di Giovanni Agnoloni
Milano dalle finestre dei bar, di Luca Vaglio (Marco Saya Edizioni, 2013)
La poesia di Luca Vaglio è discorsiva, ma non si pensi che questo sia un aggettivo sminuente. Tutt’altro, essa è tale nel senso più nobile: quello della saporosa consistenza delle conversazioni rubate dal tavolo di un bar, che racchiudono in sé le luci e gli aromi degli ambienti che le ospitano. Associano echi di passato e riflessi di milanesità modaiola, tridimensionalità metropolitane e micro-nicchie di quartiere. Fanno sentire l’internazionalità di quella che per tanti è la città più europea d’Italia insieme alla sua ineliminabile aura provinciale, così intima e così nostrana.
Le luci della tua notte sono ghiaccio e pompelmo
aprono la via, la sosta volontaria
sui riflessi grigio-metallo del bancone
schiuma di birra sopra il linoleum e tre euro da non pagare (…)
(p. 9)
C’è poi anche un’eco cosmica, forse figlia della solitudine dello sguardo iper-percettivo dell’“io narrante” dei vari “atti” di questo piccolo poemetto narrativo.
(…) e ancora necessità di non fare
di stare senza pensare
di guardare la vita da fuori
protetto da una smagliatura temporale
una dissolvenza sull’ora della morte
(p. 13)
La chiave di lettura di tutti questi versi, sia pur così vari, sta nella parola “contemplazione”. Il singolo che osserva e che sente è, intuitivamente, parte di e com-presente a tutto ciò che viene raggiunto dalla sua com-prensione.
(…) a volte un segno
viene dalle cose
(p.15)
Infine, c’è una vena così inconfondibilmente milanese, della stessa “grana” di quella che scaturisce da un altro libro di poesia edito da Marco Saya, Biscotti selvaggi di Franz Krauspenhaar.
In via Ponte Vetero sprofonda
e traspare il cielo di Milano
linfa inattesa di azzurro chiaro
e bianco sfumato , quasi un’oasi
urbana di gas diafano e rotaie
fragile armonia di suoni ferrosi
(p.18)
Mi è capitato di conoscere questa Milano, a sprazzi, capitandoci per presentare libri o per incontrare il mio agente letterario o, in passato, per colloqui di lavoro. L’ho girata a varie ore e in zone diverse, guardandone il cielo e inalandone la nebbia. Ho anche assorbito i suoi interni e osservato la sua gente. Perciò questa recensione non è solo l’approvazione di un testo poetico ben scritto e di valore artistico. È soprattutto l’avallo e il lampo di riconoscimento di chi ha provato su di sé ciò di cui parla.
Quella di Luca Vaglio è una vena minimalista che non consiste in un vagare per il mondo ritraendosene e, implicitamente, rifiutandolo, ma, al contrario, nel prendere le distanze da mode e omologazioni per far silenzio dentro di sé e riappropriarsi del sapore autentico delle cose e dei luoghi.
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(la foto panoramica di Milano, di Nicolago, è stata dalla nostra redazione autonomamente tratta da Wikipedia)



