di Nicola Pucci
Tarda primavera o estate che sia, è tempo di scavalcare le Alpi ed avventurarci in un luogo che immancabilmente occupa i nostri sogni: la Provenza. Lo scriba vi accompagna oggi in visita a tre gemme di questa terra profumata e affascinante: scopriremo le mille fontane di Aix en Provence, faremo un salto nella romanità di Arles, ammireremo l’esuberanza papale di Avignone.
Aix en Provence è città che fu cara al pennello fertile di Paul Cezanne, che qui nacque, visse a più riprese e trovò la morte nel 1906. Il suo centro storico è tra i più belli di Francia e da Place de Gaulle, con la sua maestosa fontana chiamata Rotonde, si dispiega il Cours Mirabeau, viale ornato di platani abbellito da tre delle centouno fontane di Aix – alimentate da acque termali – e lungo il quale si affacciano caffè, ristoranti, negozi e banche ospitati dall’elegante architettura di palazzi settecenteschi. La fontana dei Nove Cannoni, la fontana dell’Acqua Calda e la fontana di Re Renato: questi i nomi delle tre vasche ed ognuna di esse meriterebbe che se ne conoscesse la storia.
E’ sicuramente meglio però che la scopriate da soli, entrate allora nel dedalo di vicoli del centro storico e passeggiate magari mischiandovi ai giovani universitari che amano ritrovarsi in Place de l’Hotel de Ville, oppure ammirando le sinuosità gotiche della chiesa di St.Jean de Malte, meglio ancora lasciandovi cullare dal canto degli uccellini nel chiostro della cattedrale di St.Sauveur. Rimanete poi in ascolto del rintocco della Torre dell’Orologio ricavata dalle mura medievali e terminate il percorso al Pavillon Vandome con il magnifico giardino alla francese.
Arles è la mia preferita, non posso proprio negarlo. Mi accoglie con compostezza ed eleganza tra le sue meravigliose fattezze romaniche e vi consiglio di soggiornare tra le camere civette dell’hotel “Le Calendal” che si affaccia proprio sul Teatro di augustea costruzione. Sono tanti i monumenti che questa piccola cittadina può vantare, dal 1981 protetta dall’Unesco tra i beni dell’Umanità e che si fregia del prestigioso titolo di ville d’art et d’histoire. L’Arena è a pochi passi, con i suoi 21.000 posti che consentono oggi di assistere alla course camarguaise (esibizione taurina che fortunatamente non prevede l’uccisione dell’animale), e che fa parte di un complesso più ampio che comprende pure le Terme di Costantino, di cui è ben conservata l’ala settentrionale, e il Circo, di cui rimangono poche tracce ed un obelisco di incerta derivazione.
Ma Arles è anche la città che fu musa ispiratrice dell’infinito talento di Van Gogh, che qui trovò residenza tra il 1888 e il 1889. Alcune opere del pittore sono tra le più famose e mirabili dell’intera storia dell’arte: mi viene in mente Place du Forum, che oggi appare così come Vincent la disegnò con i suoi caffè e i suoi tavoli all’aperto; la necropoli degli Alyscamps, con i suoi viali alberati e i sepolcri di pietra che si meritarono pure una citazione di Dante Alighieri; la camera di Arles – dove l’artista attese l’amico Gauguin -, con il suo arredamento semplice e gli angosciosi colori del pavimento e delle pareti.
In stile romanico provenzale è la bellissima Chiesa di Saint-Trophime, con la spoglia facciata che osserva l’andirivieni delle genti in Place de la Republique e al suo interno offre ai pellegrini la frescura di un chiostro tra i più intimi che mi sia mai capitato di visitare.
Avignone odora di storia e di medioevo, ma sarebbe troppo riduttivo etichettarla solamente come la “città dei papi“. Sì, perchè fu qui che i pontefici si trasferirono nel corso del XIV secolo – si parla di “cattività avignonese” – per garantire la loro sicurezza da una Roma dilaniata e insanguinata da lotte intestine. Clemente V fu l’arteficie dell’esodo in terra d’Oltralpe, ma fu Benedetto XII ad avviare la realizzazione di quel Palazzo dei Papi che stupisce per l’imponenza della struttura che domina la città e volge lo sguardo al Rodano. L’edificio si compone di due complessi, distinti ma anche complementari tra loro, il Palazzo Vecchio e il Palazzo Nuovo, ed è un’esplosione di torri, merletti, gallerie, cappelle e corti interne. Ricordo di esser giunto al cospetto del mastodonte in pietra di sera, al calar del sole, e risalendo dal parcheggio sotterraneo alla spianata antistante invasa di artisti di strada e ristoranti all’aperto rimasi senza fiato davanti a cotanto prodigio architettonico.
C’è ovviamente dell’altro, in quello che è il capoluogo del dipartimento del Vaucluse. Per esempio la storia curiosa del Ponte Saint-Benezet, noto come il Ponte d’Avignone, dal nome del pastorello delle montagne dell’Ardeche che lo volle costruire. La leggenda narra che Dio avesse comandato al giovane di edificare un ponte sul Rodano e che Benezet, forte dell’aiuto divino, avesse sfidato il vescovo della città. Il prelato avrebbe infine accettato ma avrebbe imposto a Benezet di portare in spalla una pietra di dimensioni gigantesche e di gettarla nel fiume. Il pastore accolse l’invito del vescovo, sollevò il masso e lo scagliò nel Rodano. In realtà il ponte, che singolarmente si allunga fino a metà fiume conferendo alla struttura suggestione e mistero, crollò in parte a causa probabilmente delle piene e quel che ne rimane è oggetto della famosa canzone “sur le pont d’Avignon on y danse on y danse, sur le pont d’Avignon on y danse tous en rond“.
Benvenuti in Provenza, e godetevi la promenade: ne vale la pena, parola di scriba.



