It’s Never Over, non è mai finita la leggenda di Jeff Buckley. Il film-documentario sul grande musicista è un pugno al cuore: preparate i fazzoletti, perché si piange, inevitabilmente. La regista Amy Berg ricostruisce infatti la genialità artistica del cantante attraverso clip, interviste e materiale inedito in un continuum di emozioni, lungo i 106 minuti di proiezione.
A raccontare la breve ma intensa esistenza di Jeff ci sono il primo amore Rebecca, gli ex compagni di band, la madre Mary Guibert, la cantante, e compagna al momento del suo tragico destino, Joan (poi Joan as Police Woman).
Quel bambino biondo sorridente e sensibile cresce senza il padre, il talentuoso Tim Buckley che sarà un’ombra ricorrente nella sua mente. Una presenza/assenza capace di direzionare la vita di Scott (come si faceva chiamare da piccolo), nelle mancanze affettive quanto nel percorso artistico: nel DNA di Jeff c’è il timbro dell’archetipo familiare, c’è l’anima inquieta e affamata d’amore, c’è un gigantesco mondo interiore.
La madre lo cresce da solo, e rinuncia ai propri sogni, il padre Tim si afferma come musicista ma scompare a soli 28 anni per overdose: “Mamma, tutti possono diventare famosi, ma ci vogliono cojones a crescere un figlio da sola” dice Jeff nell’ultimo, toccante messaggio registrato sulla segreteria telefonica.
Nei racconti delle persone che lo hanno amato, nelle immagini, negli spezzoni musicali, emerge tutto il genio musicale di Jeff Buckley, presto osannato anche da colleghi del calibro di David Bowie, Jimmy Page e Bob Dylan. Nella sua giovinezza non manca l’amore tanto agognato, insieme all’eterno conflitto tra il dare e l’avere, esacerbato nel suo caso dal successo e dalle pressioni delle case discografiche, che rischiano di portarlo fuori dalla sua grande umanità.
La musica di Jeff Buckley non si può descrivere, né catalogare: all’epoca dell’uscita dell’iconico, meraviglioso e unico album Grace (1994), non fu possibile definirne lo stile, tante le influenze musicali che spaziavano dai Led Zeppelin ad Edith Piaf, da Bob Dylan a Judy Garland, da Nina Simone agli Smiths di Morrissey, da Nusrat Fateh Ali Khan a Leonard Cohen. Un timbro vocale unico, e note che arrivano da un altro mondo, quello della profondità dei coraggiosi, di coloro che si immergono sotto la superficie del mare, sotto la punta di un iceberg immenso che cela l’inconscio infinito.
Pezzi come le cover di Leonard Cohen Hallelujah, e di Nina Simone Lilac Wine
colpiscono l’anima nel profondo per tanta, struggente bellezza; gli originali Lover, You Should’ve Come Over,
Last Goodbye, So Real, Grace, Dream Brother, Forget Her, Vancouver (sigla di chiusura del film) rimarranno nell’Eternal Life, e consoleranno decine di generazioni con la forza della poesia.
Quel maledetto giorno del 1997 il Wolf River, un affluente del Mississippi, inghiotte solo il corpo di Jeff Buckley, ma la sua musica, la sua voce, la sua aura vivono ancora, e non verranno mai cancellate né dalla morte, né dal tempo. It’s Never Over, non è mai finita: all’impermanenza del vivere terreno permane sempre il canto delle anime, ancor più se speciali come quella di Buckley figlio.
“Come vorresti essere ricordato dai tuoi fan? Solo per la musica, perché quando morirò, sarà l’unica cosa che resterà.” (J.F.)
Un documentario straordinario, che fa respirare a pieni polmoni tutta la parabola melanconica di un artista con la A maiuscola.
Grazie Jeff, ti ascolto, ti ascoltiamo ancora. E ancora. E ancora.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.



