COIMBRA, UN PORTOGALLO CHE SA INQUIETARE

di Giorgio Galli

Coimbra, un Portogallo che sa inquietare

Coimbra Portogallo

Coimbra (foto da Wikipedia – v. sotto)

Coimbra è un quadro di Fontana ricucito. Una pagina asfaltata di bianco. La Storia è un assassino che lascia sempre tracce: l’impronta del fascio stampata sul muro di un palazzo anche dopo che il fascio è stato rimosso; il volto che riaffiora appena visibile da un affresco, dopo l’incubo della damnatio memoriae… A Coimbra non ci sono tracce. Io e mia moglie camminiamo esterrefatti. Nessuna targa nel luogo dove si consumavano gli autodafé. Nemmeno una piccola scritta, un segno. Se non avessimo letto i libri, avremmo visto solo una grande piazza, come quelle di tante città.

A Portella della Ginestra ci sono pietre scolpite coi nomi d’ogni singola vittima. Quelle pietre significano: “Abbiamo vinto noi”: non i mafiosi che hanno fatto la strage, ma noi che ce ne ricordiamo. Noi abbiamo vinto. Coimbra ha perso.

“Dopo il terremoto che avea distrutto tre quarti di Lisbona, i dotti del paese non avevan trovato mezzo più efficace per impedire una total rovina, che di dare al popolo un bell’auto-da-fè. Era stato deciso dall’Università di Coimbra che lo spettacolo di qualche persona bruciata a fuoco lento in gran cerimonia era un segreto infallibile per impedire che la terra non si scuota. Aveano in conseguenza catturato un biscaglino convinto d’aver sposato la comare, e due portoghesi che, mangiando un pollastro, ne aveano levato il lardo; si venne poi dopo pranzo alla cattura del dottor Pangloss, e di Candido suo discepolo; di quello per aver parlato, e di questo per aver ascoltato in aria d’approvazione. Furono tutti e due condotti separatamente in appartamenti freschissimi, ne’ quali non s’era mai infastiditi dal sole. Otto giorni dopo furono tutti rivestiti d’un sambenìto, e vennero loro adornate le teste di mitere di carta, la mitera e il sambenìto di Candido eran dipinte con delle fiamme all’ingiù, e con de’ diavoli senza granfie e senza coda; ma i diavoli nel sambenìto di Pangloss avean granfie e coda, e le fiamme eran dritte. Andarono così vestiti a processione e sentirono un sermone assai patetico seguito da una bella musica in falso bordone; Candido fu frustato sul messere a tempo di battuta mentre cantavano; il biscaglino e quei due che non avean voluto mangiar del lardo furono bruciati, e Pangloss fu appiccato…”

Così nel Candido di Voltaire (1). Ma nella città non ne resta più segno.

Il quartiere ebraico è un insieme oscuro di vicoli. Ma sui muri vicini all’università trionfano graffiti neonazisti. Qualche parola orribile s’è staccata dal libro imbiancato di Coimbra ed è corsa a depositarsi sui muri. Una copia del Mein Kampf sciabola gli occhi dal vetro d’una libreria. Coimbra è bianca. Coimbra è nerissima. È un inferno coperto di carta assorbente.

Gli ebrei sefarditi, che la reconquista spagnola cacciò via, si rifugiarono in Portogallo. Nel 1497 vennero espulsi anche da lì. António de Oliveira Salazar conservò il Portogallo neutrale, ma alla morte di Adolf Hitler fece esporre le bandiere a lutto. Comandò ai suoi ambasciatori di concedere pochi visti a chi voleva lasciare la Francia di Vichy; e rimosse dalle sue funzioni il console portoghese a Bordeaux, che aveva salvato centomila ebrei. Coimbra è stata una stazione sperimentale della convivenza religiosa. Ne resta un mucchio trasandato di vicoli.

Il lastricato di tutte le strade di Kazimierz, il quartiere ebraico di Cracovia, suona klezmer. Il Tevere che passa vicino al ghetto di Roma porta odori di cucina kasher. Qui io e mia moglie camminiamo sempre più esterrefatti. A Coimbra la Storia è un assassino che ha ucciso anche se stesso.

Nota:

(1) Voltaire, Candido, Edizione Sonzogno, 1882. trad. Accurrimbono.

(la foto, di nanabou, è stata dalla nostra redazione autonomamente tratta da Wikipedia)

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.