del regime nazista, un uomo senza una forte personalità, una persona comune, come tante, ma all’interno della macchina di morte messa in piedi da Hitler, colui che pianificò con cura e rigore lo sterminio degli ebrei. La biografia di questo personaggio di spicco del nazismo narra di un uomo senza carattere, che si è trovato coinvolto nelle vicende storiche come un tronco d’albero trascinato dalla corrente di un fiume. Personalità pigra, svogliata, Eichmann non riesce a completare gli studi e si trova a lavorare nella miniera del padre e soltanto grazie ad una raccomandazione riesce a farsi assumere come agente di vendita per una succursale della Standard Oil.

EIchmann, il burocrate dell'Olocausto (usmm.org)

EIchmann, il burocrate dell’Olocausto (usmm.org)

Anche in politica Eichmann fa il suo ingresso per caso: il futuro burocrate dell’Olocausto, durante una manifestazione del partito nazista ritrova Ernst Kaltenbrunner, vecchio amico di famiglia, ed entra nelle SS alle sue dirette dipendenze. Mentre per i gerarchi nazisti, quella dell’ebraismo era una questione affrontata con fanatico accanimento, per Eichmann divenne soltanto il meschino pretesto per fare carriera all’interno dell’organizzazione delle “Schutzstaffeln”. Dopo aver letto il libro di Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, Eichmann comincia ad interessarsi all’ebraismo, e queste sue conoscenze gli permettono di farsi conoscere dai vertici del regime: è a lui che nel 1938, in seguito all’Anschluss, viene affidato il compito di cacciare gli ebrei austriaci, ed egli si applica con zelo, vantandosi dell’impresa di aver fatto di questa nazione uno stato “libero da giudei”. Stesso zelo Eichmann lo applica nell’allontanare gli ebrei dalla Cecoslovacchia all’indomani dell’ingresso delle truppe tedesche a Praga, ma in questo caso, non potendoli allontanare per via del rifiuto di ospitarli da parte delle altre nazioni, decide di confinarli nei ghetti, dopo averli spogliati di quasi tutti i loro averi.

Il ghetto è il precursore di quello che sarà il campo di sterminio: quando i gerarchi nazisti decidono, nella conferenza di Wannsee, di adottare contro gli ebrei la “soluzione finale”, ovvero il genocidio, Eichmann coordinerà la macchina dello sterminio, e sarà lui a organizzare i convogli che porteranno milioni di ebrei verso la morte in luoghi diventati tristemente famosi come Auschwitz, Dachau, Treblinka, Sobibor, Mathausen.

Nonostante l’applicazione con la quale egli si dedicherà al suo compito, Eichmann rimarrà sempre escluso dalle decisioni fondamentali del regime nazista: fino alla fine conserverà il suo ruolo di burocrate dello sterminio, e questa sua scarsa popolarità gli permetterà alla fine della guerra di fuggire inosservato in Argentina, dopo essere rimasto nascosto nelle campagne tedesche per addirittura cinque anni. In Sudamerica però Eichmann, tornato a condurre una vita grigia e senza sussulti, commette l’errore di cominciare a vantarsi dei suoi trascorsi e ciò permette al Mossad di individuarlo, rapirlo e portarlo in Israele dove verrà processato e condannato a morte.

Quello che lascia turbati della figura di Eichmann è la sua normalità: non aveva il diabolico carisma delle personalità più importanti del Terzo Reich, era soltanto una figura di contorno, una persona normale, banale, quasi meschina. Una persona che avrebbe potuto essere chiunque altro, e nonostante questo, una persona che è stata responsabile dell’atroce morte di milioni di persone. Qui sta la grande tragedia che ha rappresentato il nazismo per la storia del Novecento: l’essere riuscito a convincere milioni di persone normali a compiere azioni barbare e averle convinte che tutto ciò rientrava nella normalità delle loro vite: caricare milioni di persone sui treni per mandarli a morire nei campi di sterminio non era follia omicida, ma solo “eseguire un ordine”. E non solo i tanti, troppi Eichmann obbedivano, ma non si ponevano neppure il problema di quello che stavano facendo, semplicemente eseguivano perché avevano riposto cieca fiducia nei loro capi: una cieca fiducia che Eichmann non rinnegò neppure di fronte al patibolo.

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