di Matteo Boldrini
Partiti della sinistra radicale italiani e Tsipras
Le elezioni europee hanno disegnato un panorama politico estremamente modificato rispetto a quello uscito dalle urne nel febbraio 2013. Tra le tante forze politiche che hanno bisogno di iniziare un profonda riflessione sulla propria natura e sulle proprie prospettive, vi è senza dubbio l’area della sinistra radicale italiana. Riunitasi nella lista comune “L’Altra Europa con Tsipras”, a sostegno appunto della candidatura a presidente della commissione di Alexis Tsipras, leader del partito greco Syriza, la lista ha ottenuto poco più del 4%, riuscendo per un soffio a superare lo sbarramento e ad eleggere tre eurodeputati.
Alexis Tsipras – maurizioacerbo.it
Molti, visto il risultato hanno parlato di un successo per la lista, complice anche il sostanziale monopolio mediatico dei tre partiti principali. Tuttavia se andiamo a vedere il risultato nel concreto, c’è ben poco da festeggiare. La lista ha conseguito poco più di un milione di voti (1.103.203), grossomodo la stessa percentuale ottenuta da Sinistra Ecologia e Libertà alle scorse elezioni politiche, quando il partito di Vendola si fermò a 1.089.231 voti. Se consideriamo che nella lista per Tsipras era riunita anche una serie di forze politiche, da Rifondazione Comunista ai movimenti ispirati da Rodotà, che alle scorse politiche erano confluite in Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, il calo appare ancora più drammatico. Se facciamo un confronto con le europee del 2009, quando la lista si presentò divisa in due diversi partiti, troviamo che essa riuscì a raccogliere quasi due milioni di voti (1.034.730 Rifondazione e 951.727 Sel) restando fuori dalla rappresentanza sia perché divisa, sia per non aver raggiunto la soglia del 4%. Si può quindi affermare che il bacino della sinistra radicale sia più o meno esattamente lo stesso dell’anno scorso e che la diversa percentuale che gli ha permesso l’accesso alla rappresentanza sia da imputare più ad un astensionismo asimmetrico, che ha penalizzato maggiormente i partiti di centro-destra ed il movimento cinque stelle, che non ad un aumento particolare della base di consensi. Se non si può parlare di sconfitta, di certo non si può farlo neanche di vittoria. Anche visto che, con Renzi alla guida del Pd, si poteva immaginare una certa emorragia di voti dell’elettorato più a sinistra del Pd verso la lista Tsipras.
Aldilà del risultato comunque, all’indomani delle elezioni si sono riaperte le discussioni su cosa fare di questo milione di voti, su quale futuro dare alle liste alla sinistra del Pd, al momento fuori dalla compagine governativa ed in posizione subalterna rispetto a quella del Partito Democratico. Le posizioni sostenute sono solitamente le stesse che si ripropongono ad ogni tornata elettorale.
Vi è chi sostiene che tutte le varie liste si dovrebbero riunire in un unico soggetto che faccia opposizione ad un Pd sempre più a vocazione centrista, considerato come una nuova Democrazia Cristiana, insediandolo alla sua sinistra e cercando di erodere il suo consenso, aspettando il momento buono per dare l’assalto a questa nuova balena bianca. Rifare in qualche modo il Pci, senza i voti del Pci però. Una posizione degna di essere riportata, ma che tuttavia rischia di lasciare il partito in una minoranza sistematica e nella sostanziale irrilevanza, complice magari anche una legge elettorale di tipo maggioritario.
Vi è poi chi sostiene invece la necessità di essere la seconda gamba di una coalizione imperniata sul Pd, così com’è stato per la coalizione di Italia Bene Comune lo scorso anno. Indipendentemente da precedenti poco entusiasmanti, essa potrebbe essere una soluzione ragionevole. Con Renzi candidato, un partito di sinistra potrebbe coltivare quegli elettori che considerano il Pd troppo moderato, andando a coprire settori diversi di elettorato ed aumentando la percentuale complessiva della sinistra. Eventualità che non si è verificata con Bersani, percepito più a sinistra rispetto a Renzi, e quindi alla guida di una coalizione che includeva due partiti che sostanzialmente attraevano lo stesso tipo di elettore. Questa resta tuttavia una posizione rischiosa: gli elettori più a sinistra sono solitamente più ortodossi e meno disponibili a compromessi, mentre una radicalizzazione eccessiva potrebbe far ritenere che il partito non sia più un sicuro partner di coalizione; perciò, per raggiungere la maggioranza, potrebbero essere preferiti pezzi di centristi, magari con percentuali maggiori o a rischio di finire nel centrodestra, condannando in questo modo la sinistra più radicale alla marginalità di cui si parlava prima.
La terza ipotesi, sostenuta da Migliore e forse a tratti accarezzata dalla stesso Vendola, è quella di una unione o fusione con lo stesso Partito Democratico, al fine di creare un nuovo partito capace di rilanciare tutta la sinistra. L’idea dell’unità a sinistra non è nuova in certi ambienti vendoliani; sarebbe una unità parziale, in quanto nessuno può credere di poter mettere assieme, in un unico grande soggetto, gli esponenti del Pd e le frange più radicali di Rifondazione Comunista. Ma permetterebbe ai leader di questi partiti di ricollegarsi con tutti quegli elettori di sinistra di cui i loro partiti sono poveri. Tuttavia, nel proporre questa linea Migliore e gli altri dimenticano una cosa: se le percentuali si mantengono su questi valori, il partito unico della sinistra c’è già e si chiama Partito Democratico.
Per capire se stessi, i partiti della sinistra radicale devono riuscire a capire il proprio rapporto con il Pd e per farlo devono rapportarsi ai numeri; perché 11 milioni di elettori rappresentano un popolo con cui è impossibile non confrontarsi.



