LONDRA, MELTING POT A CIELO GRIGIO

di Giorgio Galli

Londra, melting pot a cielo grigio

12 agosto 2007. Londra è una città piena di fascino, un fascino leggero e discreto. Come la musica di Vaughan Williams, all’inizio sembra poco interessante, poi non te ne liberi più, ti avvolge con un miscuglio di felicità e languore mistico, con una tranquillità gremita di sorprese. Ci vuole bonomia per visitare Londra, come ce ne vuole per leggere Tolkien o ascoltare Vaughan Williams.
Tutto sembra a misura d’uomo, malgrado le enormi distanze. Tutto ha un aspetto cortese. Il Potere, qui, non sembra imperscrutabile come in Italia. La gente ha un aspetto tranquillo. Questo sembra l’ultimo posto al mondo in cui è possibile avere rapporti di buon vicinato. Persone di varie etnie vivono a fianco, si mescolano in perfetta naturalezza. Problemi ci sono, certo, ma non si avverte la continua frizione che c’è in Italia fra la popolazione indigena e “gli stranieri”, sempre guardati come potenziali criminali, sempre studiati, scrutati in tralice con occhi che rivelano la domanda: “Perché non te ne torni a casa tua?” La lingua inglese, che usa sempre You, rende impossibile l’odiosa abitudine italiana di dare del tu a chi è nero o mediorientale o balcanico, continuando a usare il lei per tutti gli altri.

Il Tamigi (foto di Diliff, da Wkkipedia)

Il Tamigi (foto di Diliff, da Wkkipedia)

Gli inglesi sembrano preoccupati degli attentati alle metropolitane assai meno degli italiani, che non ne hanno avuto nemmeno uno. Se in metropolitana qualcuno guarda terrorizzato un arabo, è un italiano. Con molta saggezza, il mio padrone di casa ha detto: “Prima avevamo gli irlandesi, ora gli arabi; ma non possiamo smettere di vivere per questo”.
All’uscita dal supermercato, una signora si è messa a parlarmi. Abbiamo fatto un pezzo di strada insieme, nel salutarci mi ha chiesto dove abitavo. Impossibile immaginare la mia sorpresa quando, appreso il mio indirizzo, se l’è segnato su un pezzo di carta, promettendo che l’indomani mi sarebbe venuta a trovare. L’ho raccontato al mio padrone di casa e lui ha detto: -Ti sei fatto una nuova amica.
-Ma a te questo sembra normale?
-Non è normale, ma forse soffre di solitudine.
-Ma era molto strana, sembrava ubriaca!
Con molta saggezza, il mio padrone di casa ha risposto: -Se era ubriaca, domani non se lo ricorderà più.

Popolo fra i più ricchi d’Europa, gli inglesi sono rilassati nel vestirsi. Non sentono il bisogno d’ostentare, come gli italiani, giacche bianche da discotecari, maglie rosa all’ultima moda, jeans superlavorati e dal taglio insolito, o, per le ragazze, abiti mozzafiato costellati da sfavillio di brillantini. Gli inglesi non sono sciatti come si dice: sono solo semplici. Quando vogliono, e quando ce n’è bisogno, perfino i giovani indossano giacca e cravatta. Noi siamo i cafoni del benessere: come i classici ignoranti improvvisamente arricchiti, vogliamo mostrare la nostra ricchezza e lo facciamo in modo volgare, mentre gli inglesi, che del loro benessere si sentono sicuri, non provano esigenza di mettersi permanentemente in vetrina.

Covent Garden (foto di David Hawgood, da Wikipedia)

Covent Garden (foto di David Hawgood, da Wikipedia)

18 agosto 2007. Sono uscito alle quattro e mezza, sotto la pioggia, e sono andato al Covent Garden. Mi sono fermato nel caveau ad ascoltare una giovane soprano che si esibiva per gli avventori di un caffè. Volevo farle una foto, lei m’ha detto: “Vieni, ce la facciamo insieme!”
E scattando decine di foto, ho capito qualcosa. Chi dice che a Londra il tempo è brutto non ha capito niente. Londra è più bella sotto un acquazzone che quando brilla il sole. Il grigio le dona: Trafalgar Square era più se stessa oggi, bagnata e col vento che faceva imbizzarrire il getto d’acqua della fontana, che tre domeniche fa, sotto un cielo estivo e con gli Hare Krishna che ballavano e saltellavano per il loro raduno annuale. C’è sempre folla a Londra, ma non dà la fastidiosa impressione di un’orda d’invasori come a Roma o a Firenze. Londra ha questo potere: che tutto si integra qui, tutto si armonizza: qualsiasi cosa le capiti, questo posto sa portarlo come gli fosse connaturale. Anche nelle sue architetture, Londra è un melting pot di suprema eleganza. Vicino Trafalgar Square c’è una specie di guglia gotica circondata di moderni grattacieli. Ebbene, non stride: antico e moderno qui vivono come buoni vicini. Roma è una città a più strati, ognuno di un’epoca diversa. Un cimitero degli elefanti rapinoso nel suo disordine. Una roccia a struttura scistosa. Londra è diversa, Londra è inglese: non ti affascina per la sua vitalità, ma per la sua eleganza. Per questo è più bella sotto il cielo grigio, che tutto mescola e tutto confonde.

28 agosto 2007. Alle porte di Londra c’è Stonehenge. Ciò che conquista, di Stonehenge, non è solo il primo vagito del pensiero umano espresso in quel circolo di pietra; ma il paesaggio circostante, la campagna inglese sparsa di pecore e cavalli. Siamo in un luogo sacro, di fronte a un monumento che è l’atto di nascita di quanto di più alto è nell’uomo – il pensiero sacro, il pensiero scientifico, il senso dell’estetica e delle proporzioni – eppure l’Inghilterra non perde la sua nonchalance, l’amore della misura che la rende “rassicurante” ovunque e le dà il suo incomparabile senso di piccolezza. Questo paesaggio, che non ha nulla della placida opulenza, della liviana lactea ubertas che anima le rinascimentali campagne italiane, deve aver contribuito non poco ad educare l’uomo inglese al suo naturale understatement.

Aprile 2015. Dall’Inghilterra arrivano brutte notizie. Amici italiani che vi lavorano hanno paura di perdere il posto. Non è solo la crisi – da anni Londra non è più la stazione sperimentale dei giovani italiani senza lavoro, dei disperati che, fallita ogni cosa qui, si trasferiscono a Londra perché, almeno in un bar, lì un lavoro si trova. Rispetto al 2007, è venuto meno quel senso di pace. Al tempo di Farage Londra non è più un melting pot. Il governo conservatore di Cameron deve fare concessioni all’elettorato in crescita di Farage, e Londra non sembra più l’ultimo posto dove è possibile aver rapporti di buon vicinato. Al grigio che tutto mescola e confonde si sono sostituiti i colori della nazione e della rabbia. Nel 2007 qualcuno mi avvertiva: “Londra non è ethnically British”, ma lo accettava come un dato di fatto. Adesso no. Al tempo di Farage, il governo conservatore di Cameron annuncia restrizioni al diritto di immigrare, restrizioni al diritto degli immigrati a lavorare, restrizioni al diritto di ricevere assistenza, mentre l’Irlanda del Nord discute una legge per cui un esercente può rifiutare di servire – e un imprenditore può rifiutare di assumere, o può direttamente licenziare – chi professa convinzioni etiche per lui inaccettabili. E quindi chi odia i gay può non accoglierli nel suo hotel, non assumerli o licenziarli. E lo stesso chi odia i musulmani.
Chi sa se, tornando a Londra, ritroverei il melting pot a cielo grigio del 2007.

(le foto di Diliff e David Hawgood, rispettivamente tratte da qui e qui, sono state autonomamente scelte dalla nostra redazione)

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