CORTE NERA, RECENSIONE: LIBRO NOIR NELLA SALERNO ANTICA

di Mariantonietta Sorrentino

Corte nera, recensione: libro noir ambientato nella Salerno antica

Di nero c’è tutto o quasi, a cominciare dal titolo. Se un colore può veicolare egregiamente il mistero, questo è il nero. E “Corte nera”, pubblicato da “Runa” editrice, fa fede all’aurea arcana che avvince già dalle prime pagine e non delude né per ambientazione né per intreccio.

gazzettadisalerno.it

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Gli autori di questa che è una raccolta di racconti impastano le loro storie all’ombra dell’unico ambiente superstite del mirabile palazzo fatto edificare dal principe Arechi II, all’indomani della caduta del regno longobardo d’Italia nelle mani dei franchi di Carlo Magno. Quattro racconti di altrettanti autori suddividono l’opera che esibisce in un intrigante fil rouge, un tassello della Salerno antica che solo in parte è stato strappato alle viscere della terra. La location è Larghetto San Pietro a Corte, davanti a quanto rimane, cioè, della Reggia che Arechi II volle costruirsi quando scelse la città come Ultima Thule dei longobardi.

E a quell’epoca si rifà Tina Cacciaglia, autrice del primo racconto, “Gemma”, che prende il nome dalla protagonista, implicata suo malgrado in un omicidio della quale non è responsabile. Siamo nell’anno 785 d.C. e un mistero si cela nelle penombre dei conventi e delle mura, nel pieno della Salerno Longobarda. I nomi che il lettore incontra sono tutti rigorosamente longobardi a cominciare da ruoli dai nomi bizzarri quali archiatra, ossia il medico di corte, e il marhpais, il comandante delle guardie. Sarà quest’ultimo a morire sotto il colpo di un’arma tutta medioevale, la sagitella utilizzata per i salassi in un’epoca che non conosceva né penicillina né anestesia. Affilata e a doppia lama, la sagitella attraversa tutti i racconti di “Corte nera” vuoi come arma di un assassinio, vuoi come oggetto da collezione serbato dall’antica Scuola Medica salernitana. “Gemma” è un “noir” medioevale sul quale nulla possono né il principe Arechi né sua moglie Adelperga. La protagonista accusata di omicidio è un’allieva dell’archiatra molto pratica con le erbe e quotata nella corte longobarda di Salerno. Chi ha ucciso Lupo, il marphais del principe? E, poi, perché? Il giallo si dipana in un Medioevo che alterna buio ed ombre alla luce e vede il giudice Folco nelle vesti anche d’investigatore. Lui scoprirà la verità, ma sarà troppo tardi per la sfortunata Gemma.

Il nome della nostra ricorre anche nel secondo racconto, a firma di Paolo D’Amato e ambientato secoli dopo, nel 1860. “Trista Provincia ribelle” possiede la stessa verve del precedente racconto e permette di rivivere i giorni dell’unificazione d’Italia e dell’arrivo di Garibaldi in città proprio mentre si cerca di tenere nell’oscurità il brutale omicidio di una giovane cameriera. Gemma, incinta di pochi mesi, è stata brutalmente uccisa nella Salerno vecchia da un colpo di sagittella. Ma chi poteva volere il male di questa donna? Il marito, brigante e latitante, sfuggito alla giustizia? Anche qui le ipotesi si sprecano, ma a occuparsi dell’assassinio è il Tenente Ragone in un reale ormai ridotto alla confusione dagli accadimenti rivoluzionari. Da semplice ufficiale aggregato all’Intendenza di Salerno con incarico di guardia urbana, il nostro era appena assurto al ruolo di unico responsabile della pubblica sicurezza cittadina: l’Intendente in carica e il suo vice avevano preso la via di Napoli, visto che l’aria politica non era più “salubre”. Ragone, moderno Sherlock Holmes, porta avanti l’indagine, compiendo varie scoperte e muovendosi nell’antica Salerno.

Il terzo racconto reca la firma di Rocco Papa, giovane salernitano non nuovo al genere: nel 2013 per l’editore “Cicorivolta” ha pubblicato il thriller “I giorni del male”. Con il suo “Secondo natura“ Papa rimanda all’operazione Avalanche del 1943, allo sbarco degli alleati mentre i nazisti fuggono da una città deserta e semidistrutta. Tra quelle macerie, in una Salerno allo sbando, si snodano passioni e delitti con la certezza dell’impunità. Chi indaga, stavolta è un carcerato liberato dopo duecentotrenta giorni di galera. Il suo amico Matteo gli muore tra le braccia, invocando il nome della moglie: Gemma. In nome dell’antica amicizia, lui si mette alla ricerca della verità imbattendosi in prostitute e soldati americani ubriachi, pedofili e ladri in una Salerno svuotata e lacera.

Location dell’ultimo racconto è lo storico palazzo Fruscione, parte dell’antica corte, ora di proprietà del Comune, all’epoca ancora abitato da famiglie. La dimora di epoca angioina, ma stratificata si affaccia su Larghetto san Pietro a Corte, ambientazione ricorrente della “Corte nera”. Il delitto raccontato da Piera Carlomagno, si consuma in una notte di “Plenilunio d’estate” del 1990, a spese di una ragazza la cui mamma conduce affari di dubbia legalità, prestando parte dell’appartamento agli incontri clandestini con prostitute. Manco a dirlo la ragazza si chiama Gemma e muore cadendo, o almeno così l’apparenza lascia supporre, dal quarto piano dell’edificio. Anche qui un investigatore, stavolta nei panni di un commissario di polizia, Russo.

Mistero, segreti celati, verità da svelare sono gli ingredienti dei quattro racconti. Una bella avventura, tutta noir, nelle viscere più antiche di Salerno.

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