PESCARA: “SAN MARTINO”, QUANDO C’ERA

di Giorgio Galli

Pescara: San Martino, quando c’era

L’Abruzzo è terra tragica. Alberto Savinio, stupefacente pittore di viaggi, ha dedicato all’Abruzzo la prima parte di Dico a te, Clio. E, scrivendo di Orsogna, ne dice:

“Il nome di Orsogna sembra inventato da Gabriele d’Annunzio. Ci dicono che quando giunse a Orsogna l’annuncio del suo primo caduto in guerra, la voce nonché della madre di lui ma di tutte le madri di Orsogna si levò nella notte e crepitò fino all’alba, come la fiamma di un vasto incendio. Il naturale scenario di tragedia che circonda questo paese, suscita anche i personaggi della tragedia, e le sue voci. Eschilo è più abruzzese che eleusino.” (1)

Se non avessi studiato letteratura greca in Abruzzo, a Pescara precisamente, non l’avrei compresa a fondo. Sul lungomare di Pescara raccoglievo diciassettenne sassi e conchiglie, sul finire dell’inverno, e guardavo i gabbiani sollevarsi là dove l’ammasso delle case dava tregua e consentiva di ricevere il dono di un pezzo di cielo. A Pescara, sul finire dell’inverno, si comprende la nascosta bellezza di una frase buttata là dal narratore ne I vitelloni di Fellini: “Ormai le sere erano più dolci: si sentiva già la primavera”. Perché a Pescara la primavera arriva così, mitigando a poco a poco le serate. E quando la luce è ormai quella di marzo, le rondini rigano l’aria e Pescara diventa una voliera. “O conchiglia marina, figlia della pietra e del mare biancheggiante, tu meravigli la mente dei fanciulli…” (2)

Veduta di Pescara (da Wikipedia - v. sotto)

Veduta di Pescara (da Wikipedia – v. sotto)

Pescara è il luogo ideale per leggere Alceo e Anacreonte. Solo in una solitudine così assoluta, solo riparati dalla cortina di fumo della provincia, si può vivere su di sé il senso d’ineluttabile, d’irreparabile, si può sentire l’eroismo dell’uomo che ha solo la forza dell’intelletto per individuare se stesso di fronte al più impassibile dei nemici: il Destino. L’antica Grecia l’ho trovata a Pescara, e non in Grecia.

In pieno inverno, incastonati tra la linea d’un cielo biaccoso e l’orrore del bitume incanutito, reso flaccido dalle pozze di pioggia, si può solo camminare alienati. Il suono del dialetto è così rozzo da non escludere una brutta cordialità. Ma a Pescara nessuno parla più dialetto: è un italiano bastardo che si parla, un italiano sgrammaticato spruzzato da lemmi della mala. La lingua del giovane pescarese è una lingua d’accatto, una lingua non sua, presa a prestito per sembrare più guappo, più “fregno”, come si dice là. I ragazzi bivaccano sul lungomare tutte le estati, e si dirigono ad ogni agosto verso lo stabilimento di moda, che cambia ogni anno, lasciando deserti tutti gli altri. Ad ogni estate, c’è un balneatore che gode e gli altri che piangono.

Sulla riviera, ad agosto, c’è sempre uno stabilimento davanti al quale si agglomera ciarpame umano. Adolescenti di trentacinque anni che fanno ancora il quinto liceo scientifico e si divertono a spaventare i passanti imitando alle loro spalle il rumore delle auto da corsa. Portano l’analfabetismo come una medaglia, paiono dire: “Io non tengo bisogno di studiare, tanto ci ho i soldi di papà”. Mi chiedo se vivano così anche ora, quando i soldi di papà sono finiti.

A Pescara si può solo stare soli. E trovare dentro sé l’antica Grecia. Non che sia brutta, Pescara: non è nulla. Non è di cattivo gusto: non ha gusto. È il prototipo del capoluogo di provincia ricostruito dopo la guerra. Pescara non ha aggiunto a Pescara nulla di proprio. Non è colpa sua se è sorda. Se l’Italia è sorda, Pescara è sorda. Se diventa bellissima, lei diventa bellissima a rimorchio. Pescara è come l’acqua.

Negli anni Ottanta la periferia, i Colli, avevano ancora del paesino. Si portava a riparare la bici dal ciclista, un vecchietto simpatico. Ma il ciclista è morto, suo figlio era uno zotico e costava più caro. Ora ha chiuso. Nella mia strada c’era Francesco, un vecchietto che portava le uova fresche. Ora è morto. Sua nipote era una bambina prepotente che non appena la contrariavi ti chiamava mongoloide. C’era Zia Antonietta, una vecchietta che allevava gatti e conigli e che aveva anche un criceto. Io prendevo in braccio i gatti, davo la carota al coniglio e contemplavo divertito il criceto. Zia Antonietta, anche lei, è morta. Nelle ore vuote dei pomeriggi d’estate, sdraiato sul letto, leggevo poesie; rimbacuccato nella sciarpa da cui non non mi separavo mai nemmeno d’estate, novello Glenn Gould, mi esercitavo al pianoforte e pensavo che preferivo i libri e i gatti al figlio cafone del vicino che sparava tutto il giorno la sua musica cafona con l’autoradio.

D’autunno bacchiavo il noce nel cortile e sgranavo i fagioli con le vecchie. La mia prima poesia preferita è stata Hare Drummer, dall’Antologia di Spoon River:

Pescara San Martino 2Vanno ancora i ragazzi e le ragazze da Siever,
a bere il sidro, dopo la scuola, sul finir di settembre?
O a raccogliere nocciole fra i cespugli
nel podere di Aaron Hatfield alle prime brine?
Quante volte coi ragazzi e le ragazze in allegria
ho giocato per la strada e su per le colline
quando il sole era basso e l’aria fresca,
fermandomi a bacchiare il noce
che si drizzava spoglio contro un tramonto di fuoco.
Ora il profumo dei vapori autunnali,
e il tonfo delle ghiande,
e gli echi giù per le valli,
recano sogni di vita. Aleggiano sopra di me,
domandano:
dove sono gli allegri compagni?
Quanti sono qui con me, quanti
nei vecchi orti lungo la strada di Siever,
e nei boschi che guardano
sull’acqua tranquilla? (3)

Gli autunni, a Pescara, erano rossi di vigna, e le domeniche mattina d’inverno avevano una magia ruvida. Cielo limpido, sole, aria gelida, e il mare molto mosso. Quando era nuvolo, i versi degli uccelli rimanevano ovattati nella nebbia, o cadevano stecchiti giù dai rami. Come in Canzone d’inverno di Jiménez: “Cantano. Dove cantano? Dove cantano gli uccelli che cantano?”(4)

In quegli anni si festeggiava San Martino. Quando ero piccolo, l’undici novembre noi bambini giravamo per Pescara con delle zucche, o delle scatole di scarpe, svuotate, su cui ritagliavamo occhi, naso e bocca. All’interno mettevamo una candela – o torcia elettrica – che ci rendeva più festosi la sera, e in alto piantavamo due carote a simboleggiare le indispensabili corna – perché San Martino da noi era la festa dei cornuti. Con quest’armamentario ci presentavamo nei negozi, suonavamo ai campanelli delle case, e chiedevamo soldini. Non dolcetti o scherzetti, chiedevamo monetine. E ce le davano. Negli anni Ottanta, i bambini lo facevano e gli adulti si divertivano. Nel ’91, io e il mio amico Fabio venimmo accolti con frasi come come: “Mo’ vi denghe ‘na botte a la cocce e ve li facce sponta’ i’, li ccorne!” (“Ora vi do una botta in testa e ve le faccio spuntare io, le corna”). Nel ’91, qualcosa era cambiato.

Adesso questa festa s’è persa. I più la confondono con Halloween. Ma Halloween è arrivata col cinema, con la pubblicità. Non ha radici nella terra d’Abruzzo. E la scomparsa di San Martino è stata per me come una piccola scomparsa delle lucciole.

Note: 

(1) Alberto Savinio, Dico a te, Clio, Adelphi, 1992.

(2) Alceo, in Lirici greci, trad. Salvatore Quasimodo, Mondadori, 1945.

(3) Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, trad. Fernanda Pivano, Einaudi, 1993.

(4) Juan Ramòn Jiménez, Poesie, trad. Francesco Tentori Montalto, Guanda, 1960.

(la foto con la veduta di Pescara, di Luca Aless, è stata dalla nostra redazione autonomamente tratta da Wikipedia)

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