di Claudia Boddi
“La voce degli uomini freddi” di Mauro Corona: la recensione
Un libro intenso e delicato, “La voce degli uomini freddi” di Mauro Corona (Mondadori, 2013), che regala ai lettori le atmosfere di pace e tranquillità, tipiche delle fiabe. Con grande attenzione alla descrizione dei personaggi e della cornice ambientale, Corona ci traghetta in una dimensione che sembra sospesa fra cielo e terra, fra realtà e invenzione.
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È il paese delle nevi, quello degli uomini freddi, nato un millennio fa e poi sepolto, una sera del 9 ottobre, da una valanga improvvisa di acqua e fango. Là dove il bianco domina e dove le date di nascita e di morte non sono importanti (quello che è importante è fare buona vita fra le due date), un villaggio solitario è popolato da una comunità di abitanti tra cui scorrono ancora i valori della solidarietà e del lavoro collettivo verso un intento comune. Ognuno contribuisce infatti con i propri talenti, o semplicemente con quello che sa fare, al benessere di tutti, andando a rinsaldare giorno dopo giorno la struttura di un piccolo gruppo sociale che, solo in apparenza, può sembrare fragile.
Ecco quindi che spiccano tra gli altri, e rimangono impressi nell’immaginazione di chi legge, il ragazzo che si arrampica, con l’agilità di un felino, sulle rocce più alte e pericolose, e scopre gli amanti ghiacciati nella spelonca dei cristalli eterni; o i badilanti sfortunati, una coppia di innamorati, troppo avvezzi a “baruffare” per futili motivi da dover sottostare a una delle rare regole ferree della comunità, ovvero spalare la neve, insieme e lungamente, finché non avessero riflettuto sulle giuste priorità dell’esistenza. O ancora, il geniale artigiano che costruisce oggetti a tre facce e che inventa il campanile a tre lati, infallibile antidoto architettonico per proteggere il paese dagli effetti devastanti di quando la neve si fa valanga. O l’avvolgente Conteona, mellifluo esemplare femminile, che con la sua abbondanza richiama tutti gli uomini, strofinandosi agli alberi, in precisi periodi dell’anno.
Da una terra estrema, dagli occhi dolci e l’animo scontroso, dove la natura offre la sua più assoluta varietà di elementi, si alza “La voce degli uomini freddi” che in fondo altro non è che la voce stessa della natura, è il suono del torrente, dell’acqua che scorre scoppiettante sui ciottoli, tra profonde anse e analoghe curve. E che, improvvisamente, viene fatto ammutolire dagli interessi degli avidi comandanti delle città fumanti, dove uomini che si muovono repentini su strane cavallette in acciaio, si affannano per moltiplicare soldi e potere. Neanche troppo velati alcuni cenni di Corona ai temi a lui cari del progresso a tutti i costi e della tecnologia che spersonalizza l’umanità e il mondo in cui viviamo. Ma neanche troppo approfonditi perché non è quello il filone narrativo del romanzo.
È la tragedia del Vajont che pulsa, ferita ancora viva, nelle vene di chi vuole porci memoria e che scorre sotto traccia per tutte le pagine del libro, svelandosi solo alla fine, fatale, senza preavviso. “La voce degli uomini freddi” è una storia a cui ci si affeziona. È una di quelle letture che rallenti quando ti avvicini alle pagine conclusive perché vuoi che rimanga a farti compagnia il più a lungo possibile.



