di Giovanni Agnoloni
Giacomo Leopardi ieri e oggi: intervista a Raoul Bruni
Il critico letterario Raoul Bruni è autore di una raccolta di saggi su Giacomo Leopardi dal titolo Da un luogo alto – Su Leopardi e il leopardismo, uscita per Le Lettere (pagg. 213, € 19). In questa intervista tocchiamo i punti salienti della sua approfondita disamina, che ha il merito di coniugare rigore scientifico e assoluta godibilità della lettura.
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1) Una raccolta di tuoi studi su Giacomo Leopardi, il cui filo conduttore, almeno per una parte, è una parola di origine greca, entusiasmo, ovvero il “soffio divino” dell’ispirazione. Si può – in estrema sintesi – affermare che sia questa la cifra dell’esperienza artistica del poeta di Recanati?
Il tema dell’entusiasmo mi interessa molto, tant’è che alla sua storia avevo già dedicato uno studio, uscito presso Aragno nel 2010 (Il divino entusiasmo dei poeti, ndr). Certamente esso è centrale anche in Leopardi, e in particolare nello Zibaldone. Rispetto al mio studio del 2010, però, qui ho mostrato come, in Leopardi, l’enthousiasmòs non sia un concetto legato soltanto alla dimensione poetica, ma anche a quella etico-morale. Lo stesso progetto delle Operette morali nasce, in parte, da questa singolare idea di entusiasmo. Dunque, se non proprio la cifra artistica di Leopardi, l’entusiasmo è sicuramente un concetto fondamentale del suo pensiero, non solo sotto il profilo estetico, ma anche sotto quello filosofico-morale.
2) Particolare attenzione hai dedicato allo Zibaldone e alle Operette morali, sottolineando il loro valore espressivo del pensiero filosofico leopardiano. Perché nel tempo questo aspetto della natura intellettuale del Leopardi – almeno per gran parte del pubblico dei lettori – ha avuto un rilievo secondario rispetto alla sua enorme statura di poeta?
Come sappiamo, le ragioni della lunga sfortuna del Leopardi pensatore sono dovute soprattutto al giudizio fortemente negativo di Croce e dei crociani, che avevano limitato la grandezza del poeta al solo versante poetico-idillico. Si rimproverava a Leopardi di non essersi espresso in modo organico e sistematico, e dunque di non essere propriamente un filosofo. Nel mio libro dedico però ampio spazio a un autore oggi ingiustamente dimenticato, come Giuseppe Rensi, che, già nel primo Novecento, aveva pienamente valorizzato il pensiero di Leopardi, definendolo addirittura “il filosofo per eccellenza dell’Italia”. Dal secondo dopoguerra in poi, la situazione è gradualmente cambiata, tant’è che lo scorso anno lo Zibaldone è stato integralmente tradotto in lingua inglese da un prestigioso editore statunitense. Tuttavia si continua spesso a guardare, ancora oggi, al pensiero di Leopardi in modo miope, riducendo la complessità del suo pensiero alla banalità di un’etichetta.
3) Molto interessante è il parallelo (e la storia del rapporto ideale) tra Giovanni Papini e Giacomo Leopardi, due figure similmente – e sia pur diversamente – sospese tra il razionalismo scettico e l’intuizione commossa di un orizzonte dalla portata cosmica, radicato nella percezione poetica. Quale il segreto di questa “alchimia”, tanto inerente alla fascinazione di Papini per Leopardi quanto alla relazione dialettica tra quei “poli opposti” del pensiero?
Per chi ha un’immagine manualistica di Papini, come autore bigotto e reazionario, ogni raffronto tra questi e Leopardi potrebbe sembrare pretestuoso. In realtà Leopardi fu fondamentale per la formazione intellettuale dello scrittore fiorentino, che lesse attentamente non solo i Canti e le Operette, ma anche lo Zibaldone. Nel capitolo del mio libro dedicato ai rapporti tra i due autori ho mostrato in particolare le tracce leopardiane riscontrabili in un’opera postuma di Papini, il Rapporto sugli uomini. Un’opera interessantissima, che pochissimi hanno letto, benché fosse stata elogiata da un critico importante come Luigi Baldacci. Rileggendo il Rapporto, scopriamo un Papini critico spietato dell’antropocentrismo e del progressismo, che può legittimamente considerarsi un non indegno erede di Leopardi.
4) Alla luce della tua dettagliata ricognizione del pensiero del Leopardi, quanto ritieni che gli esiti poetici (e in prosa) del suo percorso intellettuale siano radicati nelle sue letture e nei suoi studi, e quanto invece nella sua tormentata vicenda umana?
Un genio assoluto come Leopardi non è spiegabile né con le sue letture, né, tantomeno, con la sua biografia.
5) Il pensiero leopardiano dà l’impressione di essersi formato “a ondate”, seguendo, come in un percorso parallelo, i flussi della sua coscienza artistica. È questo il senso della natura “diaristica” dello Zibaldone, a cui dedichi un capitolo del libro?
A suo tempo, Sergio Solmi parlò, con acume, a proposito dello Zibaldone, di “pensiero poetante”, per descrivere il carattere perennemente in fieri delle meditazioni diaristiche di Leopardi. Nel mio libro, ho cercato in particolare di mostrare come il diario non rappresenti per Leopardi una modalità come un’altra per organizzare i suo pensieri, ma esso sia, al contrario, la forma stessa del pensare leopardiano. Anche in questo caso, come accade sempre in Leopardi, è impossibile scindere la forma dai contenuti.
6) Si può pensare a Giacomo Leopardi come a una sorta di “volano” della storia del pensiero e della letteratura – in particolare, ottocentesca –, situato a un crocevia di influssi e riflessioni – tra classicismo e romanticismo, tra razionalismo e anti-razionalismo e, in particolare, tra i principi della natura e le leggi della storia –, come a mio avviso si può evincere evidenziato dal capitolo sul parallelo tra Giacomo Leopardi e Ralph Waldo Emerson?
Sono d’accordo, anche se, piuttosto che di influssi, parlerei di affinità filosofiche e poetiche, che legano Leopardi ad autori precedenti e posteriori, senza che ci sia necessariamente una filiazione diretta. Tra Leopardi e Emerson, ad esempio, non ci sono rapporti diretti; tuttavia molte sono le affinità filosofiche che li legano, a cominciare da un certa idea della natura e dei processi storici nei quali entrambi riconoscevano, al pari di Vico, una ineluttabile ciclicità.
7) Che futuro avrà la critica leopardiana? E quale la lezione – filosofica e artistica – di Leopardi per l’uomo di oggi, affondato in una débâcle etica e spirituale che in fondo lui aveva presentito?
Leopardi è ormai l’autore italiano più studiato nel mondo dopo Dante. La critica leopardiana ha assunto una mole impressionante, tale da occupare intere biblioteche. Verrebbe da pensare allora che su questo autore tutto sia già stato detto e la critica abbia conseguentemente esaurito il suo compito. In realtà molto resta ancora da dire, anche perché molta critica leopardiana è ripetitiva e condizionata dai soliti luoghi comuni. In questo senso, credo che la prima traduzione integrale dello Zibaldone in inglese, cui accennavamo prima, possa rappresentare uno snodo importante. Non credo che l’eredità di Leopardi consista in una “lezione” , o in una tesi precisa, quanto in una certa, esemplare, modalità di pensare. E certamente, per capire a fondo la cosiddetta “crisi” del nostro tempo, di cui tutti parlano, perlopiù a sproposito, l’opera leopardiana rappresenta ancora un’inesauribile miniera di spunti e suggestioni.


