PERCHÉ SANREMO È SANREMO?

di Armando Di Carlo

Perché Sanremo è Sanremo?

Quando si parla di Sanremo, l’unico refrain degno di nota degli ultimi anni non è nelle canzoni (sempre meno canticchiate e conosciute – sovente a ragione – dagli italiani) ma nei commenti del pubblico che, sempre più indeciso, si domanda: “Lo vedo o non lo vedo il festival quest’anno?”. Alla fine buona parte di esso – nonostante i duri e puri che spengono la tv per protestare contro le spese faraoniche di tale show – opta per il sì; non “perché Sanremo è Sanremo” come recitava il vecchio spot, ma perché alla fine questo carrozzone kitsch è un catalizzatore dell’italica quotidianità, una rutilante cartolina del patrio vivere.

foto http://eurofestivalit.altervista.org/

foto http://eurofestivalit.altervista.org/

Rutilante sì, ma solo per le luci del teatro, non certamente per la patetica crisi che, come erba cattiva, tutto sembra avviluppare; idee, talenti, creatività, presentazioni, abbigliamento, arte… e persino la tanto decantata “bellezza”, tema dell’edizione 2014, tanto decantata e discussa nella serata, ma assolutamente assente dalla scena.

Tutto inizia come nel 95’ (ricorderete tutti quando il buon Pippo Baudo in versione “eroica” salvò da morte sicura un aspirante suicida), con due presunti operai napoletani che, stranamente invisibili a tutti, riescono a salire sulle impalcature dell’Ariston e minacciano di gettarsi se Fazio dovesse rifiutarsi di leggere la loro lettera di proteste. Ovviamente il conduttore legge la lettera “scritta a mano” e, da par suo, sforna istantaneamente un’orazione in difesa dei lavoratori ma – attenzione qui –  celebrando il valore  festival come inno alla leggerezza.

Nel mentre, fuori, sul tappeto rosso, Grillo fa la sua “campagna politica” contro la RAI tutta, Gubitosi e Fazio in testa ma anche cameraman, giornalisti, coristi etc. etc… entrando poi a godersi lo spettacolo (e avendo anche pagato il biglietto!). Ma lasciamoci l’avanspettacolo alle spalle e concentriamoci sullo “spettacolo”.

Stucchevole evidenziare l’estrema e gratuita volgarità di Luciana Littizzetto (ma, come ci conferma Checco Zalone, è ormai appurato il successo della volgarità gratuita che tanto fa divertire gli ignorantissimi italiani che, ahinoi, – parlando di grandi masse – forse nemmeno potrebbero comprendere comicità più elaborate).

Il vero momento clou della serata, come in ogni manifestazione canora che si rispetti, consiste nelle  performance dei primi sette artisti in gara. Al di là dei soliti roboanti annunci di “grandi novità”, il tutto “all’insegna della contemporaneità”, i risultati sono a dir poco disastrosi. La palma d’oro… ops il Leone di Sanremo è più appropriato vista la circostanza, lo diamo alla “Perturbazione” (credo nel senso di “angoscia interiore” o “turbamento dell’animo”), band piemontese che sbaraglia tutti gli altri concorrenti in fatto di pessima musica e testi, ove fosse possibile, peggiori.

Leggiamo insieme il primo, “L’Italia vista dal bar”

L’Italia vista dal bar

E’ un’istantanea di noi

Quasi impossibile da spiegare

Non c’è governo che tenga

Una possibilità

Che qualche cosa potrà cambiare

Un Biancosarti al mattino

Cappuccini fumanti

Il centravanti cos’ha mangiato

I tramezzini imbottiti

I vecchi pensionati

Inebetiti con il passato

E questi siamo noi

Poeti, santi ed avventori

E mediamente eroi

Qualcuno ce l’ha fatta

Ed è volato via

Ma quanta nostalgia

L’Italia vista dal bar

E’ sempre un fatto degli altri

Ognuno c’entra

E si sente a casa

C’è il giornale che aspetta

Un’altra sigaretta

Un salutarsi come per strada

E uno straniero è straniero

Perché questo mistero

Resterà senza soluzione

E se la gente s’incazza

Scenderemo in piazza

Oppure a far la ri-colazione

E questi siamo noi

Poeti, santi ed avventori

E mediamente eroi

Qualcuno ce l’ha fatta

Ed è volato via

Ma quanta nostalgia che ha

E non importa se il posto

Non è più fisso, non è più lo stesso

Ci deve essere un nesso

Tra la felicità e l’espresso

Proprio adesso

Proprio adesso

L’Italia vista dal bar

E’ un’istantanea di noi

Quasi impossibile da spiegare

Ed io che cerco un nesso

Ra un desiderio espresso

E la felicità qui e adesso.

Beh, che dire, il “testo” si commenta da sé.  Ma cos’è, uno scherzo? O forse, visti i precedenti omaggi a Fabrizio De Andrè (per altro bene interpretato da Ligabue) ed a Jannacci (con la coppia Fazio – Casta), un tributo a Freak Antoni degli Skiantos? No, non credo, quel gruppo era più decisamente più “serio”. Forse un malriuscito esperimento dada? Fate un po’ voi… nel mentre io piango per qualche istante la prematura scomparsa (restando in tema) della lingua italiana.

Con la seconda, denominata “L’unica”, quella classificata per la fase successiva, – sembra difficile, lo so! Ma credetemi – va ancora peggio. Melodie che, come nel primo caso ma qui in maniera più marcata, richiamano alla memoria altri motivetti banali di epoche andate e testo preadolescenziale (da pre-adolescente un po’ ignorante) che non si può certamente definire un manifesto di femminismo.

Leggiamo insieme anche questo, giusto per farci del male:

Erika, tu eri l’unica

Ma soprattutto nelle ore di ginnastica

Per te solo al pensiero

Io mi sentivo un uomo

Per te io componevo inutili poesie

Angela, serata libera

Dentro al silenzio nella camera dei tuoi

Abbiam rifatto il letto

Ci ha visti solo il gatto

Con la paura dello scatto della serratura

Monica, confetti e musica

Un tatuaggio che ora anch’io so dove sta

La messa è già finita

Tu ti sei rivestita

E siamo gli ultimi invitati a andare via

Chi  sono io

Cosa sarò

Che coso sono stato

Tra quello che ho vissuto

E quello che ho immaginato

Ora di te cosa farò

E’ così complicato

Se muoio già dalla voglia

Di ricordarti a memoria

Come stai

Arianna sono io

E tuo marito che da sempre è amico mio

Parlaci di nascosto

Noi non abbiamo un posto…

No! Basta, per carità! L’altra metà cercatevela da soli, io non riesco ad andare oltre brr, brrr, brrr e ancora brrrr! I due operai cassintegrati erano certamente più artisti della “Perturbazione” e, si fossero presentati in gara, magari avrebbero potuto risolvere il loro problema di remunerazione vendendo sicuramente più copie di quante possano venderne questi sei scappati di casa (o da qualche manicomio?). Caliamo un sipario pietoso (sperando in una eliminazione preventiva a furor di popolo).

Tutto il resto è noia, no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia, maledetta noia. Anche i vocalizzi suadenti di Antonella Ruggiero non erano sostenuti da musiche e testi memorabili. Forse la prima cantata da Arisa un gradino sopra gli altri brani… ma ovviamente scartata senza possibilità di appello. Raphael Gualazzi e quel tale mascherato The Bloody Beetroots e chi li capisce, mah! Frankie Hi Nrg Mc una prima penosa e una seconda andante, o meglio, pedalante. Giusy Ferreri canta sempre la stessa canzone (febbre o non febbre). Cristiano De André boh,velleitaria imitazione del padre.

Comunque sia, al netto di quattro ore di atrocità di ogni ordine e grado, il tributo versato dalle nostre povere orecchie e dai nostri occhi che rimpiangevano di vedere (ci mancava pure la Carrà in duetto con la Littizzetto, sic!) è stato accettabile per gustarsi il ritorno in tv di Cat Stevens con due brani nuovi e il vecchio cavallo di battaglia “Father and Son”.

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