di Giovanni Agnoloni
“Bruno Schulz e la Natura indifferente”
In questa seconda puntata dei miei appunti preparatori per l’articolo che scriverò per il numero di Italica Wratislawiensia in uscita nel corso del 2015, sul Connettivismo letto alla luce della letteratura novecentesca, desidero affrontare un’altra chiave melodica in cui si può leggere la plurisfaccettata poetica del movimento.
Se l’altra volta, parlando di Corrado Govoni, siamo scesi nel territorio delle vibrazioni più marcatamente crepuscolari (ma anche futuristiche) della poesia e della narrativa connettiviste, oggi, partendo da alcune valenze dell’opera del grande scrittore polacco Bruno Schulz (1892-1942), da una parte torneremo a toccare quel versante, ma dall’altra lo vedremo arricchito da elementi surreali che ben si inseriscono nella temperie culturale complessiva dell’Europa tra le due guerre mondiali.
Ancora una volta, perciò, mi soffermerò sulle ascendenze remote di un movimento letterario che, fin dal suo manifesto, non si ripromette di seguire una battaglia programmatica, ma di essere tutto: ovvero, ben lungi dal pretendere di giungere una volta per tutte alla comprensione dell’essenza del cosmo, si dichiara però disposto a modularsi su diverse frequenze, e dunque anche su una combinazione di varie matrici letterarie. Giunto al crepuscolo – se non dopo la fine – del Postmodernismo e dello stesso Cyberpunk a cui tanto deve, il Connettivismo, così, ben si presta a fungere da esperienza-cerniera, riassuntiva di tanto che – prima – è stato, e insieme, quasi residualmente, indicatrice di un possibile sviluppo delle nuove sperimentazioni letterarie.
Il tema su cui mi focalizzerò, in particolare, è quello della Natura e dell’entropia, e dunque del disordine cosmico, che racchiude in sé tanto spunti di carattere crepuscolare quanto loro varianti-alterazioni in cui spicca una componente surreale, che è in linea con la scrittura e le illustrazioni sia del poeta e pittore Bruno Schulz, sia del Connettivismo – che, come saprete, ha anche una significativa “ala” grafico-pittorica (nonché architettonica). Ricordiamo infatti come Schulz illustrò la propria opera Il sanatorio all’insegna della clessidra con disegni caratterizzati da un’impronta “espressionistica” che sembra voler cogliere, nella realtà, l’elemento perturbante e intrinsecamente drammatico, a metà tra mondo concreto e sogno, che è tipico anche della pittura, ad esempio, di Alfred Kubin. Non caso, uno dei più capaci artisti visuali e grafici italiani, Francesco D’Isa – la cui opera presenta, a mio avviso, elementi di contiguità con queste “fonti” – è vicino al Connettivismo, e alcune sue illustrazioni, tratte dalla sua graphic novel I, hanno accompagnato il numero 18 della rivista ufficiale del movimento, NeXT.
Ma adesso torniamo alla scrittura.
Dunque, si diceva, Schulz e la Natura, Schulz e il mondo: tema che possiamo affrontare, in chiave comparativa, da almeno tre punti di vista:
1) la Natura come seno cosmico, indifferente alle vicende e ai moti dell’animo dei singoli;
2) la Natura come specchio e spunto per una discesa nel Profondo;
3) la Natura come giustapposizione di motivi frammentari, nei quali l’Io, già al limite della scissione dalla sua fonte intima, galleggia tra il reperimento di un senso e lo smarrimento definitivo.
Il primo aspetto ben si ricollega alle vibrazioni crepuscolari già esplorate parlando di Corrado Govoni; il secondo attiene a una serie di dinamiche che attraversano tanto la letteratura moderna quanto quella postmoderna; il terzo è più specificamente caratteristico del Postmodernismo. Tutti e tre, però, in modi diversi, confluiscono nel Connettivismo, uniti, poi, da uno spunto, quello dell’onirismo, che sembra “fatto apposta” per fare da collante tra loro.
Ma andiamo per ordine.
1) Iniziamo dal primo profilo: la Natura come seno cosmico, colta nella sua indifferenza.
Ne Il sanatorio all’insegna della clessidra, troviamo spunti descrittivi che affondano nel mistero della profondità del cosmo. Siamo alle pagine 136-138 dell’edizione Einaudi del 2001 (Le botteghe color cannella. Tutti i racconti, i saggi e i disegni), a cura di F.M. Cataluccio e per la traduzione di A. Vivanti Salmon, V. Verdiani e A. Zelinski.
“Cammina quell’uomo sotto la farina stellare che si riversa dalle macine della notte, cammina a gran passi per il cielo, stringendosi al seno un bimbo, fra le pieghe del manto, sempre in cammino, in una marcia incessante attraverso gli infiniti spazi della notte”.
E, poco sotto:
“Ah, come il prugnolo amaro dilata la notte sconfinata e il cuore tormentato dai voli, sfiancato da felici inseguimenti, vorrebbe assopirsi un istante sopra un aereo confine, sopra un margine sottilissimo, ma da quella pallida notte senza fine si slarga una notte sempre nuova, sempre più pallida e più incorporea, disegnata da linee e zig zag luminosi, da spirali di stelle e di pallidi voli, mille volte punte da invisibili pungiglioni di zanzare, silenziose e dolci per il sangue di fanciulle, e il cuore infaticabile già delira di nuovo nel sonno, irresponsabile, immerso in complesse questioni stellari, in corse a perdifiato, in panici lunari, esultante e centuplicato, coinvolto in pallide fascinazioni, in sogni torpidi e sonnambuli, in fremiti letargici.”
Troviamo, in queste righe, oltre a sonorità “leopardiane” – senza con questo voler stabilire assai improbabili rapporti di derivazione – consonanze con autori successivi che potrebbero, invece, essersi ispirati alle venature poetiche della prosa schulziana. Penso a Stanisław Lem, anche lui polacco, che in Solaris (edizione Sellerio 2013, trad. Vera Verdiani), alle pagine 268-269 ci offre la descrizione di un pianeta animato e senziente, al margine, non diversamente dal mondo ritratto da Schulz, tra l’indifferenza ai bisogni dell’uomo e l’ostilità nei suoi confronti.
“La notte seguente, circa un’ora prima del sorgere del sole azzurro fummo testimoni di un altro fenomeno: l’oceano divenne fosforescente. Sulla superficie invisibile nell’oscurità, qua e là apparvero all’improvviso delle macchie di luce o meglio, di un chiarore biancastro e sbavato, dondolanti al ritmo delle onde. Confluirono e si sparpagliarono finché la spettrale luminescenza si estese fino all’orizzonte. L’intensità luminosa aumentò progressivamente per circa quindici minuti, dopo di che il fenomeno si concluse nel modo più strano: l’oceano cominciò a spegnersi. (…) nel corso delle successive settimane non accadde niente né all’esterno né all’interno della Stazione. Una sola volta, nel cuore della notte, udii un grido lontano che sembrava venire da tutte le parti e da nessun punto preciso: era straordinariamente alto, acuto, prolungato, simile a un piagnucolio elevato all’ennesima potenza.”
Ma si possono anche cogliere riverberi delle Città invisibili di Calvino, suadenti e inquietanti nel loro magnetismo, o – risalendo alle fonti classiche – una chiave di lettura e di percezione del mondo che potremmo definire lucreziana, riferendoci all’indifferenza della Natura nella tradizione epicurea, per come interpretata nel De rerum natura.
Queste onde emotive vibrano anche nel Manifesto del Connettivismo (opera principalmente del co-fondatore del movimento Giovanni De Matteo), in particolare là dove (al punto 7) afferma:
“Siamo lupi siderali alla deriva sulle correnti ioniche del vento solare, ombre che cantano alla notte per ascoltare l’eco delle voci risuonare in lontananza. Immersi nel flusso ininterrotto dell’informazione, ci lasciamo guidare da spettri e percorriamo le immense distese silenziose di periferie entropiche adagiate nel crepuscolo dei sensi.”
Ma lo vediamo anche nelle opere – soprattutto poetiche – di alcuni dei suoi interpreti. Penso a un altro dei co-fondatori, Sandro Battisti, e alle profondità abissali dello spaziotempo fotografate dal suo romanzo Olonomico (Ciesse Edizioni), o al recentissimo e-book di Giovanni De Matteo Terminal Shock (Mezzotints Ebook).
Vi è poi, sempre nell’ambito di questo primo profilo, un’altra valenza, quella della decomposizione, che è un’ulteriore manifestazione dell’indifferenza/ostilità della Natura. Lo vediamo ne Le botteghe color cannella, a pag. 81 dell’ed. Einaudi citata.
“Poi tutto si ricopriva di una nera scorza putrescente che si squamava in grandi falde, in croste malaticce d’ombra. E mentre in basso tutto si dissolveva e si annullava in quel silenzioso disordine, nel panico di una rapida decomposizione, in alto perdurava ancora e s’innalzava sempre più il muto allarme del tramonto, palpitante per il tintinnio di un milione di silenziosi campanelli sollevati nell’ascesa di un milione di invisibili allodole che volavano assieme in un’unica sconfinata immensità d’argento.”
Qui, oltre a percepirsi una certa consonanza con certe descrizioni – soprattutto di Mordor – nel Signore degli Anelli di Tolkien, si colgono sfumature d’incubo proprie di diversi connettivisti, sia pur con varie gradazioni di armonia e inquietudine: penso a certi versi di Marco Moretti, come questi, della poesia “Proprietà emergenti” – peraltro ricordati anche da Arielle Saiber nel suo già menzionato articolo Guardians of Fallen Angels, Wolves of the Stars: Italian Science Fiction’s ‘Connettivismo’ Collective – tratti da Concetti spaziali, oltre. Silloge connettivista (a cura di Alex Tonelli, edita da Kipple Officina Libraria, 2010):
“Prigioniero della crudele gravità
Languo nell’agonia di una profondità cristallina
Circondato da onde oscure di materiale impalpabile
All’improvviso ascendo a una nuova entelechia
Rinasco in forma di organismo cibernetico
Terrore criogenico, metallo spirituale
Sovrasto le urla dell’universo moribondo
Sfreccio libero tra intermundia d’orrore”,
dove tra l’altro il riferimento agli intermundia pare un ulteriore richiamo a Lucrezio, secondo il quale gli dèi vivevano in questi “spazi tra i mondi”, indifferenti ai bisogni degli uomini, mentre tutti i fenomeni naturali erano regolati da meccaniche combinazioni di atomi. Ma penso anche ad altri spunti poetici di Domenico Mastrapasqua e al mio racconto A un passo dal baratro, in A.F.O. – Avanguardie Futuro Oscuro, raccolta a cura di Sandro Battisti, uscita sempre per Kipple nel 2010 (e già l’anno precedente per EDS), che non riporto solo per esigenze di sia pur relativa sintesi.
E, ancora, c’è (e non solo per consonanza con il nome dell’editore appena ricordato) il tema del kipple, la palta di dickiana memoria, ovvero la spazzatura metropolitana che si accumula indiscriminatamente, invadendo gli spazi metropolitani, e che è centrale tanto nel romanzo Premio Urania 2006 Sezione π² di Giovanni De Matteo, quanto nel romanzo Premio Odissea 2012 Livido, di Francesco Verso.
2) Venendo al secondo profilo, la Natura, in Bruno Schulz, sa rivelarsi anche specchio e spunto per una discesa nel profondo dell’animo umano. Tornando a Il sanatorio all’insegna della clessidra (sempre dall’edizione Einaudi ricordata sopra), lo vediamo alle pagine 132-134, dove leggiamo:
“Allora improvvisamente tutto il parco diventa come un’immensa tacita orchestra che attende, solenne e raccolta, sotto la bacchetta alzata del direttore, che la musica maturi in essa e cresca, e a un tratto, sopra quell’immensa sinfonia potenziale e ardente, cala, rapido e colorato, un crepuscolo teatrale (…). Affondando il viso in quella folta pelliccia del crepuscolo, per un attimo tutto diventa buio, sordo e soffocante, come sotto un coperchio. (…) Proprio come quando dormiamo, isolati dal mondo, smarriti lontano in una profonda introspezione, in un viaggio di ritorno verso se stessi (…). Poiché in alto, alla luce (…), siamo un vibrante fascio articolato di melodie, un voluminoso volo verticale di allodole; nell’intimo, ci dissolviamo di nuovo in un nero borbottio, in un parlottio, in una moltitudine di storie interminabili.”
Qui, a parte le venature crepuscolari, che ci permettono di ricollegarci al Govoni del precedente articolo, cogliamo richiami alla dimensione dell’esperienza musicale come canale di comunicazione mistica con l’anima del mondo – e pare di udire, in un ideale sottofondo, il riverbero di motivi di Claude Debussy ed Erik Satie (da me ricordati nel mio articolo Connettivismo e Crepuscolarismo, uscito nel già menzionato numero 18 di NeXT, e peraltro vicini a certe suggestioni poetiche del terzo co-fondatore del movimento, Marco Milani). Si accede così a una dimensione viscerale dell’esperienza artistico-contemplativa, in cui il segreto e l’essenza stessa del cosmo è in diretta comunicazione – direi in osmosi – con la radice più spaventosa dell’identità umana: il punto in cui l’Ombra, di platonica ma anche junghiana memoria, ci prospetta davanti un muro di terrore, che nasce dall’idea paventata dello sradicamento dalla vita (e quindi) dalla Natura. Eppure, dice sempre Schulz (pag. 135 ed. cit.),
“(…) non è ancora la fine, scendiamo più giù (…); ancora un passo e siamo alla radice; e tutto diventa buio, ramoso e barbicato come nel folto di un bosco. C’è odore di borraccina e di legno marcio, le radici vagano nell’oscurità, si aggrovigliano, si sollevano, le linfe vi penetrano come aspirate da pompe. Siamo dall’altra parte, siamo nel rovescio delle cose, nell’oscurità imbastita di confusa fosforescenza. (…) Più avanti ormai questa strada non porta. Siamo proprio al fondo, alle oscure fondamenta, siamo alle Madri.”
Insomma, se si resiste un altro po’ (“Non è ancora la fine”), si arriva a un punto ancor più profondo, quel “bosco” che ricorda la “selva oscura” di Dante, dov’è possibile, un po’ come nel fitto della giungla di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, scoprire improvvisamente, in un’ideale radura, una Luce, richiamo alla meta del viaggio di ritorno verso se stessi, là dove sono “le Madri”, che paiono un rimando agli antichi miti ctonii, alla dea madre all’origine della cultura mediterranea.
3) Si vede bene come questa zona intima, fonte di terrore ma anche occasione di “salvezza”, costituisca un margine labile e come offuscato, dov’è facile tanto perdersi quanto, appunto, iniziare a ritrovarsi. Entriamo così nel terzo profilo della riflessione – la Natura come giustapposizione di spunti frammentari, in cui l’identità galleggia, sospesa tra la scissione e la (ri)connessione con la sua radice. Tutto questo prelude più chiaramente all’esperienza postmoderna, per sua natura portata a mettere l’uno accanto all’altro, senza un reale grado di fusione, gli innumerevoli aspetti di un mondo che già durante la stagione del Modernismo si era sfilacciato (pensiamo a Luigi Pirandello, ma ancor più a Franz Kafka, importantissimo riferimento per Bruno Schulz).
In particolare, la sarabanda di percezioni tipica della postmodernità si manifesta in alcune delle righe di Schulz citate in precedenza, che presentano venature che oserei definire psichedeliche: si pensi all’“oscurità imbastita di confusa fosforescenza”, alle “complesse questioni stellari”, alle “corse a perdifiato”, ai “panici lunari”, alle “pallide fascinazioni”, ai “sogni torpidi e sonnambuli” e ai “fremiti letargici”, che quasi prefigurano spunti propri della poetica di autori come William Burroughs e, in ambito più tipicamente fantascientifico, William Gibson, uno dei primi e più efficaci esploratori e precursori, a livello narrativo, degli universi sintetici della Rete.
A pag. 81 dell’edizione citata de Le botteghe color cannella, assistiamo poi a una fuga davanti al crepuscolo che arriva ad assumere tratti quasi horror:
“La gente fuggiva dinanzi al crepuscolo in panico silenzioso, ma subito quel morbo la raggiungeva e fioriva sulle fronti in un’eruzione scura; i volti scomparivano e cadevano in grandi macchie informi, e la gente proseguiva ormai senza tratti, senza occhi, seminando per via una maschera dopo l’altra, così che il crepuscolo pullulava di queste larve abbandonate, disperse nella fuga.”
L’allusione al tema della perdita delle apparenze (le maschere) e alla inevitabilità del confronto con le paure più ancestrali, per affrontare l’Ombra e attingere alla Luce – verrebbe da dire, all’alba situata dopo quel crepuscolo – è evidente. E, su un terreno connettivista, mi viene da pensare alle valenze e sonorità psichedeliche non solo di tante poesie di Sandro Battisti, ma anche della prosa di Lukha B Kremo e Mario Gazzola. Ma queste righe di Schulz ci introducono ormai all’ultimo aspetto, il fil rouge sotteso a tutti e tre i profili esaminati: l’onirismo, che non è una modalità di fuga dalla realtà, ma una specialissima chiave di lettura della sua essenza intima. Leggiamo anche, a pag. 66 dell’ ed. cit. de Le botteghe color cannella:
“Da nessun altro luogo come qui ci sentiamo minacciati dalle possibilità, sconvolti dall’approssimarsi dell’adempimento, resi pavidi e inerti dal voluttuoso sbigottimento dell’attuazione. Ma a questo punto finisce tutto. / Una volta oltrepassato un certo grado di tensione, il flusso si ferma e arretra, l’atmosfera si spegne e sfiorisce, le possibilità sfumano e tornano nel nulla, i grigi, folli papaveri dell’eccitamento si riducono in cenere. (…) / La Via dei Coccodrilli era una concessione della nostra città alla modernità e alla corruzione delle metropoli. Ovviamente non potevamo permetterci altro che un’imitazione di carta, come in un fotomontaggio fatto con i ritagli di vecchi giornali gualciti.”
L’aura, appunto, onirica di queste visioni affonda nel grigio della dimensione esistenziale, e sembra mirare proprio allo sfaldamento dell’apparato di maschere su cui essa si regge. La Natura, pare volersi sottintendere, è altro, ovvero qualcosa di ben diverso, ma del quale è possibile rendersi intuitivamente conto proprio attraverso l’esperienza della – tolkienianamente parlando – evasione in universi di sogno, costruzioni mentali ed emozionali che gemmano dalle paure e dai territori di confine che allignano nell’anima, in un’ottica proliferante che matura nel silenzio apparente di una mente in realtà sempre animata da un “parlottio”, come si è già visto – in significativa consonanza con lo stile di un autore molto vicino a Bruno Schulz, Witold Gombrowicz, che volutamente qui non approfondisco, riservandomi di farlo nell’articolo per Italica Wratislawiensia. Dietro tutta questa cortina, questa “imitazione di carta” e questo richiamo alla “corruzione della metropoli” – che mi evoca scenari tipo Il condominio di James G. Ballard – pare albeggiare un mondo appena nato e appena cosciente delle propria “possibilità”: proprio quelle da cui, sottolinea Schulz, ci sentiamo “minacciati” (con quella carica di inquietudine propria, mutatis mutandis, di scenari come quelli, per un verso, del racconto Il monaco nero di Anton Čechov, e per un altro del romanzo La lucina di Antonio Moresco). Insomma, “le Madri” di cui sopra, ovvero il mondo della Natura, dietro alle cui dinamiche a volte folli – si pensi alle visioni di un’opera come La nube purpurea di M.P. Shiel (che qualcuno ha a ragione accostato al Bianco del mio romanzo Sentieri di notte, anche se, onestamente, Shiel l’ho scoperto soltanto dopo averlo scritto) – e alla cui apparente crudele imprevedibilità – penso a Preparare un fuoco di Jack London – sembra aprirsi uno spiraglio verso l’Eterno. Si richiede, certo, preliminarmente, la lacerazione del velo dell’apparenza e il superamento del linguaggio delle illusioni. Ma senza quel linguaggio e quelle apparenze il percorso di conoscenza di sé e del mondo, in un’intima di connessione di alto e basso, di “macro” e “micro”, non sarebbe possibile. Per dirla con i fratelli Wachowski, rimarremmo prigionieri della “Matrix”.
Bruno Schulz può dunque veramente considerarsi un “volano” al centro della cultura europea del Novecento, dal punto di vista della consapevolezza del mondo e dell’io (e della loro lacerazione), ma anche dei sottili canali di collegamento tra queste dimensioni – tutti, questi, percorsi raccolti e riassunti in sé dal Connettivismo. Resta aperta – e il movimento tenta di evolversi in questa direzione – una strada, ancora in gran parte da costruire, verso una narrativa contemporanea che vada oltre rigide ripartizioni di genere e verso una fusione idealmente sempre più perfetta di suggestioni ambientali e psicologiche, di mondo e di sogno. Una narrativa insomma di flusso, capace di cogliere la vastità olistica dell’esperienza vitale, l’impronta dello spirito nella materia, la Luce dentro e oltre l’Ombra.
“(…) non sospettò mai la verità; questa lo illuminò di colpo. Comprese che non poteva ricordare le forme, i suoni e i colori dei sogni; non c’erano forme, colori né suoni, e non erano sogni. Erano la sua realtà, una realtà oltre il silenzio e la visione e, di conseguenza, oltre la memoria.”
(J.L. Borges, His End and His Beginning, da Elogio dell’ombra, in Tutte le opere, ed. Mondadori 1985, a cura di D. Porzio, pag. 355)


