Con questa recensione di Quinto potere, iniziamo una mini-rassegna in cinque puntate a cura di Caterina Pardi, su alcuni film del recente passato legati da un filo conduttore.
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La televisione senza etica: Quinto Potere di S. Lumet
di Caterina Pardi
Dopo essere stato licenziato dalla rete Ubs a causa del crollo di ascolti del suo editoriale, il presentatore televisivo Howard Beale (Peter Finch) dichiara davanti alle telecamere di volersi suicidare in diretta. L’intervento crea scalpore e scandalo, facendo salire vertiginosamente l’indice d’ascolto della trasmissione. Beale, depresso ma in preda a una sorta di folgorazione, si sente investito di un ruolo messianico: parlare alla gente per mettere a nudo e denunciare le ipocrisie della società; i dirigenti della rete, presentendo la possibilità di accaparrarsi uno show di successo, decidono cinicamente di sfruttarlo cucendogli addosso l’immagine di “folle predicatore dell’etere” per poi, non appena l’indice di ascolto subisce un nuovo calo, sbarazzarsene “terminandolo” in diretta.
Con un’enfasi dai toni talvolta apocalittici, Quinto Potere (Network,1976) rivolge una critica impietosa al sistema delle grandi imprese di comunicazione. Mostro onnivoro che tutto fagocita, omogeneizza ed espelle, il sistema dei mass media appare come un potente strumento di manipolazione delle coscienze, di riproduzione del sistema costituito attraverso l’induzione di idee e desideri funzionali allo status quo.
Adorno e Horkheimer, nel loro più celebre libro, individuano nella televisione un incontrollabile e invincibile potere omologante, capace di erodere o disinnescare gli spazi informativi ed espressivi indipendenti, costituzionalmente allergico a ogni produzione libera e autonoma di significati; Quinto potere ci introduce nel luogo in cui tale processo di censura/assimilazione dell’Altro ha origine: la redazione di un importante telegiornale.
I dirigenti della Ubs, innescando un’escalation irreversibile di concessioni ad audience e profitto, subordinano consapevolmente la qualità della programmazione, sia da un punto di vista etico che estetico, ai loro interessi. Licenziato l’illuminato responsabile del reparto informazioni Max Shoemaker (William Holden), a prendere le redini del programma è la cinica Diana Christensen (Faye Dunaway) che, con la complicità del presidente della rete Frank Hackett (Robert Duvall), non esita a creare una sorta di telegiornale – spettacolo. Si tratta di un contenitore polimorfico nel quale, sotto il comune denominatore dell’entertainment, s’intrecciano inchiesta politica, oroscopo, documentario e varietà. E il giornalista Beale ne è il delirante anchor-man.
Ciò a cui si assiste si potrebbe definire, usando sempre attuali categorie habermasiane, una vera e propria presa di potere: la conquista di un’importante area del “mondo-della-vita”— quello dell’informazione — ad opera della “razionalità strumentale”, una modalità di agire – in origine propria solo dei “sottosistemi” economico e politico – che mira non all’autocomprensione della società, ma al convincimento e al conseguimento di interessi economici e politici particolari. Il termine “mondo-della-vita” indica “l’insieme di linguaggio, conoscenze, concezioni tramite cui capiamo il mondo e da cui, attivandole come motivazioni e forme comunicative, traiamo gli orientamenti per la nostra vita di tutti giorni”.
Quinto potere (qui a destra Peter Finch in una scena del film, foto Wikipedia) ci mostra come nella comunicazione mediatica la rappresentazione di un fatto non sia più legata alla verità e alla profondità delle interpretazioni formulate dal giornalista, libere da istanze di dominio, secondo le norme della “razionalità comunicativa” (che prescrivono la priorità dell’argomentazione razionale) ma ad intenti manipolatori e persuasivi realizzati attraverso processi di narrativizzazione e spettacolarizzazione della notizia.
Non solo. L’indifferenza (e insofferenza) del sistema televisivo alle necessità comunicative può essere rilevata e criticata pubblicamente senza che esso ne esca minimamente intaccato: le “idee sovversive” del “folle predicatore dell’etere” Howard Beale vengono riassorbite senza danno dall’organizzazione; la ribellione dei telespettatori sotto l’unico grido “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più” diventa nient’altro che un tormentone televisivo. Per Marcuse il sistema dei media ha acquisito la capacità di riassorbire le forme culturali che gli si oppongono:
Con la sua graduale scomparsa, il Grande Rifiuto viene a sua volta rifiutato: “l’altra dimensione” viene assorbita nello stato di cose prevalente. Le opere nate dalla condizione alienata (in questo caso si parla di alienazione artistica) sono incorporate in questa società e circolano come parte integrante dell’attrezzatura che adorna lo stato di cose prevalente e ne illustra la psicologia. Esse diventano in tal modo strumenti pubblicitari — servono a vendere, a confortare o a eccitare.
L’idea che ogni forma di arte e di critica sia destinata a essere inglobata e in qualche modo “neutralizzata” dal sistema oggi andrebbe forse mitigata, non estesa all’intero sistema delle comunicazioni – radicalmente mutato dai tempi in cui il fondamentale volume di Marcuse vide la luce – tuttavia è perfettamente idonea a descrivere il precedente regime; essa costituisce un utile riferimento nell’analisi di Quinto potere, che pare evidentemente condensare quelle preoccupazioni. Preoccupazioni che si riattualizzano ogni volta che una forza, pubblica o privata, sembra intervenire a limitare o asservire un libero territorio — come accade anche oggi per la rete, sempre vigile nell’individuare i tentativi di ridimensionare le possibilità comunicative e informative degli utenti e la tendenza a sfruttare i contenuti condivisi a fini di marketing.
Quando Howard Beale dichiara in diretta televisiva l’intenzione di suicidarsi, i dirigenti del network, in preda al panico, temono inizialmente di subire forti ripercussioni, di essere sanzionati dal pubblico e dalla Federal Communication Commission. Invece l’intervento di Beale si rivela una miniera di ascolti e i dirigenti, anziché licenziarlo, decidono di creare un programma basato sulle sue esternazioni. Il flusso televisivo è talmente “vischioso” che persino un gruppo terroristico può tranquillamente venire a fare parte della sua indiscernente trama.
Il film è efficace nel mostrare come una violazione del codice etico e del buon gusto in nome del denaro e del successo possa provocare un “effetto domino”, generandone un’altra e poi un’altra ancora. Un esempio analogo, in salsa repubblica delle banane, sono le nostre televisioni, pubbliche e private, durante il periodo berlusconiano, che ha generato una crescente irreperibilità nel flusso televisivo delle categorie del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso.
Tuttavia, sottolineando anche il problema del “corretto uso”, rimandando quindi agli individui la responsabilità del prodotto culturale-comunicativo si scongiura una condanna “ontologica” del mezzo. Il secondo film che andremo ad analizzare amplia ulteriormente le speranze in questo senso.



riferimenti bibliografici:
M.Horkheimer, T.W.Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1966.
J.Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, Il Mulino, Bologna 1997.
H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967.
Grazie, Caterina, per la preziosa integrazione, a mercoledì prossimo per la seconda recensione della serie!