BOYHOOD, FILM DI 12 ANNI DI RICHARD LINKLATER: LA RECENSIONE

di Nicolò Venturen – ilcucchiaiononesiste88.wordpress.com

Boyhood, film di 12 anni di Richard Linklater: la recensione

Siamo tutti un po’ abituati ad un cinema che deve dare tanto e stupire continuamente da rimanere disorientati vedendo Boyhood. Ad un primo impatto potremmo addirittura considerarlo come un film che abbia poco da dire, che il suo accumulo di scene di vita quotidiana non aggiunga niente a quanto non sia già stato detto in passato in maniera molto più cinematografica. Richard Linklater aveva già sperimentato questo modo di narrare fortemente legato al fattore tempo, raccontando in tre pellicole realizzate a distanza di nove anni l’uno dall’altro, la storia d’amore tra Jesse e Celine con la conseguente sfida di rendere credibili e naturali i dialoghi di una coppia che invecchia insieme allo spettatore.

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Difficile immaginare le difficoltà narrative oltreché tecniche nel racchiudere in maniera altrettanto credibile 12 anni della storia di Mason e della sua famiglia. Probabilmente sarebbe stato facile scegliere i momenti più significativi della crescita di Mason e trasformare così tutto il film in un viaggio emozionante dove vita e storia si intrecciano, alla Forrest Gump per intenderci. Ma non è questo lo scopo di Linklater, il suo obiettivo è ricreare la normalità di tutti i giorni. La grandezza sta proprio nell’utilizzare questo sforzo narrativo come un semplice mezzo e costellarlo di momenti tutt’altro che memorabili, da qui la sensazione di straniamento che si potrebbe provare. Tutto sembra trattenuto perché anche se ci piacerebbe crederlo, la vita non è sempre sorprendente come spesso il cinema ci racconta. Solo guardando indietro e ripensando all’accumulo di molteplici istanti che l’ordinarietà può assumere valore nel tempo.

Considerare il tempo è quindi l’unico modo per interpretare un viaggio che procede col ritmo della vita, quindi quello che ti insegna lo puoi comprendere solo alla fine, dopo che hai assistito a tutti gli eventi che hanno portato i personaggi a compiere certe scelte e a diventare quello che sono diventati. Spesso nei film ci sono dettagli o parole che ci fanno capire in poco tempo quali sono i personaggi che ameremo e quelli che odieremo; nella realtà non è sempre così, abbiamo bisogno di tempo per fidarci di qualcuno. Solo dopo 12 anni iniziamo a capire come la madre di Mason non riesca ad apprezzare le grandi e piccole gratificazioni ricevute e come si sconforti facilmente preoccupandosi troppo del futuro. L’onniscienza dello spettatore viene messa a dura prova, come anche la convinzione di essere migliori e di non commettere i suoi stessi errori. È straordinario vedere come il poco presente e sbandato padre compia il più evidente percorso di maturazione rivelandosi una figura altrettanto importante e conquistandoci letteralmente per lo sforzo che compie nel mantenere vivo il rapporto con i figli.

Può capitare di essere colpiti da uno strano senso di familiarità durante la visione che porta a riflettere sulla propria vita, su quello che ti è successo fino ad ora e soprattutto se può esserci un modo diverso per vederla ora che abbiamo avuto il privilegio di osservarla dall’esterno. È esagerato dire che vedere la crescita di Mason e di come questa sia inevitabilmente figlia delle influenze genitoriali sia accostabile ad una analisi sociologica o quantomeno ad uno dei più genuini spaccati della società americana? Può un film raccontare tutto questo senza presunzioni autoriali? Solo il tempo potrà dirlo.

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