di Matteo Boldrini
In questi giorni il dibattito politico si è concentrato in particolar modo sulla nuova legge elettorale Italicum, e la discussione si è fatta più accesa che mai. Tra politici, giornalisti, quotidiani, esperti e giuristi, non c’è nessuno che non abbia aperto bocca per dire la sua, spesso a sproposito, su questa proposta di riforma. Una polemica del genere era tuttavia assai prevedibile, sia perché le leggi elettorali sono argomenti complessi, in quanto norme fondamentali della competizione politica, sia perché è difficile trovare una riforma che accontenti tutti, in cui tutti vincano e nessuno perda (e se anche esistesse, probabilmente a perderci sarebbero i cittadini). La partita si è fatta ancora più complicata dopo l’intervento della Corte Costituzionale che, con la sua sentenza ha dato libertà a chiunque non sia d’accordo con una legge a premio di maggioranza (o peggio, sia un proporzionalista convinto) di protestare, inviare lettere e fare appelli poggiandosi su solidi precedenti.
Sul merito della legge si è parlato fin troppo a lungo. È interessante però capire perché vi sia stata una così grande levata di scudi contro questa riforma e che tipo di effetti possa essa avere sui rapporti politici.
Il cambiamento di una legge elettorale, soprattutto se in senso maggioritario, porterà sempre con sé delle polemiche molto accese, specie dai piccoli partiti, solitamente più penalizzati. In questo senso più i piccoli partiti protestano meglio è. Se davvero vogliamo una legge che sia distorsiva e che garantisca la governabilità, è indispensabile che ci sia una sovrarappresentazione dei partiti maggiori e specularmente una sottorappresentazione dei partiti minori. In questo senso vanno le proteste di Sel, della Lega e di tutto quell’universo di movimenti e partiti esclusi dalla rappresentanza parlamentare all’ultima tornata elettorale. Solo il centrodestra di Alfano, la cui forza è peraltro difficilmente misurabile, si è lamentato poco, visto che il suo appoggio determinante al Governo Letta gli ha permesso di ottenere ciò che voleva: il riparto nazionale dei seggi, soglie più accessibili e la possibilità di pluricandidature.
L’opposizione più strumentale è quella di Beppe Grillo, contrario a qualsiasi legge di tipo maggioritario e strenuo sostenitore del proporzionale, in quanto conscio della concreta possibilità di arrivare terzo dopo le due maggiori coalizioni, venendo quindi tagliato fuori dai giochi. Inoltre una legge proporzionale, combinata alla volontà di restare all’opposizione, obbligherebbe le altre forze ad una nuova grande coalizione, consentendo al M5S di continuare a gridare al complotto e all’inciucio.
Per quanto riguarda gli effetti della nuova legge, vanno considerati non solo i banali effetti meccanici, ma anche come essa influirà sui rapporti tra i partiti e nel comportamento degli elettori. Che la legge stimoli il bipolarismo è piuttosto ovvio; tuttavia essa ha ripercussioni diverse sui diversi schieramenti. Lasciando da parte i grillini, che essendo una lista unica non hanno problemi di rendimento coalizionale e, nel caso vogliano davvero governare, dovranno preoccuparsi di prendere solo un voto più degli altri, tra centrodestra e centrosinistra ci sono notevoli differenze.
In primis questa legge favorisce una rinnovata unità del centrodestra: mentre non vi è alcuna speranza per i partiti di tale schieramento di essere competitivi singolarmente, in coalizione essi potrebbero aspirare alla maggioranza, se non al primo turno, quantomeno al ballottaggio. La cosa appare scontata in quanto, essendo stata approvata anche dal centrodestra, è ovvio che la legge garantisca ragionevoli possibilità di vittoria anche a quest’area. Tuttavia sembra che il sistema delle soglie sia tagliato appositamente per favorire la formazione di una coalizione imperniata su Forza Italia.
Viceversa non è così per il centrosinistra, dove vi sono condizioni politiche totalmente differenti. La storica alleanza tra il Pd e Sinistra e Libertà di Nichi Vendola sembra essere messa in crisi da numerosi fattori, e le soglie di sbarramento previste dalla nuova legge elettorale potrebbero affossare la collaborazione definitivamente (fermo restando il non recupero della prima lista sotto soglia). La crisi ha avuto inizio con la formazione del governo Letta, a cui Vendola si è opposto, e si è rafforzata con la vittoria di Matteo Renzi alle primarie del Pd, politico da tempo inviso all’elettorato e ai militanti di Sel, sempre più attratti dall’idea di correre da soli. Inoltre l’esito dell’ultimo congresso di Sel, in cui è finita in netta minoranza la mozione sulle elezioni europee supportata più o meno esplicitamente da Vendola, storico sostenitore dell’alleanza col Pd, sembra spingere ulteriormente in questo senso. Le soglie di sbarramento così alte, che rendono inutile la partecipazione alla coalizione, potrebbero quindi dare la spinta finale, proprio adesso che, con la vittoria di Renzi, innegabilmente più vicino agli elettori di centro, la presenza di un partito che copra a sinistra diventa non solo utile ma addirittura fondamentale per vincere. Sembra dunque che il Pd sia disposto ad affrontare il rischio di una legge elettorale che potrebbe portarlo a perdere le prossime elezioni, pur di assecondare la vocazione maggioritaria da sempre sostenuta da Renzi.



