di Alberto Giusti
“Che domenica bestiale!”, cantava Fabio Concato ben trent’anni fa. A riascoltare o rileggere quella canzone, viene da domandarsi cosa ci fosse di bestiale in quella splendida domenica descritta dal cantautore italiano, passata in coppia, in riva ad un lago assolato, rispetto alle nostre domeniche, le domeniche ai tempi delle “liberalizzazioni”.
Pochi giorni fa il Tar della Toscana ha sospeso le ordinanze dei comuni di Prato e Pontedera che di fatto rendevano inefficaci le misure prese recentemente dal governo Monti in materia di orari degli esercizi commerciali, che permettono l’apertura degli esercizi senza soste durante la settimana, provocando così l’apertura non-stop dei grandi centri commerciali, diffusi ovunque nella regione e in tutta Italia, negli ultimi 10-15 anni. Contemporaneamente, però, la Regione Toscana ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale, ritenendo che il provvedimento governativo non riguardi la “tutela della concorrenza”, argomento di competenza esclusiva dello stato centrale secondo l’articolo 117 della Costituzione, bensì il commercio, di competenza invece regionale.
La decisione che i giudici della nostra corte suprema prenderanno in merito ha un sapore tutt’altro che giuridico. La domanda posta è soprattutto economica: può effettivamente l’apertura non-stop degli esercizi commerciali costituire una misura a favore della concorrenza? E può invece un giorno di chiusura settimanale andare a danneggiarla? Se effettivamente è così, ha ragione il governo.
Ma il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ha affermato già a gennaio che nella sua regione la concorrenza esisteva già senza dover aprire tutte le domeniche. Difficile dargli torto: nelle classifiche di Altroconsumo, da anni Firenze si piazza ai primi posti tra le città in cui è più conveniente fare la spesa, seguita a poca distanza da Pisa e Arezzo. Rossi ha anche difeso l’equilibrio raggiunto in Toscana fra piccola, media e grande distribuzione. Forse questo equilibrio non è così palese a tutti e il giudizio su di esso dipende molto dalla sensibilità di ognuno sul tema, che si lega fortemente ai facili campanilismi comunali e alla propria situazione economico-professionale. Ma una cosa è sicura: questo equilibrio, in Toscana e altrove, verrà sicuramente spezzato dalla liberalizzazione degli orari dei commercianti.
I piccoli negozi non possono e non potranno competere con l’apertura senza freni dei grandi centri; molti, già in difficoltà in una crisi in cui sempre meno consumatori possono permettersi di non guardare al centesimo in più o in meno, non riusciranno a sostenere i costi di un ulteriore giorno di apertura. Dall’altra parte, già oggi la grande distribuzione copre le sue necessità domenicali di forza lavoro con l’utilizzo di lavoratori precari, pratica che con la liberalizzazione si sta moltiplicando a dismisura.
È questa la crescita che va incentivata? Comprare di più per lavorare peggio? Orgasmo da carta di credito strisciata? Moltiplicazione di contratti a breve, brevissimo termine, e danneggiamento irreparabile di quell’ingrediente fondamentale del tessuto urbano che sono i piccoli negozi? Perché non solo di convenienza alle casse stiamo parlando: la distribuzione delle attività economiche su un territorio determina i legami sociali e può fare la differenza fra il degrado e il benessere di un quartiere o di una cittadina.
Non bastava forse già prima un giorno di apertura domenicale al mese? Non posso non citare un esempio vicino a chi scrive, quello dato dalla piana fiorentina, in cui tre comuni con ognuno un grande centro commerciale si autoregolavano permettendo l’apertura una domenica a testa, e la chiusura contemporanea di tutti gli esercizi solo una domenica al mese, escludendo i periodi festivi in cui veniva permessa l’apertura continuativa. Scenari di equilibrio di questo tipo sicuramente si trovano anche in altre parti d’Italia, nelle aree metropolitane delle nostre città e delle nostre province.
Se davvero si vuole stimolare la concorrenza, forse sono equilibri di questo tipo e del tipo citato da Enrico Rossi a dover essere ricercati, piuttosto che la solita, idealistica deregulation sfrenata, venduta come panacea di tutti i mali.




“orgasmo da carta di credito strisciata”
e
“deregulation sfrenata”
fantastico! ottima riflessione.
Una riflessione andrebbe fatta non solo dal punto di vista della convenienza economica ma anche dal punto di vista della convenienza sociale: è giusto costringere tutta una serie di persone a lavorare di Domenica, incidendo profondamente nella loro vita di relazione, a fronte di vantaggi economici tutti da dimostrare (qualche centro commerciale ha ventilato pure l’ipotesi di pagare le domeniche come giornate normali, per non parlare appunto dell’utilizzo dei precari)?
grazie simone 😉
caro emiliano, sono d’accordo con te. lavorare 7 giorni su 7, senza tempo da dedicare alla famiglia (che sia da costruire, o da curare), ad un po’ di relax, agli amici. l’individuo rischia di perdere sensibilità, lucidità, una specie di chaplin de “i tempi moderni”.
Condivido, Emiliano, il problema purtroppo è talmente esteso che i danni sono ormai irreparabili e a pensarci a me viene solo un gran tristezza