di Gianluca Bonazzi
“Il principio della pausa nella modernità”
Il titolo è la morale che ho tratto da un bell’incontro avuto, domenica 17 maggio, alla Festa della Malvasia di Sala Baganza (Parma), dove il mio romantico girovagare mi ha portato a curiosare e a ravanare.
La Malvasia parmense è vino di discreta personalità, di antica origine delle basse colline, di colore ambrato in passato, poi tendente da alcuni decenni verso un giallo paglierino. Il rischio classico di queste manifestazioni è che si assomiglino tutte, nel tempo e nello spazio, che si risolvano infine in una sorta di rusco e brusco, misto frutta e di tutto un po’. Bisogna allora usare molta attenzione girando tra i banchi, per cogliere spunti in grado di offrire senso e significato, per far sì che si ritorni a casa più ricchi di quando si era arrivati.
Questo mi è successo proprio ieri. Il motivo iniziale di attrazione consisteva nella presentazione di un libro, tra realtà e leggenda, intitolato Il vino di Garibaldi, di Giancarlo Gonizzi.
Una volta conclusa, ho iniziato a guardarmi attorno, senza molta convinzione, assorto com’ero nei miei pensieri innervati dal deserto della solitudine. Evidentemente, però, nel profondo dell’anima ho sacche di resistenza colme di feconda immaginazione, tale da aprire spesso uno squarcio nel momento e trasformarlo in meglio.
Attraverso uno stand di un’azienda vinicola friulana dal nome evocativo, “Castello di Rubbia”, ho percepito un paesaggio di piccoli mondi a parte e scrigno di antiche storie da conoscere. La proprietà dell’azienda vinicola è a San Michele del Carso, in provincia di Gorizia. Il Friuli è mondo di confine e da sempre è nel mio cuore, soprattutto il Carso. Ci sono stato pochissime volte, ma son bastate per piantare in me la bandiera dell’ immaginazione di quei luoghi e di tutto ciò che contribuisce ai loro genii loci.
Ho così conosciuto una donna del vino, una donna di-vi(g)na, graziosa nel modo di essere, con due occhi azzurri che sembrano fari mitteleuropei. Ho cominciato ad assaggiare qualche vino, ma il momento magico doveva ancora venire. È potuto accadere grazie a un vino particolare, di bassa produzione, di qualche anno fa, frutto di pensiero e azione da Lei intrecciati e accordati nel Tempo, come se si fosse trattato di suonare un brano musicale leggendo lo spartito delle sue vigne.
Il riferimento alla musica non è casuale, avendo saputo che è diplomata in pianoforte. Il vino è una sorta di passito che sembra non passito, dal nome straordinariamente poetico: “Cadenza d’inganno”. A quel punto è partita in me la malia, cioè il filo invisibile delle cose che ne fanno crescere altre, come per realizzare un tessuto fatto di storie, luoghi, persone, cose, saperi, aneddoti, collegamenti cioè, che sono sempre infiniti e dettati dal caso che insegna.
Mi sono trovato sazio dell’incontro avuto e, volendoci meditare sopra, l’ho salutata e ripreso il mio cammino tra i banchi, e così le parole hanno poi iniziato a sgorgare dall’animo toccato dalla cadenza d’inganno, facendomi capire una volta di più cosa manchi all’acclamata modernità: il principio della pausa, il silenzio, la meditazione. Suddetti valori sono in lei e nel suo modo di creare vino, come sono pure in me e nel mio modo di ravanare poesia. La condivisione con buon gusto di bellezza e cultura non poteva che far nascere empatia, poi emozione, quindi baratto, infine esperienza del tutto.
A lei ho donato la poesia improvvisata che segue, sul “vino magico”, e in cambio ho avuto una bottiglia, che non so se riuscirò a bere, per non stappare il ricordo e vederlo svanire.
Purtroppo il linguaggio, che rinvia di continuo e in modo acritico, omogeneo e uniforme ai temi della modernità, vuole solo farci correre sempre, per arrivare prima non si sa bene dove e a quale prezzo. La cadenza d’inganno è un vino letterario per anime sensibili, dal gusto dei sentimenti più nobili e puri, e sorseggiarlo con calma significa riprendersi il tempo del proprio pensiero in bellezza, con cautela e oscillando.
La cadenza d’inganno non è un inganno.
è solo una cadenza,
affabile ed amabile,
che si disegna sulla terra
come fosse una goccia d’acqua,
che si spargesse
in quella sottile linea di confine,
dove solo le note del caso,
Giano bifronte
e tessitore di alfabeti ignoti,
sanno orchestrare la malia
che a nessuno mai
è dato capire.
Ogni volta ne sorge
però un incanto
che trafigge,
come un raggio di luce.
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