di Giovanni Agnoloni
“Traduzione e futuro”
Eleonora Larina è una traduttrice russa ma francese “di adozione”. In questa intervista ripercorriamo i momenti-chiave della sua carriera, cercando di addentrarci nei “segreti” della professione della traduzione.
1) Come hai cominciato la tua carriera di traduttrice e interprete?
Penso che l’interesse per le lingue sia sempre stato presente in me – fin da prima che nascessi. Direi che è un po’ un fatto ereditario – visto che mia madre è filologa, specializzata in lingua e letteratura russa. Inoltre, quando era incinta, parlava spesso il tedesco (una lingua che padroneggiava molto bene, come suo zio e i suoi cugini, che avevano passato parte della loro vita in Germania). Poi, durante la gravidanza, imparò il francese. Ho sentito dire più volte che, se una futura mamma impara un lingua, o anche più d’una, mentre aspetta un bambino, il piccolo si “abituerà” alle sue lingue e avrà maggiori possibilità di apprenderle in futuro. Non so se sia vero per tutti, ma in ogni caso per me la cosa ha decisamente “funzionato”, e il mio innamoramento per il francese dura ormai da un bel po’ di anni (ne ho sempre amato la sonorità, e il desiderio cosciente di apprenderlo è maturato in me quando avevo otto anni, ascoltando per la prima volta una canzone di Joe Dassins).
Ricordo anche che, fin da quando ero molto piccola, percepivo un fascino del tutto speciale nell’ascolto delle lingue che non conoscevo – le canzoni di altri paesi, i viaggi… tutto ciò ha decisamente allenato il mio orecchio. C’era un’aura di mistero nelle lingue sconosciute, erano come parole magiche, come un remoto incantesimo. Non posso certo dire che mi innamorassi di tutte le lingue che sentivo, ma col tempo compresi che ero particolarmente affezionata alle lingue romanze – il francese, l’italiano, lo spagnolo, il portoghese. Avevano qualcosa di sconvolgente, per me: la loro “vivacità”, la loro energia, il loro ritmo.
Il mio percorso linguistico non è stato sempre facile. A partire dai 5 anni, ho cominciato a imparare l’inglese, obbligatorio nel mio programma scolastico. Non ho sempre avuto fortuna con tutti i professori: essendo una persona che apprezza molto la libertà, a volte non sopportavo la loro rigidezza. Col tempo, però, ho finito per simpatizzare con la mentalità anglo-sassone. Inoltre, mi sono resa conto che una buona padronanza dell’inglese, che oggi ha lo status di prima lingua nella comunicazione internazionale, apre delle porte – anche quelle dell’apprendimento di altre lingue, perché oggigiorno in quasi tutto mondo, oltre alla lingua madre, si parla almeno un po’ d’inglese. E questo mi ha molto aiutato in seguito, quando mi sono iscritta su un sito internazionale, busuu.com, per imparare l’italiano e lo spagnolo, e tutte le spiegazioni e le informazioni scambiate tra gli utenti di quel sito erano appunto in inglese.
La prima traduzione in assoluto che ho tentato di realizzare era dall’inglese. Si trattava di un estratto de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Ironia della sorte: nello studio delle lingue straniere, mi sentivo appunto come Alice nel paese delle meraviglie!
Nonostante la mia propensione per le lingue, già evidente negli anni della scuola e all’università, ho deciso di seguire parallelamente i miei studi linguistici e quelli nel campo del diritto internazionale privato, perché specializzarmi solo nelle lingue non mi pareva “sufficiente”, non abbastanza “serio”, e contavo di fare una carriera da giurista. Dopo la fine dei miei studi superiori, ho cambiato più volte lavoro. Sono stata assistente paralegale, assistente amministrativa, ecc., ma tutto questo non mi ha mai veramente soddisfatta professionalmente; mi sentivo sempre come una macchina incaricata di certe funzioni, ed esistevo solo a metà – come se mi fosse stata strappata una parte di me. Infine, il caso (sempre che si tratti del caso, e non di un segno del destino), mi ha nuovamente riportato verso le lingue. Ho perduto il mio posto in ufficio e incontrato difficoltà nella ricerca di un nuovo lavoro, perciò, nell’attesa, ho cominciato a fare delle traduzioni dall’inglese e dal francese come freelance. E questo mi ha dato un’autentica gioia: mi sentivo “viva”, arrivavo a recuperare quella parte di me che mi mancava da tanto tempo. E quell’attività, che all’inizio pensavo dovesse rimanere temporanea, è diventata invece il mio lavoro; ma, ancor più di questo, è divenuta per me un modus vivendi.
“We do not choose our calling, but our calling is choosing us” ( “Non scegliamo la nostra vocazione, ma è lei che sceglie noi”). E, inoltre, “What seems to us bitter trials are often blessings in disguise” (“Quelle che ci appaiono come dure prove spesso sono delle benedizioni sotto mentite spoglie”). E così, grazie a una sfortuna (la perdita del mio posto), ho ritrovato la mia vera vocazione (di traduttrice), o piuttosto è lei che ha ritrovato me.
2) Qual è l’aspetto più importante, nel lavoro di traduzione letteraria?
L’aspetto più importante nel lavoro di traduzione letteraria, a mio avviso, consiste nel conservare lo spirito dell’originale nonostante le difficoltà linguistiche. Le strutture e gli strumenti stilistici da tradurre da una lingua all’altra possono essere molto diversi. In questo caso, perciò, il traduttore deve cogliere lo spirito dell’originale e trasmetterlo utilizzando le opportune risorse della sua lingua madre. Amo molto una frase di uno scrittore e traduttore russo, Vassili Joukovski, che ha tradotto dal greco antico l’Odissea omerica: «Un traduttore letterario non è in grado trasmettere la stessa bellezza che caratterizza il testo originale, per cui non gli resta che cercare di trasmettere quanto meno la stessa quantità di bellezza».
A parte il suo lavoro sullo stile del testo (vale a dire, «la forma»), il traduttore letterario deve anche sforzarsi di agevolare la comprensione del contenuto dell’originale da parte dei lettori della sua lingua nativa. In ogni cultura esistono dei simboli o dei fatti/oggetti della vita quotidiana (i nomi dei piatti o degli edifici tradizionali), o anche dei personaggi o degli eventi storici che l’autore può menzionare nel suo libro per veicolare un certo messaggio; e questo messaggio è chiaro e trasparente per i lettori del suo paese, ma molto meno evidente o perfino incomprensibile, o anche troppo vago, per persone provenienti da un’altra cultura. Perciò, è proprio il lavoro del traduttore a dover rendere più chiaro il messaggio dell’autore, vuoi mediante ricerche sulle particolarità culturali menzionate precedentemente, vuoi inserendo delle buone note esplicative alla fine di ogni pagina o alla fine del libro, o ancora sostituendo determinate particolarità con termini equivalenti che appartengono alla sua cultura; cosa che è meno auspicabile (a meno che non si tratti di particolarità di scarso rilievo), visto che lo scopo della lettura di libri tradotti da altre lingue è anche apprendere qualcosa di nuovo su un’altra cultura.
3) Si può dire che, al di sotto e al di là delle lingue particolari, esista una sorta di lingua implicita? E che ogni traduzione dovrebbe cercare di riprodurre le sue vibrazioni emotive, e non solo i suoi aspetti più intellettuali?
Sì, certo, in ogni lingua esistono degli aspetti intellettuali e degli aspetti emotivi che sono inseparabili e formano, in un certo senso, la mentalità delle persone che parlano quella lingua. Per esempio, i tedeschi e gli inglesi sono piuttosto seri e riservati, mentre gli italiani e gli spagnoli sono più aperti ed espressivi – e tutte le particolarità del loro carattere nazionale sono sempre presenti nella rispettiva lingua. Le frasi in tedesco sono più lunghe e “intellettuali”, nel senso che ci sono sempre molte regole a livello grammaticale – combinazioni di verbi, desinenze degli articoli in base al genere… –, molto più che nelle lingue romanze; oppure sono le intonazioni e le parole brevi che si usano nelle esclamazioni a giocare il ruolo-chiave per esprimere i pensieri. Così, una dichiarazione d’amore in tedesco e in italiano non sarà identica, e di conseguenza un traduttore deve cercare gli equivalenti in ogni situazione della lingua in cui traduce, affinché nel suo lavoro non vadano perduti non solo gli aspetti intellettuali, ma anche quelli emotivi.
4) Nel mondo globalizzato di oggi, la comunicazione gioca un ruolo fondamentale. Credi che la traduzione, malgrado la diffusione di software specializzati, sia ancora un elemento cruciale delle relazioni umane e professionali?
Certo, la traduzione è spesso un elemento cruciale delle relazioni umane e professionali. È la comunicazione linguistica a renderci diversi da tutte le altre specie sulla terra. Mi permetto di dire che il mestiere di traduttore è tra i più antichi del mondo. Ricordi la famosa leggenda della Torre di Babele, quando Dio decise di punire l’orgoglio degli uomini, e creò più lingue perché non si capissero più? Peraltro, non arrivarono a terminare la costruzione della grande torre che rischiava di mettere in discussione il potere divino. A partire da quel momento, dalla creazione di quelle lingue, gli esseri umani cercano di ritrovare quella possibilità di comunicare agevolmente, e sono spesso i traduttori a giungere in loro soccorso. Sì, ai nostri giorni esistono vari software che permettono di tradurre delle frasi semplici e anche dei testi interi senza l’aiuto di traduttori “in carne e ossa”, ma l’inghippo è che funzionano bene solo nei casi poco complessi, ovvero per le strutture di base. Le macchine che sono in grado di compiere dei complicatssimi calcoli matematici non arrivano mai a riprodurre tutte le sottigliezze di un cervello umano. E la lingua rientra in queste strutture.
La lingua non consiste solo in una frase composta da parole, ma è anche un contesto comunicativo o emozionale che ruota attorno a quella frase e che, da una situazione all’altra, può cambiare completamente il significato della stessa espressione. Oggi nessuno dei programmi specializzati è in grado di analizzare nel dettaglio e in profondità il contesto di ogni parola e di ogni frase. È per questo che è impossibile fare una buona traduzione letteraria utilizzando dei programmi, e a volte perfino delle traduzioni decisamente semplici appaiono ridicole e prive di senso, perché il software traduce parola per parola. Ed è proprio per questo che sono sicura che il mestiere di traduttore, che esiste fin dal tempo della Torre di Babele, esisterà sempre e avrà ancora molte possibilità di sviluppo nel mondo attuale, in quanto, com’è vero da secoli, per una buona comprensione da parte degli uomini ogni traduzione dev’essere humanly added – fatta da un essere umano e per gli esseri umani. Per quanto riguarda i programmi, in certi casi possono facilitarci le cose, ma a parte questo lasciano molto spazio ai fraintendimenti, traducendo le frasi in modo troppo diretto e ignorando il contesto.
5) Esiste la possibilità che la professione di traduttore si evolva in misura tale da divenire uno strumento non solo per esprimere dei contenuti, ma soprattutto per dar vita a una coscienza culturale internazionale?
Direi che è già così. Il mondo attuale è molto dinamico e la comunicazione interpersonale si sviluppa a grande velocità. Gli affari, la politica, la cooperazione e gli eventi culturali internazionali spingono la gente a comunicare molto più, ad esempio, di due secoli fa. Il mondo, grazie a Internet e ai mezzi di trasporto moderni, è diventato veramente molto piccolo. Comunicando con gli altri in modo intensivo, facciamo automaticamente nostri molti aspetti di altre culture. In definitiva, è precisamente una coscienza culturale internazionale quella che si sta costruendo. Per esempio, tra i migliori interpreti musicali di Mozart ve ne sono alcuni che provengono dai paesi asiatici, dove storicamente esistono un sistema di scrittura e delle regole musicali completamente diversi da quelli europei. Eppure, nonostante tale coscienza culturale internazionale, non esiste una lingua che sia conosciuta in tutto il pianeta e da chiunque. Certo, gran parte delle persone oggi parla inglese, in tutti i paesi del mondo – benché non dappertutto –, e vi sono pure stati dei tentativi di creare una lingua universale, l’esperanto. Ma resta il fatto che in numerose situazioni, nella comunicazione internazionale, non si può fare a meno di un interprete o di un traduttore. Ciò significa che i traduttori, garantendo i rapporti internazionali, partecipano indirettamente alla creazione di una coscienza culturale internazionale.
6) Tu sei anche una scrittrice. Secondo te, queste due attività hanno la stessa anima?
Sì e no. A prima vista, parrebbe di sì, perché i due mestieri hanno ad oggetto lo stesso materiale di base – le parole – e per far bene nelle due attività è necessario avere una sensibilità linguistica al di sopra della media. Insomma, non si tratta di un uso delle parole quotidiano, puramente pratico, letterale e meccanico, senza sforzarsi di apprezzare le sfumature di ogni frase o di ogni espressione, per raggiungere i propri obiettivi. No, un buon traduttore e un buono scrittore hanno un atteggiamento diverso rispetto alle parole – per loro ognuna di esse rappresenta un piccolo tesoro, o magari una miniera, da cui bisogna saper estrarre l’oro. Sia il traduttore, sia lo scrittore, hanno l’abitudine di analizzare ogni termine in profondità e di utilizzarle in modo “più consapevole” in relazione a ogni situazione specifica.
Peraltro, anche se traduttori e scrittori beneficiano degli stessi “semi” (le parole), non li trattano, non li “coltivano” allo stesso modo e non li usano agli stessi fini. Il punto di partenza e quello di arrivo del lavoro di un traduttore è sempre ben definito – il testo-fonte dev’essere tradotto in un’altra lingua dall’inizio alla fine, con lo stesso stile, lo stesso contenuto e le stesse idee. Dunque, la libertà di espressione di un traduttore è limitata dal testo di partenza. Il traduttore opera come un intermediario, che decodifica l’informazione nella lingua-sorgente e la traspone in un’altra. Il traduttore, d’altro canto, non ha alcuna responsabilità – se non quella di essere preciso nella traduzione, per non alterare le idee di fondo dell’originale – in relazione al testo in corso di traduzione. Quanto allo scrittore, invece, considerando che il punto di partenza e quello conclusivo della sua opera non sono ben determinati, egli gode di piena libertà e, per converso, di una totale responsabilità morale e giuridica, per quel che concerne la sua creazione.
Lo scopo del traduttore è far passare un certo messaggio insito nel testo-fonte e, insieme, evocare nel lettore emozioni e sentimenti ben precisi in rapporto alla situazione, che può essere più o meno specifica (per esempio, nel caso della traduzione di un testo pubblicitario bisogna comunicare le caratteristiche del prodotto e il desiderio di acquistarlo, mentre nel caso della traduzione di una lettera commerciale, in ipotesi, esortare l’interlocutore a concedere un appuntamento, ecc.). Il fine dello scrittore è prima di tutto quello di esprimersi, materializzare i propri pensieri, suscitare piacere nel lettore o guidarlo nel suo mondo mentale – in qualità di autore e per come lo ispira la sua fantasia. Perciò, il lavoro di uno scrittore va oltre la trasmissione di un messaggio in senso puramente informativo.
Invece, l’aspetto-chiave del lavoro del traduttore è prima di tutto la comunicazione di una determinata informazione, nella maggior parte dei casi senza sfumature artistiche – con l’eccezione, ovviamente, delle traduzioni letterarie. Se un traduttore giuridico, ad esempio, si concede la libertà di essere troppo artistico e creativo nei suoi lavori, può provocare molti danni o perfino dei drammi; nel campo della politica internazionale, un solo errore, da parte sua, può creare un grave malinteso e perfino un conflitto tra stati.
Tolstoj nell’unica sua foto a colori esistente (di Sergej Michajlovič Prokudin-Gorskij, 1908) (da Wikipedia)
È per questo che direi che i lavori di traduttore e scrittore non hanno la stessa anima, ma piuttosto la stessa carne e lo stesso sangue; sono come due cugini che vivono in paesi diversi e, di conseguenza, portano con sé valori e abitudini differenti, che possono eventualmente incontrarsi e arrivare a comprendersi, ma soltanto a tratti. Lo dimostra il fatto che un buon traduttore non diventa sempre un bravo scrittore, e viceversa. Ma ogni traduttore – come qualsiasi rappresentante di una professionale nella quale è necessario padroneggiare bene la lingua (giornalista, critico letterario, ecc.), ha il potenziale di riuscire un giorno più facilmente in una carriera letteraria, rispetto a chi proviene da ambiti lontani dai mestieri “filologici” (eccezion fatta per le persone che di natura sono particolarmente dotate, i “geni della letteratura”). Com’è anche vero che gli scrittori che hanno una buona padronanza delle lingue straniere riescono spesso bene come traduttori letterari; esiste tuttavia il pericolo che dopo un po’ finiscano per introdurre nelle proprie traduzioni – consapevolmente o meno, lasciando andare la propria fantasia – troppi elementi del loro stile, il che rischia di far scomparire l’originale e di dare origine a un’altra opera letteraria. Fu questo, ad esempio, il caso della traduzione letteraria di Pinocchio (Burattino, nella versione russa di Aleksej Nikolaevič Tolstoj) e del Mago di Oz (Il mago della città di smeraldo, nella versione russa di Alexander Volkov).
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(la versione originale di questa traduzione, in lingua francese, è disponibile sul sito professionale di Eleonora Larina, qui, dove la si può trovare pure in lingua russa, tradotta da lei; la versione italiana che avete letto è stata realizzata da Giovanni Agnoloni)
