ALESSANDRA ANGELUCCI: FATHI HASSAN E “FILI D’ERBA”

di Simone Gambacorta

Alessandra Angelucci e la collana “Fili d’erba”

Alessandra Angelucci è giornalista e critico d’arte per il quotidiano di Teramo «La Città» e per le riviste «Exibart» e «Contemporart». Di recente ha curato il volume di Fathi Hassan Un africano caduto dal cielo, apparso nella collana “Fili d’erba” che dirige per la casa editrice Di Felice. Le abbiamo rivolto alcune domande su questo libro e sulla collana che inaugura.

Alessandra Angelucci

Fathi Hassan con Alessandra Angelucci

1. La collana nasce secondo un progetto ben preciso: dare spazio «alla voce di chi crea, di chi in un gesto ha immortalato un’esistenza». Quale esigenza ha motivato questa scelta?

– La collana d’arte “Fili d’erba” nasce da una personale convinzione: la parola di un artista non è mai surrogato dell’atto creativo che lo identifica, piuttosto humus fertile su cui poggia la verginità del pensiero: la forza di un’idea che poi avrà forma e colore. A volte anche sapore. Pensiamo alla verità che Giovanni Pozzi ci regala in Tacet: «La parola è il tratto distintivo dell’uomo, non perché aggiunto alla sua natura, ma perché suo costitutivo». Con la collana d’arte “Fili d’erba”, dunque, si mira a riportare l’uomo al centro, ponendo particolare attenzione a quell’aspetto che spesso passa in secondo piano rispetto all’opera d’arte stessa: il racconto di sé, la parola, il «tratto distintivo perché costitutivo». “Fili d’erba” offre al lettore un viaggio alla scoperta di quel percorso tutto umano che gli artisti hanno intrapreso affinché si definisse la loro specifica poetica e perché il loro personale linguaggio prendesse vita, e infine diventasse “casa” da abitare. Un progetto editoriale che suggella inoltre l’incontro tra l’amore per l’arte e quello per i libri: l’incontro fra chi si occupa di critica d’arte come me e chi, invece, ha fatto del libro la sua ragione di vita, l’editore Valeria Di Felice, che ringrazio.

2. Il primo libro pubblicato nella collana “Fili d’erba” è Un africano caduto dal cielo di Fathi Hassan, una raccolta di riflessioni, aforismi e – aggiungerei – intuizioni dell’artista nubiano. Al di là della fama e del valore di Hassan, il volume nasce sotto il segno di un’apertura totale: primo africano a esporre alla Biennale, Hassan è nato in Egitto, vive e lavora tra Edimburgo e l’Italia, e soprattutto vede nel viaggio, e nello scambio culturale, un dato essenziale del proprio “fare” arte. Il suo mi pare essere, insomma, anche il profilo di un artista quanto mai cosmopolita, e cosmopolita non per modo di dire: direi un vero e proprio abitatore del mondo, più che – come suol dirsi – cittadino del mondo. Ecco, sbaglio se ipotizzo che, alla luce di tutto questo, il fatto di aver pubblicato il suo libro vuol essere anche un richiamo – simbolico ma non solo simbolico – all’universalità dell’arte e dei suoi linguaggi?

– Fathi Hassan ha spesso confessato di vivere una sorta di nomadismo continuo e di sentirsi cittadino del mondo. Sono certa che avrebbe anche molta difficoltà a riconoscere in una dimora – intesa come spazio fisico – il suo luogo d’appartenenza. Ricordo di avergli chiesto, una volta, cosa significasse per lui la parola “casa”: mi rispose «i figli, le persone che amo, e anche l’arte». È la testimonianza concreta che la casa di Hassan va ricercata nella carne del sentimento, inteso come amore per la vita, per gli affetti, per la passione artistica che dà volto al tempo dell’esistenza. Il suo particolare linguaggio segnico caratterizza un modo di essere e di stare al mondo, prima che di “fare” arte: lo si può comprendere bene quando l’artista stesso afferma che la sua «è un’opera senza rancori fra le diverse etnie, poiché noi siamo tutti la stessa cosa». Una universalità, dunque, che Hassan ricerca costantemente non solo attraverso le sue opere, ma anche attraverso la parola che oggi è al centro di Un africano caduto dal cielo. I calligrammi delle opere sono qui sostituiti da un racconto fatto di aforismi e riflessioni. Mi piace pensare alla parola di Hassan come alla forza di chi si àncora alla Terra nella ricerca di una culla: una forza che resiste nel tempo, al di là dell’opera quale medium di un incontro privilegiato: io-l’altro.

3. A livello artistico Hassan mi pare estremamente contemporaneo anche per quanto riguarda il versante – come dire? – della simultaneità: le sue opere, infatti, “traducono” e immettono nelle frequenze della contemporaneità un dna culturale che in chiave espressiva sintetizza le ragioni di un’appartenenza – e cioè le radici – con quelle di una commistione col circostante. In questo dialogo col proprio tempo – e direi con l’alterità implicita nel proprio tempo – Hassan è riuscito però a esprimere un’autenticità di tratto riscontrabile anche a prima vista, vale a dire come riconoscibilità, come inconfondibilità creativa. Il suo libro, allora, più che la nuova sfida – chiamiamola così – di un artista semplicemente desideroso di confrontarsi con altri linguaggi, sembra proporsi come qualcosa di più: cioè come un elemento del tutto consustanziale – direi addirittura “intrinseco” – al suo modo di interpretare il proprio cammino di artista.

– La forza dell’arte di Fathi Hassan è proprio questa: non c’è la pretesa di dare significato alle cose o di raccontare necessariamente una storia codificata. La scrittura che osserviamo nelle sue opere offre molto di più: permette il recupero della tradizione nubiana – anticamente trasmessa soltanto per via orale – che Hassan rende immortale nella costruzione di una narrazione in cui è il significante a prevalere sul significato. Il segno quale simbolo che nasce nel silenzio per comunicare. Un cammino artistico, quello di Hassan, in cui il ripiegamento verso un silenzio fisico e interiore si pone al centro di un modus operandi in cui è il corpo della parola ad abitare l’occhio di chi osserva le opere, ma anche quello di chi si lascia trasportare dalla musicalità dei suoi pensieri scritti. In Un africano caduto dal cielo le parole si dicono, si ascoltano, si condividono, ci uniscono.

Alessandra Angelucci 34. Ecco, in scia alla tua risposta, credo di poter dire che è proprio in questa direzione che trova spiegazione quella coerenza di fondo che mi pare si respiri nelle pagine: dove sì, è vero, i pensieri sono i più vari e danno vita a riflessioni dalle molteplici declinazioni, e dov’è altrettanto vero, come annota Katia Migliori nella molto bella e intensa prefazione, che si incontra un «pensiero disordinato»; ma dove tutto, però, riconduce a delle direttrici di base, a una matrice, a un calco originario: mi riferisco alla natura, all’interrogarsi dell’uomo su se stesso e gli altri; all’autenticità dell’atto artistico; alle dinamiche di un’indagine che annovera tra gli esiti delle proprie “ricerche” le sospensioni stesse della sorpresa e dell’interrogativo…

– Nella sua bella prefazione, Katia Migliori non soltanto rimanda al concetto di «pensiero disordinato» – quasi a voler sottolineare che tutto nasce laddove si disegna a priori un caos indistinto e indeterminato – ma offre al lettore anche un’altra immagine che sintetizza perfettamente l’identità di Un africano caduto dal cielo: «un libro senza pagine e, per sorte, un corpo di pensieri-sogni». Leggere questo libro significa porsi in ascolto di quelle universali domande che sempre l’uomo si è posto e che Fathi Hassan rivolge alla saggezza del deserto, nella ricerca di una verità che risiede nel «regalo di un silenzio marcato in punta di penna». Un volume che nella bellezza morbida e plastica delle parole seda l’irrequietezza del cuore e il tumulto dei fastidi.

5. Oltre che dalla prefazione di Katia Migliori, Un africano caduto dal cielo è introdotto da un tuo saggio critico, dove, tra gli altri che analizzi, un punto in particolare credo meriti ora una riflessione: la «forza segnica» dell’universo hassaniano che appunto sottolinei, quanto ritieni abbia a che fare con lo scavo nell’umano che l’Hassan scrittore mostra di porre tra le maggiori polarità che ne sollecitano il pensiero?

– Lo scavo nell’umano è un fatto che attiene alla cultura africana. Lo scrivo appunto nel mio saggio critico: «l’artista ripiega in se stesso ma punta lo sguardo verso il cielo, consapevole che “le radici delle cose integre tendono sempre verso l’alto”». Anche Achille Bonito Oliva, nel catalogo Spirit Matter, afferma che la cultura africana – che Fathi Hassan rappresenta – è una cultura caratterizzata da una sensibilità rara che «si apre alla fluidità di un sentimento adatto all’assoluto e non alla precarietà del quotidiano». Una scrittura, quella di Hassan, che ha una morbidezza che non ingabbia, piuttosto si apre verso il perimetro delle superfici che occupa: il segno ha un respiro che si espande con la stessa varietà di una partitura musicale; la parola ha l’umanità del ricordo, evoca la speranza della salvezza.

6. Se è vero che le parole di Hassan mostrano sovente aspetti simbolici – che non di rado sfociano in incisi anche felicemente criptici – altrettanto vero è che spesso queste sue pagine si aprono a un passo poetico. E anche in questo mi sembra si delinei una sorta di linea di continuità: come se, al poiein del segno inteso come scrittura corrispondesse il poiein del segno inteso come tratto pittorico. In qualche modo all’origine di tutto, in Hassan, pare esservi una dialettica tra pieno e vuoto, tra luce e buio, tra voce e silenzio, tra Eros e Thanatos, tra bene e male…

– Una dialettica che per prima cosa si costruisce intorno a quel più importante rapporto senza il quale non avrebbe senso definire qualunque altro gioco dicotomico: io-l’altro. La pratica del “fare arte”, infatti, è innanzitutto una pratica del dono: «un’apertura verso l’altro, una relazione con l’altro», come argomenta ampiamente in Figure del dono (Pisa University Press) Gianni Pozzi, docente di storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia di Belle arti di Firenze. In tal senso la voce di Hassan si fa poesia, nel rimarcare quel silente dolore che accompagna un anelito sommesso: «Forse è il vuoto che copre il mio cuore/ a indurmi a cercare il tuo nome.

7. Un altro aspetto che colpisce, di questo libro, è che Hassan lo ha scritto in italiano…

– Perché italiano è il Paese che lo ha accolto sin dal 1979 quando, vincendo una borsa di studio, accede all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Perché italiano è stato il suo terreno privilegiato di confronto e di incontro, il paese che lo ha visto crescere artisticamente fino all’apice del successo. Perché italiana è la città in cui ha vissuto per molti anni e in cui ancora vive. E perché la lingua che ti “accoglie” per tanto tempo, in qualche modo diventa anche tua: la mastichi, la trasformi in pensiero, si affianca – e non si sostituisce comunque – alla lingua madre.

Alessandra Angelucci

Alessandra Angelucci

8. Hai seguito passo dopo passo l’ideazione e la realizzazione di “Un africano caduto dal cielo”. E del libro sei, in qualche modo, la madre. Ma facciamo un’ipotesi, giochiamo con un’ipotesi: se tu avessi letto questo libro da critica d’arte, da esterna, se cioè lo avessi letto nel normale svolgimento del tuo lavoro, senza alcun coinvolgimento diretto, che cosa, fra quello che ha scritto Hassan, ti sarebbe balzato all’occhio come più rivelatorio su Hassan?

– Posso affermare di aver respirato nel profondo ogni parola dei pensieri di Fathi Hassan: la presenza della natura, quella «foglia» che lui interroga e che nelle sue opere ritroviamo spesso quale simbolo di un’infanzia lattea e ormai lontana; la voce del tempo che lui definisce «segreto» e che nei suoi scritti si dilata quasi a scompaginare la fissità dell’inchiostro; la spiritualità di chi non ha bisogno di cucire dogmi: «datemi la croce e vi dirò cosa è la leggerezza». Ma rivelatorio è proprio l’atto dello scrivere: quella sua personale pratica dello scavo filologico che lo ha portato – come nell’arte – a non suggerire risposte, piuttosto a lasciare vive, nelle mani delle lettore, nuove domande, ulteriori invocazioni.

8. Rifletto sul criterio di fondo che ha ispirato la collana e mi domando: quanta arte c’è, attorno all’arte che diventa opera? Quanto è grande lo spazio in cui abita – con la sua pelle e col suo respiro, con la sua voce e con i suoi giorni – chi «in un gesto ha immortalato un’esistenza»?

– Quando penso ad un artista non riesco mai ad immaginarlo in uno luogo fisico. Eppure, ho visitato così tanti studi d’arte e raccolto così tante testimonianze, che potrei descrivere perfettamente ciò che l’occhio registra nel momento in cui si calpestano fisicamente le mattonelle che, una dopo l’altra, disegnano il perimetro della “casa” che abita chi crea. Ma l’artista – lo dicevo poco prima – non abita letteralmente uno spazio fisico, piuttosto l’idea di quella casa che manifesta il calore dell’accoglienza. Ciò che ho voluto sempre cogliere nell’esercitare questa mia professione che così tanto mi prende e così tanto mi dà, è la sospensione, l’impalpabilità dell’atto creativo, la verità di oggi, perché domani non sarà più così. La verità di «chi in un gesto ha immortalato un’esistenza» resta sospesa in quello spazio che vive fra l’intenzione e l’atto creativo. Sta a noi renderla eterna, conservarla e lasciarla in eredità. Come? Attraverso quelle cuciture fatte di parole che uniscono la figura dell’uomo a quella dell’artista: Fili d’erba risponde a questo.

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