JAUFRÉ RUDEL, L’AMORE LONTANO NELLA CRISI DELL’OGGI

di Giorgio Galli

Jaufré Rudel, l’amore lontano nella crisi dell’oggi

Jaufré Rudel

Jaufré Rudel a cavallo (da Wikipedia)

Jaufré Rudel è stato un trovatore medioevale. Lo si ricorda per aver cantato l’amor de lonh’, l’amore lontano: quello che in francese moderno verrebbe definito amour de loin.

Margherita insegnava francese. Scura come le olive di Kalamata, gli occhi come il sole di Sicilia, Margherita aveva anche lei il suo amor de lonh’. Un professore siciliano, Franco, corpo da tipico siciliano, segaligno, voce tonante, poche parole e risata squillante. Margherita s’era innamorata proprio della sua voce ferma e della sua risata sonante. Della sua voce ferma come le stelle e della risata che volava anche sopra i momenti più difficili. Era difficile cogliere in Franco il malumore. Perfino quando era morta la madre aveva commentato asciutto: “Ha smesso di soffrire”, ed era apparso sereno. Ma Franco doveva stare in Sicilia, e lei era stata spedita su nel Veneto. In Veneto cercavano insegnanti, prima, prima della crisi, quando lei era arrivata, prima d’incontrare Franco. Franco aveva anche chiesto il trasferimento, ma una scuola in Veneto non l’aveva trovata. Aveva anche provato a cambiare lavoro, ma un lavoro in Veneto non l’aveva trovato. Sono tempi inospitali: molti ragazzi, prima, lasciavano presto la scuola per andare a lavorare nella fabbrichetta di papà. Adesso la fabbrichetta di papà ha chiuso, e molti ragazzi non lavorano né studiano più.

Margherita lo vedeva: andavano a scuola come prendessero l’olio di ricino. Volevano stare lì il minimo indispensabile. Stavano sui banchi come automi, come la bambola meccanica de L’uomo della sabbia di Hoffmann.
Era in classe, stava per suonare la campanella, i ragazzi erano davanti a lei come automi, come la bambola Olimpia del racconto di Hoffmann. Sentì salirle su un fiotto di dolore. Un dolore puro, violento come una fiocinata. “Ragazzi, conoscete Jaurfé Rudel?”, domandò.
(Margherita, sei pazza? A quell’età non conoscono neanche Jacques Brel!)
“Non lo studiate in letteratura italiana? Nella preistoria della letteratura, tra i trovatori provenzali?”

Non le diedero risposta. Da quando s’era arrabbiata perché i ragazzi parlavano dialetto a scuola, loro evitavano di parlare con lei, rispondevano a monosillabi e solo per strette necessità scolastiche. Solo alle interrogazioni le parlavano. E, se metteva un quattro, i genitori facevano un’iradiddio. Era sempre perché lei era del Sud. Qualsiasi quattro mettesse, per qualsiasi motivo sgridasse, era colpa del fatto ch’era del Sud. Non era sbagliato che i ragazzi le parlassero in dialetto: era lei che non capiva perché era del Sud.

Jaufré Rudel 2

Giosuè Carducci (da Wikipedia)

“Non avete studiato una poesia del Carducci su un trovatore innamorato della contessa di Tripoli?”
(Margherita, quella poesia non si studia dagli anni Cinquanta!)
La classe rimase in silenzio. Peccato. A lei quella poesia piaceva. Gliel’aveva insegnata il suo professore d’italiano, il professor Alfredo Prosdocemi. (Che razza di cognome, Prosdocemi. Sembra un verbo greco: prosdocemi, prosdoceis, prosdocei…)

Giacea sotto un bel padiglione
Giaufredo al conspetto del mare:
in nota gentil di canzone
levava il supremo desir.
-Signor che volesti creare
per me questo amore lontano,
deh fa che a la dolce sua mano
commetta l’estremo respir! –
Intanto co ‘l fido Bertrando
veniva la donna invocata;
e l’ultima nota ascoltando
pietosa ristè su l’entrata:
Ma presto, con mano tremante
il velo gettando, scoprì
la faccia; ed al misero amante
– Giaufredo, – ella disse, – son qui. –

A Margherita venne da piangere. Ci mancava che si mettesse a piangere in classe. Suonò la campanella. Uscì per distrazione col registro in mano. Il collega sorridendo lo prese. La classe dietro di lei disse un buongiorno meccanico come le parole della bambola di Hoffmann.

Sì come a la notte di maggio
la luna da i nuvoli fuora
diffonde il suo candido raggio
su’l mondo che vegeta e odora,
tal quella serena bellezza
apparve al rapito amatore,
un’alta divina dolcezza
stillando al morente nel cuore.
– Contessa, che è mai la vita?
E’ l’ombra d’un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
il vero immortale è l’amor.

Rise Margherita della sua distrazione e della cortesia del collega, pensò che proprio con una cortesia, raccogliendole un libro da terra, Franco l’aveva incontrata, e le aveva detto: -Una giovane donna che legge, in Italia nel 2009, o è una studentessa o una professoressa.
Se ne andò sorridendo Margherita, sorridendo per farsi coraggio. Un giorno, forse, avrebbero avuto dei bambini con la voce ferma del padre e gli occhi della madre dardeggianti come il sole di Sicilia.

La donna su ‘l pallido amante
chinossi recandolo al seno,
tre volte la bocca tremante
co ‘l bacio d’amore baciò.
E il sole dal cielo sereno
calando ridente ne l’onda
l’effusa di lei chioma bionda
su ‘l morto poeta irraggiò.

(I nomi e i fatti narrati nell’articolo sono esclusivamente frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale)

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