di Giovanni Agnoloni
La pittura materica di Gio Auletta
Gio Auletta è un pittore dalla formazione e dal metodo di lavoro estremamente interessanti, che ha raggiunto risultati artistici di ottimo livello, espressione di una profonda dedizione all’attività creativa. Ha esposto in Italia e all’estero, e tratta il colore in modo denso e sgargiante. In questa intervista, cerchiamo di analizzare i tratti salienti della sua produzione.
1. La tua arte si nutre di materia. Che si tratti dell’impasto dei colori sulla tela o della lavorazione di materiali come il legno intagliato, affondi nel mondo e lo rappresenti con linee decise e impastate di “sostanza”. Qual è la radice della tua ispirazione e della tua formazione?
La materia, i colori, la sostanza… tutti “mezzi” attraverso i quali dobbiamo raggiungere il curioso occhio dello spettatore. Non uno spettatore qualsiasi, ma l’appassionato e famelicamente attivo cultore dell’arte e del bello. A volte anche del non bello, ma, pur sempre illusoriamente “esposto”, in veste di messaggio.
Se invece si vuol parlare della “radice” che alimenta la mia ispirazione, questo sì che diviene il punto reale dal quale tutto deve transitare.
La radice viene prima del messaggio stesso, e prima del “mezzo” attraverso il quale il messaggio giunge al destinatario. La radice è rappresentata dai soliti, ripetuti, inflazionati e sempre attuali “segni”, che giungono prepotentemente e silenziosamente ai meandri più antichi delle nostre menti. I segni dei primi abitanti della nostra sconosciuta terra. Tutto per me gira, appunto, intorno ad alcuni significativi segni, proposti all’infinito. Niente, quindi, può ispirare tanto prepotentemente l’uomo del XXI secolo, quanto lo studio e la rivalutazione dei “segni”che lo circondano.
2. Si nota anche un ascendente metafisico, nelle tue composizioni pittoriche. Qual è la sua fonte? E in questo gioca un ruolo il modello dell’espressionismo astratto americano?
Inevitabilmente l’intreccio e il coinvolgimento di figure geometriche bi- e tri-dimensionali, inserite all’interno di scenari di apparentemente facile lettura, o, al contrario, volutamente indecifrabili, spinge alla facile conclusione di un’ostentazione metafisica di messaggi sempre nuovi, comunque intrisi di uno strisciante comun denominatore tematico. Molto onore e immensa gratitudine potrei ricevere da un auspicabile parallelismo estetico delle mie opere con le grandi libertà raggiunte dai traguardi dell’espressionismo, nei grandi dripping di Jackson Pollock, o nella silenziosa bellezza delle sculture di David Smith.
Senza dubbio, anche nelle mie opere, si va molto oltre il dichiarato tratto esteriore del messaggio in esse racchiuso. Ma ribadisco un concetto fondamentale: le mie opere nascono sempre e solo per un suggerimento scaturente dalla tela. Nessun obiettivo precostituito, e nessuna appartenenza culturale a questa o altra corrente possono alimentare l’energia con la quale un’opera materica finisce col prendere vita. La fonte è la tela, il legno, la sintesi di diversi fattori, scollati da appartenenze culturali di genere, ma sempre strettamente vincolati a quel ponte antropologico che congiunge le origini delle nostre civiltà e il presente, visto come momento in cui si vive: la vita, le tragedie, le vittorie, l’inizio… di un’opera d’arte!
3. Qual è il tuo metodo di lavoro?
C’è un affascinante rapporto di sostanziale parità contributiva tra le mie mani e la mia mente, da una parte, e i suggerimenti patenti, scaturenti da un’attenta visione di ciò che la tela può trasmettere in un dato giorno e in costanza di particolari spunti emotivi, dall’altra. L’opera prende corpo e vita progressivamente, come un essere vivente che, dall’atto del concepimento, inizia ad “auto-modellarsi” seguendo una via predisposta dai propri geni. È un concetto che meriterebbe maggiore approfondimento.
4. Osservando alcuni tuoi lavori, si percepisce una volontà di risalire alle origini primitive del linguaggio pittorico. Tutto questo è frutto di soli interessi artistici o vi è anche in te, come artista visuale, una radice più strettamente “letteraria”, o comunque linguistica?
Per quanto si rimanga quotidianamente stupiti dei progressi della scienza, dell’elettronica e della parziale futile inondazione di scoperte utili solo alle lobby internazionali di spazzatura, spacciata spesso per indispensabile “progresso tecnologico”, ritengo che si debba (come per le opere astratte) guardare le cose un tantino oltre; il messaggio che in esse viene trasportato.
Se specularmente ci affacciamo su una visione dei tempi, immaginando che sia lo specchio, una volta tanto, a fornirci l’immagine non falsa, vedremo che la “cattiva” accezione del termine primitivo si presta singolarmente a essere bene utilizzata – al contrario – per i tempi in cui oggi noi viviamo.
Quindi, per equazione, il massimo della civiltà e della pura fonte del sapere deve cogliersi proprio nell’età primitiva delle scoperte, delle civiltà e delle origini del tutto.
Non solo è giusto e opportuno porre al centro della vita dell’uomo i suoi retaggi primordiali, ma, ritengo io, anche obbligatorio.
Un veloce, confuso e insignificante cammino, che non preveda tappe di riflessione e di assimilazione del prima e del dopo, danneggia tutto quanto, nei millenni, l’uomo sin qui ritenuto “primitivo” ha sapientemente capitalizzato.
La rievocazione di un linguaggio primitivo, come risposta dello scellerato avanzare verso un imprudente ignoto.
5. Hai tenuto mostre in Italia e all’estero. Hai notato differenze nell’apprezzamento del tuo lavoro? In altre parole, qual è a tuo avviso la situazione del mercato (e più in generale della sensibilità artistica) in Italia?
Le mostre sono il momento in cui gli sposi giungono all’altare. Il momento in cui si smette di promettersi baci e carezze, per conclamare e sottoscrivere impegni seri, nella buona e nella cattiva sorte. Chi espone, sa bene che, in detto momento, si esce allo scoperto, e tutti i sacrifici riversati su di un legno, o una tela, incontrano il consenso o la censura della critica. Le opere da me esposte all’estero, in Nord Europa, hanno contribuito a darmi percezione e certezza di quanto valore sia “nascosto” nelle capacità artistiche dei pittori e scultori italiani. L’estero gradisce, plaude, ringrazia, e a volte acquista. Ma, stranamente, la maggiore gratitudine, per un’artista, ritengo possa arrivare dal nostro paese.
Come per il calcio, l’Italia è piena di esperti d’Arte, sempre pronti a emettere verdetti incontrovertibili circa le qualità immaginarie, ed immaginate, delle opere esposte. In Italia c’è molta sensibilità artistica, elevato gusto per il bello, e anche una sana perversione per l’ostentazione dei beni di valore: ritengo anche maggiore che all’estero. Tuttavia, la congiuntura del mercato e delle finanze generali non consente sempre ai veri appassionati del genere di far fronte all’acquisto di pezzi unici di particolare valore.
Per fortuna, l’apprezzamento per le opere meglio riuscite non sembra avere confini geografici, né bandiere.
6. Quali le tue prossime esposizioni?
Esporre è pur sempre investire! Tempo, denaro, spostamenti e accordi logistici: ecco cosa si deve affrontare per esporre una ventina di pezzi, dalle minute misure di cm 40 per 40 alle mie tele preferite, di cm 200 x 250. Gli impegni di ordinaria portata sottraggono tempo prezioso a una pianificazione cosciente e mirata delle esposizioni che verranno.
Ho in mente di portare in Francia una decina di pezzi di dimensioni importanti. E non è escluso che ciò possa essere preceduto da un’esposizione personale in Lombardia, prima dell’estate 2015. Se volete, venite a trovarmi su www.gio-auletta.it



