di Francesco Gori
Il mondo dei lupi di Wall Street raccontato attraverso la verve di un Leonardo Di Caprio a livelli eccelsi: stiamo parlando di Wolf of Wall Street, film di Martin Scorsese.
Non uno qualunque, Martin. Del regista americano sono indelebili capolavori come Taxi Driver e Toro scatenato, ma è a Casinò e Quei bravi ragazzi che Wolf sembra rifarsi, con un’impianto narrativo simile e un’uguale sete di potere dei protagonisti, seppur in contesti diversi.
La storia è quella di Jordan Belfort, adattamento cinematografico della biografia del broker. Scorsese ci catapulta nel magico-cinico mondo della borsa con la figura di uno sbarbatello 22enne che approda a New York da perfetto “Signor Nessuno”, per diventare in pochi anni miliardario.
“Mi chiamo Jordan Belfort. L’anno in cui ho compiuto 26 anni ho guadagnato 49 milioni di dollari, il che mi ha fatto molto incazzare perché con altri 3 arrivavo a un milione a settimana.”
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Siamo nel 1987 e Jordan impara subito dal suo primo maestro, uno spassoso Matthew David McConaughey, che lo instrada sulla via della droga, la polvere bianca che ti consente di vivere al massimo in un ambiente di eccessi di ogni tipo. Stare al top è un must per il successo, e il giovane impara subito. Paga sulla sua pelle il lunedì nero di Wall of Street, ma non si perde d’animo e col vicino Donnie (un bravissimo Jonah Hill) fonda la Stratton Oakmont, società che annovera tra le sue fila spacciatori e delinquenti medi che il broker istruisce a dovere. Sarà un successo.
Gli eventi si accavallano ad un ritmo forsennato e Belfort è sempre più ricco e potente: lascia la moglie Teresa per la sexy bionda Naomi (Margot Robbie), non si risparmia divertimenti di ogni tipo, orge, sostanze speciali quali il Quaalude (sedativo-ipnotico usato come droga da sballo) e lo special Lemmon 714, yacht e Ferrari bianche. Sempre accompagnato dal suo gruppo di maturi adolescenti festaioli. Sulle sue tracce si mette però l’FBI, e per il broker saranno guai.
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Tre ore di eccesso allo stato puro. Questo è Wolf of Wall Street, perfetto mosaico di uno spaccato sociale dominato dal famelico istinto dell’accumulo, senza alcun principio morale verso il prossimo, al quale vanno rifilate le “Penny Stocks”. L’avidità è al centro della storia, ma è raccontata con stile e commedia, ed è questo il punto forte.
Leonardo Di Caprio è semplicemente strepitoso, ormai stabilmente tra i colossi di Hollywood, e sempre più meritevole del suo primo Oscar, dopo la conquista del secondo Golden Globe (proprio per questa interpretazione), successivo a quello per The Aviator. Nel ruolo del folle in stato di iper-eccitazione permanente dà il meglio di sé come in occasione della pellicola del 2005, sorprendendo per espressioni e mimiche che in alcune scene – come quella in cui è in botta da quaalude scaduto – raggiungono la perfezione. E il cast intorno compone un puzzle completo: Donnie il viscido ciccione, Alden detto “tappetino” per il suo parrucchino, Brad il muscoloso, il banchiere svizzero (il Jean Dujardin di The Artist). Una visione adrenalinica, dal ritmo esorbitante post-assunzione, il cui unico neo è l’eccessiva lunghezza, che risulta ridondante.
Colonna sonora allucinogena, come l’effetto delle droghe preferite da Jordan Belfort.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.

