di Claudia Boddi
Samia Yusuf Omar, storia dell’atleta somala: da Pechino al sogno infranto su uno dei barconi “della speranza”
Noi che amiamo le storie, non potevamo rimanere indifferenti davanti a quella di Samia Yusuf Omar, l’atleta somala, annegata nel Mediterraneo, mentre cercava di raggiungere l’Europa su uno dei barconi “della speranza” che quotidianamente solcano il nostro mare.
La storia di Samia inizia quando, poco più che bambina, comincia a correre per le strade polverose e assolate di Mogadiscio, insieme al suo allenatore – che lei chiama “fratello” – che l’aiuta ad abbattere i suoi limiti e a ridurre i tempi fino ad arrivare alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Con l’unico paio di scarpe di tela che possiede – dettaglio che riporto non per muovere a compassione ma solo per onor di verità -, regalatole dalla madre, Samia si presenta ai blocchi di partenza, accanto alle colleghe russe e giamaicane che sembrano di un altro pianeta, mentre la Somalia si fa sempre più preda degli integralisti islamici e di sanguinari terroristi.
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Vince con 23.04 la giamaicana Veronica Campbell-Brown. Ma Samia, con le sue gambe magre da fenicottero, continua a correre. Le altre festeggiano e lei corre ancora. Arriva “molto” ultima, con 32.16, staccata di un tempo eterno, da chi è già avvolto nelle bandiere. Ma non importa: scrive una delle pagine più significative dello sport mondiale. La tenacia e la dignità con cui continua a dare il massimo, nonostante l’eclatante sconfitta, è uno degli esempi più educativi di cui lo sport ci abbia mai fatto dono. Guardo e riguardo quelle immagini provando sempre un moto emozionante di commozione e di esaltazione al tempo stesso.
Dopo le Olimpiadi, Samia torna in Somalia dove tutto è sempre più difficile, anche correre. Il padre, ucciso da una faida mentre lei era a Pechino, non è riuscito a dirle quanto fosse orgoglioso. Samia decide di diventare un’atleta migliore, vuole allenarsi in Europa, con un trainer esperto che possa portarla ai livelli che sogna. Il suo sogno però deve affrontare il deserto, il Sudan, la Libia e attraversare il mare. Deve affrontare un viaggio dalla durezza ineffabile, che trasforma gli esseri umani in merce di scambio monetario. Supera il deserto, il Sudan e la Libia, stipata in furgoni di media capienza insieme ad altre migliaia di disperati, ricattata dalle continue richieste economiche dei trafficanti di uomini. Ci arriva, Samia, alle coste del Mediterraneo ma la sua forza e determinazione si infrangono sulle onde degli ultimi metri che la separano dal sogno. Muore, il 2 aprile 2012, mentre tenta di aggrapparsi a una delle corde gettate in acqua, in un’azione di respingimento migranti.
Nell’epoca che ha riportato in auge lo schiavismo e l’apartheid, rimangono le immagini di quei 200 m piani delle Olimpiadi di Pechino 2008, corsi a più non posso, fino alla fine, dandosi pienamente alla vita, senza risparmiarsi e senza mollare mai.

