FERNANDO VELÁZQUEZ MEDINA, “ULTIMA RUMBA ALL’AVANA”

di Giovanni Agnoloni

Fernando Velázquez Medina, Ultima rumba all’Avana, Il Canneto Editore

Fernando Velázquez MedinaFin dall’inizio della lettura di questo romanzo, due cose mi hanno colpito in particolare: la splendida fluidità e vividezza dello stile dell’autore, grande romanziere, giornalista e critico – nonché esule – cubano, e la felicissima mano del traduttore – Marino Magliani, raffinato scrittore ligure. Sono questi due aspetti che mi hanno condotto all’interno di quello che – come l’autore della postfazione al romanzo, Gordiano Lupi, ha sottolineato – è uno dei capolavori del cosiddetto realismo sucio, un “genere” strettamente legato ai loschi traffici di soldi e sesso che caratterizzano il sottobosco umano della Isla, e che ricorre anche in opere come Le porte della notte, di un altro grande testimone degli squallori della realtà spesso nascosta dal regime castrista, Amir Valle – che pure ha pagato con l’esilio l’aver testimoniato la verità.

Questo romanzo di Fernando Velázquez Medina racconta la vita e gli arrabattamenti erotico-quattrinari di una prostituta cubana, che oscilla tra galera e rapporti occasionali in cui rivela una passione smodata per il sesso sporco e in cui si manifesta un “buttarsi via” che è di per sé – trasposto in letteratura – un atto di denuncia politica. È la manifestazione, oggettivamente descritta e perciò stesso più bruciante, dello sfacelo di un sistema nato sull’onda di grandi ideali, ma la cui realtà è, in gran parte, uno scenario di miseria e degrado. Le esplicite scene di sesso sono solo uno degli aspetti, se vogliamo più pittoreschi, o perfino barocchi, di un affresco sociale variegato e ricchissimo, che mni viene da accostare all’intensità di certi scenari marsigliesi di Jean-Claude Izzo. Solo che qui lo scenario e il contesto sono fortemente connotati “cubanamente”; peraltro, la componente erotica è un arricchimento che echeggia anche un altro romanzo tradotto da Magliani, La moglie del colonnello, di Carlos Alberto Montaner.

Era tanto che non leggevo un romanzo dove si realizza quella che per me è la prima qualità di un’opera letteraria: il farti sentire lì, il trasporti integralmente in un mondo, facendotene sentire con intensità odori, suoni, colori e qualsiasi altra – e sia pur sgradevole – percezione. Ed è anche la dimostrazione di come l’arte possa diventare sublime – in senso burkiano – anche quando non è orientata verso la visceralità degli scenari interiori, ma verso la radicalità di panorami umani ampi quanto il dramma della storia di un intero popolo. Anche un’arte – in questo senso – “figurativa”, perché corale e perché portata a raccontare l’oggettiva realtà di emarginazione e degrado di una popolazione oppressa e votata al “cercare di cavarsela”, può perturbare e risultare fonte di un’esperienza di profonda trasformazione interiore.

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