di Giorgio Galli
Viaggi della disperazione, nell’indifferenza del mondo
Quasi ogni giorno il soggiorno di Adriana veniva invaso dalla stessa scena: il mare stipato di corpi disperati, spalancati alla forza delle correnti, o che tentavano di liberarsi dall’abbraccio di piovra delle correnti; e cadaveri estratti dal sepolcro multitudinoso dei fondali; cineclubiche navi militari che tentavano di franger le correnti per liberare i moribondi, e non riuscivano neanche a frangere le lacrime dei sopravvissuti; e tutto questo si rovesciava dal televisore sui mobili del soggiorno di Adriana, ma senza che si potessero udire le urla dei disperati e il multirisonante fragore del mare, perché sopra i naufragi si alzavano le voci dei razzisti.
Dal Parlamento al ciglio della strada, l’Italia si scagliava sia contro gli scampati, sia contro i morti: i ragazzi dei call center scendevano in piazza per il timore che i migranti potessero portar via il poco lavoro; i benestanti si portavano la mano al portafoglio nel timore che qualcuno dei disperati fosse intenzionato a rubarglielo; e mariti picchiatori chiudevano a chiave le mogli nel terrore che alcuno dei disperati intendesse sottrar loro l’esclusiva di quella violenza; e cittadini intenti a studiare come evadere il fisco si riversavano dal sindaco chiedendo, in nome della Legalità, di dispiegare esercito, polizia e carabinieri nelle strade, e d’installar telecamere a ogni angolo di strada per non esser disturbati nel tentativo di derubare quella stessa autorità pubblica a cui chiedevano aiuto. E tutto questo copriva i molti suoni del mare multisonante, e l’urlo nero dei sopravvissuti e le bocche spalancate silenziosamente dai morti.
Il 3 ottobre del 2013 Adriana era tornata a casa, e subito sui mobili lucidati del soggiorno s’erano rovesciate le immagini del naufragio. I corpi restituiti dalla salsedine, allineati e intelati sul bagnasciuga; le bare bianche senza nome, con le barette dei bambini in prima fila a simboleggiare lo stupro fatto al ciclo della vita; e la promessa mai adempiuta delle autorità di permettere ai sopravvissuti di riconoscere e seppellire i loro morti; la promessa adempiuta, ma solo simbolica, delle autorità di dare a tutti, anche ai morti, la cittadinanza italiana onoraria; e l’iscrizione – non promessa, non simbolica, ma concreta e adempiuta – dei sopravvissuti nel registro degli indagati per il reato d’immigrazione clandestina. Scrisse Adriana nel suo diario: “Quello ch’è successo mi annienta. Vorrei fare di più, parlarne, far conoscere la cosa – la cosa: la vergogna, l’orrore bisognerebbe dire. Vorrei parlare a tutti di cosa è successo, e fare il diavolo a quattro perché tutti si rendano conto di quanto è orribile esser migranti e finire a quel modo. Ma dentro di me ho bisogno solo di silenzio. Non è un onore appartenere a questo mondo”.
Nella sua vita, Adriana aveva conosciuto solo i viaggi di lavoro. Al massimo, i viaggi che sua figlia Elena faceva a Londra per andare a trovare il papà Ferdinando. Viaggi di svago non ne aveva mai fatti, a parte il viaggio di nozze. A viaggiare le pareva di fuggire.
Ogni mattina andava a lavoro. Ogni fine settimana puliva la casa. Quando non lavorava né in ufficio né in casa, prendeva un sonnifero e dormiva. Poteva permettersi una domestica, ma preferiva far da sola. Sua madre soffriva di disturbo bipolare, il padre non l’aveva mai conosciuto, non sapeva manco chi fosse, e la madre bipolare era partita un bel giorno per la Germania, per far l’attrice, quando lei aveva sedici anni, lasciandole solo un biglietto che diceva: “Occupati tu delle tue sorelle, sei sempre stata la più forte”. Da allora, Adriana aveva sempre odiato le fughe e i viaggi e aveva sempre preferito far da sola. Forse, aveva lasciato il marito perché preferiva star da sola. Amava sentirsi la più forte a tal punto che stava bene soltanto da sola, perché da sola non doveva discutere con nessuno e nessuno poteva dirle di no. L’unica compagnia che accettava realmente era quella di sua figlia Elena; ma Elena era uno strumento nelle sue mani, l’aveva plasmata come Von Karajan aveva plasmato il suono della Filarmonica di Berlino.
E la mattina del 4 ottobre sembrava una mattina d’estate. Adriana era ancora turbata. Avrebbe voluto parlare a tutto l’ufficio di cosa era successo, far rendere conto tutti di quanto fosse spaventoso. Ma aveva un gran bisogno di silenzio. “Non è un onore appartenere a questo mondo”, si diceva. Entrò alle nove. Alle undici era uscita. Era entrata come una dirigente ed era uscita come una sospettata. Le avevano imposto di raccogliere tutto ciò che era sopra la scrivania e di lasciare tutto ciò ch’era sotto, nel cassetto. Nel cassetto c’erano i biglietti dell’uomo con cui aveva una relazione; le mail stampate di un altro uomo con cui aveva fatto solo sesso, ma ch’era diventato così ossessivo da costringerla a denunciarlo per stalking; una spillatrice con le relative spille; foto di Elena e foto scattatele dal suo attuale compagno, che era per l’appunto un fotografo; un diario. Ora tutto questo era nelle mani degli inquisitori. Erano arrivate da Roma tre persone e l’avevano invitata a seguirle in una stanza separata. Lì le avevano detto che mancavano bottiglie di champagne e altri beni dell’azienda, e che secondo le testimonianze dei colleghi lei se n’era appropriata per farne uso personale. Lei aveva ribattuto che non era vero. L’avevano fatta tornare alla sua scrivania mentre loro erano rimasti nella stanza separata; ma poi erano usciti e, davanti a tutti, le avevano ordinato di raccogliere tutto ciò che era sopra la scrivania e lasciare a loro disposizione ciò ch’era al di sotto, nel cassetto. In quel cassetto avrebbero cercato ulteriori indizi o prove. Era passata un’ora, e in quell’ora erano emersi nuovi fatti e nuove testimonianze che la incastravano. Adriana si guardò intorno: nessun collega ricambiò lo sguardo. Chi teneva gli occhi alzati fece in fretta a chinarli sul computer fingendosi impegnato, o a voltarsi dall’altra parte per non incontrare lo sguardo incendiario d’Adriana: e lei, capendo ch’era inutile protestarsi innocente, disse solo, a bassa voce: “Fate schifo”.
Ora Adriana fa la receptionist in un albergo, con contratti brevi e rinnovabili. E deve considerarsi fortunata, perché con un licenziamento per giusta causa, a 49 anni, e con un’accusa di furto, molte altre sarebbero rimaste per strada. È passato quasi un anno, Adriana ha intentato una causa che va avanti, ha iniziato una psicoterapia che va avanti. Ma Elena è andata in un altro Paese, in Inghilterra. Sta a Londra da papà Ferdinando. Adriana è fortunata anche in questo: quante donne, con figli a carico, vengono abbandonate dai mariti?
Di fortuna in fortuna, Adriana torna nella sua nuova casa, un monolocale di 35 metri quadri, dove lo stesso televisore sbarca su mobili più umili le solite scene di mare. Quasi tutti i disperati che s’affidano alle correnti stanno cercando di ricongiungersi ai loro cari, che hanno affrontato prima di loro lo stesso viaggio. Adriana sta mettendo da parte i soldi per Londra, adesso; ma volerà in aereo, con orario d’arrivo, telefono, Ferdinando ed Elena che l’aspetteranno. I disperati viaggiano senza orari d’arrivo, senza telefoni. Molti, adesso, mordono alghe sul fondo del mare. Altri s’aggrappano ancora a cineclubiche navi impavesate d’impotenza, non frangiflutti per i morenti né frangilacrime per i sopravviventi, e non sanno nemmeno se vivranno e se coloro che cercano sono ancora vivi.
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(I nomi e i fatti narrati nell’articolo sono esclusivamente frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.)
(la prima foto è stata caricata qui dall’utente Executive, la seconda qui dall’utente 13hebur1)



