di Evi Mibelli
Mamma orsa, riposa in pace
Di Daniza si è scritto tutto e il contrario di tutto. Resta, incontrovertibile, la sua morte. Inutile, stupida e inaccettabile. Andiamo con ordine.
Pare che la regola fondamentale per cui una madre difende sino alla morte la propria prole nel caso dell’orsa non abbia valore. In pratica, si riproduce il principio così ben descritto da Orwell nella Fattoria degli Animali, allorquando ci sono animali più uguali di altri. Nel caso in oggetto, la specie umana rivendica per sé qualsiasi diritto, parla di leggi di natura – e la difesa dei cuccioli lo è – salvo disconoscerle a proprio uso e consumo.
In merito al fungaiolo, ha rimediato graffi che neanche un cucciolo di gatto potrebbe procurare. Ovvero, pari a zero. Chi ha avuto per le mani un semplice felino sa bene quanto siano dolorosi e quali profondità possono raggiungere gli artigli nelle carni. E parliamo di un volgarissimo gatto. Figuriamoci un orso. La storia raccontata dal protagonista del fatto fa sorgere più di un dubbio. Posto che sia vero, si pone la questione sul comportamento tenuto dal soggetto in questione, che a fronte dell’incontro con l’orsa e i suoi cuccioli non si è allontanato all’istante – come qualsiasi cristiano farebbe – ma si è messo a curiosare come fosse davanti a un documentario di Disney Channel. Magari l’avesse visto, avrebbe evitato quel che è tragicamente accaduto.
Chiaro che, dopo il racconto ‘gotico’ dell’orsa assassina, si aprisse il tragico teatrino delle responsabilità, della “pericolosità”, della necessità di catturare – se non abbattere – Daniza. Evviva, si dà caccia all’orso. E sul web c’è pure chi invita a casa propria gli amici per mangiare polenta e stufato di plantigrado.
La cosa che emerge in tutta la sua gigantesca evidenza è la schizofrenia di un sistema che, da una parte, reintroduce specie estinte – per mano dell’uomo, ovviamente – in luoghi in cui erano originariamente presenti con una funzione di “equilibratori” naturali delle presenze animali e della catena alimentare conseguente; dall’altra, la pretesa che questi animali possano – non si sa per quale bizzarro principio fantascientifico – limitare il proprio vagare in base alle esigenze degli umani ormai trasformati in alieni, che pretendono di governare la Natura a comando.
Si aggiunge poi una malafede vergognosa di alcune istituzioni, che si fanno portavoce di progetti europei di reintroduzione profumatamente finanziati a botte di milioni di euro, con vantaggi sul piano turistico e sull’indotto d’immagine – ivi compresi gli sfortunatissimi allevatori che dalle incursioni rare di orsi ai propri armenti ricevono indennizzi di assoluto rispetto – per poi ergersi a esperti di gestione di fauna senza averne la benché minima conoscenza.
Ma non è sufficiente fermarsi qui. Ancor più responsabile è chi, introducendo questi meravigliosi predatori – e lo stesso vale per i lupi, altra specie che viene puntualmente messa sul banco degli imputati, invocando deroghe di caccia a loro sfavore – non si sia preoccupato di coinvolgere e ISTRUIRE coloro che con queste specie si devono in qualche modo confrontare. Appunto, gli allevatori e i pastori. Sempre che quest’ultimi lo vogliano veramente…
Riprendo per un attimo l’esempio Laurie Marker, la biologa il cui progetto di salvaguardia dei ghepardi in Africa si basa – appunto – sul coinvolgimento delle popolazioni locali che vivono di pastorizia. Il suo progetto, condotto con successo, prevede che i pastori vengano istruiti su come porre in sicurezza i propri capi di bestiame. Tra questi accorgimenti, oltre a recinzioni elettrificate, l’introduzione di particolari cani da pastore capaci di affrontare gli agilissimi e veloci felini africani.
Ora un flashback… Com’è possibile che non si riesca a produrre un analogo approccio anche per orsi e lupi in Italia? Non mancano proposte e progetti in questa direzione, ma pare che nessuno sia realmente intenzionato a metterli in atto.
Che dite se le pecorelle e gli agnellini venissero vigilate da una bella coppia di cani pastori abruzzesi o maremmani, per spingerci sino ai pastori del Caucaso? Le razze elencate sono notoriamente impavide e sanno come tenere testa a lupi e orsi. I vecchi uomini di montagna ne conoscevano le qualità e per secoli vi hanno ricorso per salvaguardare il proprio patrimonio. Aggiungiamo, poi, recinti forniti di fili elettrici a basso voltaggio e gli animali avranno un buon margine di sicurezza a proprio favore.
E ora arriviamo alla cattura della povera Daniza, che evidenzia una serie a catena di menzogne di cui si dovrà dare conto. Cosa alla quale credo molto poco. Anzi, per nulla. Intanto, come premessa, è opportuno ricordare che la spaventosa pericolosità di Daniza e degli orsi in generale a cui si appellano i detrattori del Progetto Life Ursus, si scontra con la statistica che vede negli ultimi 150 anni ZERO aggressioni da parte del plantigrado in tutto l’arco alpino. Della serie… l’ignoranza regna sovrana, e c’è chi ci sguazza!
Perché è morta Daniza e, soprattuto, come? Sarà l’autopsia a dare la risposta. In ogni caso, anche solo il fatto che una madre venga separata dai suoi piccoli genera nell’animale un tale innalzamento dello stress derivante dalla cattura, dalla paura e dalla disperazione di non poter proteggere la prole che l’alterazione di tutti i parametri fisiologici ha effetti, spesso, difficili da valutare. Mai sentito di gente a cui per il terrore viene un infarto??? Ora, senza entrare nel merito delle tecniche di cattura – gabbie a tubo e simili – anche la sedazione può presentare un potenziale rischio, in un animale completamente alterato. La domanda, però, era se realmente si potesse solo sedarla. Chiedendo a un amico veterinario con esperienza quarantennale nella cura di fauna selvatica, mi è stato confessato che è davvero difficile “stendere” un animale, a meno che non si sia degli incompetenti, o peggio, volutamente colpevoli. C’è poi un errore concettuale: quello di separare la madre dai piccoli. La tecnica di cattura doveva prevedere l’installazione di ampi recinti dove recuperare la famiglia di plantigradi.
In tutto questo, nessuno ha pensato ai cuccioli, che ora sono drammaticamente condannati a morte senza la guida materna. Un orso, per giungere all’indipendenza, vive con la madre sino a oltre i due anni di età. Questi hanno 7 mesi. Non ci vuole un premio Nobel per capire che madre Natura, se ha previsto la simbiosi di 24 mesi tra madre e cucciolo, ha le sue buone e infallibili ragioni… Anche questo aspetto dimostra l’approssimazione e l’incapacità di gestire il progetto. Sempre se la decisione di lasciar vagare la prole nei boschi non sia finalizzata alla sua estinzione “naturale”. A pensar male – si dice – non si fa mai sbaglio.
La morte di Daniza ha però un risvolto che nessuno aveva previsto. L’urlo di “dolore e sdegno” ha visto la fossa del morto frequentata dai soliti sciacalli pubblici (con rispetto per la specie animale, of course) che nulla hanno fatto per assicurare la libertà e la protezione dell’orsa da viva, il cui unico errore è stato di aver tutelato i propri piccoli. Siamo davvero una specie senza redenzione. E il miglior esempio lo dà il nostro dicastero dell’Ambiente, che se ne viene fuori con una dichiarazione di disappunto per come è stata gestita la vicenda e dichiarando che sin dall’inizio aveva espresso parere praticamente negativo alla cattura. Peccato che, per dare il via alle operazioni, c’era bisogno di un’autorizzazione del Ministero in questione e un parere dell’ISPRA – questo completamente ignorato perché specificava che l’orsa aveva tenuto un comportamento normale di fronte a un pericolo per la prole – unitamente all’Amministrazione provinciale di Trento.
Una nota positiva – se vogliamo vederla – è la posizione assunta dal Corpo Forestale dello Stato, che ha aperto un’indagine volta a individuare negligenze, errori e comportamenti inadeguati assunti dalla Polizia Provinciale e dall’Amministrazione provinciale. Uno scontro istituzionale in piena regola.
Riporto, infine una serie di domande, cui è necessario dare delle risposte e che traggo dal blog di Ermanno Giudici, capo nucleo guardie zoofile di Enpa Milano, che vanta una lunghissima esperienza sul campo, e della cui competenza sono testimone da anni:
“- come mai, nonostante la storia di Daniza fosse sotto i riflettori, da tempo non è stato costituito un tavolo di coordinamento fra tutte le forze in campo che si dovevano preoccupare del monitoraggio e della cattura?
– l’orsa, pur munita di radiocollare, sembra aver fatto delle scorrerie in stalle predando animali, ma se l’animale era monitorato costantemente, come mai questi episodi non sono stati impediti, avvertendo gli agricoltori della presenza di Daniza?
– non risultano esserci, né qualcuno dalle istituzioni le mostra o le richiede, immagini o filmati delle operazioni di cattura di Daniza. Possibile che un’attività così importante non sia stata ripresa, anche a garanzia della correttezza delle attività poste in essere dalla squadra di intervento?”
Daniza è morta. Riposa in pace, buona madre.



