di Emiliano Morozzi
“Non c’è niente da fare, quando la strada si rizza sotto i pedali, Pantani è il più forte!”: con queste indimenticabili parole e con la voce emozionata di chi sa di commentare un evento di portata storica, Adriano De Zan raccontava l’ascesa del ciclista romagnolo verso la vetta del Galibier e verso la vittoria del Tour de France, in una giornata di luglio flagellata da nebbia, pioggia e un freddo pungente. Sei anni dopo toccò al figlio Davide annunciare, sempre con la voce rotta dall’emozione, la discesa all’inferno di Pantani, morto in una stanza d’albergo sulla riviera romagnola mentre il cielo fuori era livido come quel pomeriggio in terra di Francia. Una vita, quella dello scalatore romagnolo, che sembra il profilo di una di quelle tappe alpine a lui tanto care: rapide ascese verso il successo e la gloria, e altrettanto ripide discese verso il basso, prima nella sfortuna che ha costellato tutta la sua carriera, poi nell’abisso della depressione e della droga.
Ma più che il Pantani crocifisso per un sospetto, quel Pantani che dopo la squalifica nella tappa del Giro 1999 a Madonna di Campiglio non risorge più, se non per un disperato canto del cigno al Tour del 2000, voglio ricordare il Pantani che sbatte tante volte il muso per terra, che viene azzoppato da continui infortuni, che cade nella polvere ma ogni volta risale rabbiosamente in sella e torna a fare quello che sapeva fare magnificamente quando la strada si impennava all’insù: pedalare. Il Pantani ciclista appartiene a una specie protetta: in un’epoca in cui passistoni alla Indurain lasciano le briciole agli avversari nelle grandi corse a tappe sbriciolando la concorrenza a cronometro e spianando le grandi salite con il rapportino e frequenze di pedalata fuori dal comune, il romagnolo riporta nel ciclismo emozioni antiche. È scalatore puro, piccolo e fragile in pianura, ma quando la pendenza si fa dura, è capace di seminare qualsiasi avversario. Ma la grandezza di Pantani non sta solo in questo: il romagnolo è un combattente, non è uno che aspetta l’ultima salita per scappare, ma quando vede una salita, fosse anche un cavalcavia, parte all’attacco senza pensarci due volte, movimentando la corsa e regalando spettacolo.
Spericolato anche in discesa, costruisce su questa abilità la sua prima vittoria al Giro d’Italia, durante la tappa Lienz – Merano: attacca sul passo del Giovo, si getta in discesa con una posizione pericolosissima (col sedere quasi a sfiorare la ruota posteriore), raggiunge lo svizzero Richard in fuga e lo semina, guadagnando quasi un minuto sul gruppo dei migliori. A fine gara, Pantani si lamenterà degli avversari “Così portano Berzin in carrozza” e prometterà battaglia per il giorno dopo. Sembrano le parole avventate di un ragazzino di 24 anni che ancora non ha imparato a stare in gruppo, ma quel ragazzino ha già le stimmate del campione. Il giorno dopo c’è la tappa più dura del Giro, la Merano – Aprica, con lo Stelvio e la salita più dura del Giro: il Mortirolo. Pantani non aspetta, e dopo appena un paio di chilometri d’ascesa scatta: il campione Indurain, uomo d’esperienza, continua a pedalare del suo passo, Berzin invece, con la spavalderia di chi ha la maglia rosa addosso, lo segue. Il ritmo di Pantani è indiavolato e Berzin naufraga, alle sue spalle però rinviene Indurain che limita i danni in cima al Mortirolo e aggancia Pantani in discesa. Sembra la fine del sogno per il ragazzo di Cesenatico, ma sull’ultima asperità di giornata avviene il miracolo: Pantani scatta ancora e stavolta è Indurain a crollare, vola in discesa e per un pugno di secondi non conquista la prima maglia rosa. Pantani non si dà per vinto e dopo avere perso terreno nella cronometro del Passo del Bocco, ritenta l’impresa sulle Alpi francesi nella tappa che arriva a Le Deux Alpes: scatta sulla prima salita di giornata, il durissimo Colle dell’Agnello, cavalca da solo sulle rampe dell’Izoard ma viene ripreso nel lungo tratto in falsopiano prima del Lautaret. Il ciclista romagnolo, alla seconda partecipazione al Giro, conquista il podio.
Qualche mese dopo tenta la fortuna sulle strade di Francia. Il terreno non gli è favorevole: troppo lento nelle cronometro e incapace di fare la differenza sulle lunghe ma regolari salite transalpine, Pantani fa la conoscenza con una compagna di viaggio che lo seguirà per buona parte della sua carriera: la sfortuna. In un breve tratto di discesa durante la salita del Glandon il romagnolo cade e l’infortunio sembra grave, ma dopo essersi rialzato e aver riagganciato il gruppo, firma un’impresa delle sue, scattando sull’ascesa finale e garantendosi col vantaggio accumulato il podio sui Campi Elisi a Parigi.
La sfortuna torna a colpire l’anno dopo: alla vigilia del Giro d’Italia, Pantani mentre si allena è travolto da un auto, e l’infortunio lo estromette dalla corsa rosa. In Francia il campione romagnolo non fu capace di lottare per la classifica generale, ma mise il primo sigillo sulla salita dell’Alpe d’Huez e ottenne un secondo successo nella tappa di Guzet Neige dopo una fuga di quasi cinquanta chilometri. La sfortuna è ancora in agguato: durante la Milano – Torino Pantani è investito da un’auto pirata e si rompe tibia e perone.
La carriera del ciclista sembra finita, ed invece ancora una volta il romagnolo è capace di tornare in sella e di tornare a vincere, nonostante la sfortuna torni a colpirlo al Giro d’Italia 1997 sotto forma di gatto nero (guardacaso) che gli attraversa la strada nella discesa del Chiunzi: ennesimo capitombolo, lesione muscolare e Giro finito. Pantani ancora una volta non si arrende: va al Tour, prova in tutti i modi ad attaccare il nuovo padrone della corsa, Ullrich, mette per la seconda volta la firma sulla tappa dell’Alpe d’Huez al termine di un’irresistibile cavalcata (neppure un marziano come Armstrong ha saputo fare di meglio) e due tappe dopo si impone a Morzine.
Il 1998 è l’anno che chiude questa nostra storia: Pantani arriva finalmente al Giro d’Italia senza essere stato bersagliato dalla sfortuna, ma come nelle altre stagioni, trova di fronte a sé un avversario capace di bastonarlo non solo in pianura e a cronometro, ma anche in salita: lo svizzero Alex Zulle. Sulla salita di Lago Laceno l’elvetico stacca Pantani sul suo terreno, a Piancavallo limita i danni e nella cronometro di Trieste sembra assestare il colpo del k.o. Il distacco dalla maglia rosa è enorme ma sulla Marmolada Pantani smette di vestire i panni del corridore di belle speranze e indossa quelli del campione: con un’impresa d’altri tempi, parte sul pezzo più duro della salita e va in fuga con Guerini, dilatando il vantaggio sul Passo Sella e conquistando la prima maglia rosa della carriera. Sull’Alpe di Pampeago Pantani soffre il ritorno del russo Tonkov e il 4 giugno si arriva al duello finale: appena comincia la salita di Montecampione, Pantani scatta gettando a terra la bandana, gesto che diventerà il simbolo dei futuri attacchi, ma il russo resiste a uno, due, dieci scatti. Quando ormai sembrano non esserci più speranze, Tonkov cede, di schianto, e Pantani conquista quel vantaggio che vale la maglia rosa. Al Tour de France, Pantani parte senza fare troppi proclami, ma dentro di sé cova l’impresa che lo porterà nella storia. L’avversario dell’anno precedente, Ullrich, accumula un enorme vantaggio a cronometro, il romagnolo sulle salite pirenaiche recupera terreno (vincendo la tappa di Plateau de Beille) ma ai piedi delle Alpi, ha ancora cinque minuti da recuperare: un’impresa al limite del disperato. È lì che Pantani vola nel mito e conquista la doppietta Giro – Tour, accoppiata riuscita solo a pochissimi grandi del passato: sulla salita del Galibier, in un clima da tregenda, Pantani scatta in mezzo alla nebbia lasciando sul posto gli avversari e via via che si avvicina la vetta e si dilata il vantaggio, la sua pedalata si fa sempre più decisa e quella del suo avversario sempre più stanca ed appannata. In discesa Pantani stavolta riprende fiato, per poi dare tutto sulla salita finale: il Pirata (questo ormai è il suo soprannome) non smette mai di pedalare, neppure sulla linea del traguardo, Ullrich arriva più di otto minuti dopo, con la faccia di chi ormai si è rassegnato alla sconfitta.
Qui si conclude la storia di Pantani ciclista: quello del 1999 non era più un corridore, ma un oggetto da circo mediatico, non più il timido personaggio degli esordi, ma un campione spavaldo, che si fece troppi nemici facendo incetta di tappe al Giro d’Italia, prima della squalifica di Madonna di Campiglio. Preferisco ricordare con le parole di Adriano De Zan quel Pantani gracile e bersagliato dalla sfortuna ma che dopo tante peripezie finalmente nella tappa di Montecampione, con la maglia rosa addosso, “vince, trionfa, alza le braccia al cielo.”




Marco Pantani… una leggenda, un ciclista che ci ricordiamo bene, eppure sembra già lontanissimo, ultimo simbolo di un ciclismo d’altri tempi
Um senhor das BICICLETAS…
es verdad lo que dice Marco, un senor de la bicicleta y un mito para los italianos y para los que quieron al ciclismo
Tra le tante imprese di Pantani mi piace ricordarne una che quasi nessuno menziona, il terzo posto al Mondiale di Duitama in Colombia quando solo l’accoppiata spagnola composta da Olano e Indurain impedì al “Pirata” di vincere il titolo…
http://www.videopeloton.com/dettaglio.aspx?CodFile=50717
Fantááástico!!!
… 13 gennaio 1970 … nasceva Marco Pantani … immenso “Pirata”, il suo ciclismo ci manca e mai nessun altro mi emozionerà così …