QI GONG: LAO TSU E LA VIA DEL DANTIAN

di Marco Grassano

Sabato 5 e domenica 6 luglio sono stato a fare uno stage di Qi gong nella magnifica cornice del parco naturale di Rocchetta Tanaro (AT).

Qi gong Lao Tse

Praticanti di qi-gong a Manhattan (da Wikipedia)

Il Qi gong è considerato dai cinesi una “arte marziale interna”, perché praticandola “il principale avversario siamo noi stessi, e il combattimento più difficile e arduo è appunto quello che avviene con i nostri limiti e le nostre debolezze”. Infatti, Lao Tsu, da cui discende la scuola di pensiero taoista, filosofia che in buona parte permea questa disciplina, ha scritto, nel capitolo 33 del Tao Te Ching: “Chi vince gli altri ha forza muscolare, chi vince se stesso ha vera forza”.

Lao Tsu aveva, a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, e nella stessa epoca di Socrate, formulato questo pensiero assolutamente socratico (cap. 71 del Tao): “Sapere di non sapere è la conoscenza suprema”.
Secondo l’Antico Maestro (questo vuol dire appunto “Lao Tsu”), comprendere l’illusorietà dei desideri in quanto espansione dell’Io (di un Io di per sé illusorio, perché noi non siamo separati e autonomi rispetto al tutto, pur potendo essere percepiti nell’ambito del tutto: così come un’onda è percettibile nel mare, ma è comunque parte del mare), e quindi superarli, consente un maggiore “vuoto nel cuore” (vuoto di tensioni e di sentimenti negativi, essendo il cuore, per i cinesi, sede del pensiero e delle emozioni, dell’intenzionalità, della volontà, dell’attenzione, della coscienza, centro della vita affettiva e morale) e un maggior “pieno nel ventre” (il Dantian, collocato alcuni centimetri sotto l’ombelico, è il luogo in cui la Qi – la bioenergia, diciamo – viene accumulata e conservata, e da cui si diparte, passando dai diversi “meridiani”, nel corpo), e conferisce quella capacità di discernimento che Lao Tsu individua nel capitolo 1°: “Costantemente, senza desiderio, contempli il mistero; costantemente, con desiderio, contempli i limiti”. Se si è fuorviati da qualche desiderio, certe situazioni appaiono troppo limitate, persino intollerabili, mentre invece l’essere liberi da desideri consente una capacità di contemplazione più ampia, aldilà delle contingenze.

Il taoismo non ha una morale (o piuttosto un moralismo, diciamo…), non ha un’etica vera e propria: nel senso che non prescrive comportamenti “virtuosi” e non stigmatizza comportamenti “peccaminosi”. Si limita a indicare quel che dovrebbe fare il saggio. Poi, ognuno di noi è libero di comportarsi come gli pare, saggiamente o no, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte. Che, comunque, hanno necessariamente delle conseguenze, che ci piaccia o meno. Così il capitolo 3 del Tao:

Non esaltare l’eccellenza:
fa sì che la gente non competa.
Non dar valore ai beni difficili da ottenere:
fa sì che la gente non diventi ladra.
Non ostentare ciò che può eccitare il desiderio:
fa sì che i cuori della gente non siano turbati.

Per questo il governo del saggio
vuota i cuori e riempie i ventri,
indebolisce le ambizioni e rafforza le ossa.
Sempre fa sì che la gente sia senza sapere e senza desideri,
e che coloro che sanno non osino agire.
Pratica il non agire,
per il quale non vi è nulla che non sia ben governato.

“Senza sapere” vuol dire senza il sapere vano degli stolti, che credono di sapere tutto perché non sanno di non sapere e che pertanto utilizzano malamente quel che sanno… E il “non agire” non è un’astensione dal fare, ma uno stato in cui non c’è il senso di un Io che agisce, perché l’agente non si concepisce come qualcosa di separato dalla totalità di ciò che esiste. Insomma, un’azione leggera e appropriata, senza sforzo e senza attrito (non è facile spiegarlo bene, ma posso individuare i non molti momenti nei quali sono riuscito a comportarmi così: in effetti, le cose parevano accadere da sole, senza essere perseguite, con una loro armonia naturale, serena…). Il concetto è richiamato anche altrove (es. Cap. 2):

Per questo il saggio si pone al servizio del non agire
e pratica l’insegnamento senza parole.
I diecimila esseri sorgono e non li respinge,
nascono e non li possiede.
Agisce, ma non conta sui risultati.
Quando l’opera è compiuta non vi si sofferma.
Proprio perché non vi si sofferma
la sua opera non va perduta.

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.