Siamo alla trentanovesima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle de trentottesimo articolo.
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Il Dopoguerra a Firenze
di Luca Moreno
La fine della guerra segna una svolta nella Storia occidentale e non solo. La democrazia, la vera vincitrice del conflitto, si afferma in tutta Europa e, conseguentemente, entra in crisi l’idea stessa di colonialismo, anche se ci vorrà del tempo perché le grandi potenze europee accettino di rinunciare definitivamente ai loro possedimenti oltremare. Senza considerare che nuove forme di questo fenomeno, talvolta non immediatamente visibili, nasceranno in epoca postbellica. Per l’Italia si tratta di un vero e proprio spartiacque: non solo il Fascismo sarà, nella nuova Costituzione, ostracizzato con norme che ne dichiareranno l’illegalità, ma cambierà anche la forma istituzionale dello Stato. I Savoia infatti pagano le loro responsabilità per non aver saputo respingere Mussolini in occasione della Marcia su Roma, per aver sottoscritto la vergogna delle leggi razziali, per essere stati complici del disastro nazionale causato dalla guerra e per essere fuggiti da Roma bombardata, lasciando il popolo italiano al suo destino.
Le distruzioni della guerra avevano causato al paese danni gravissimi: circa il 20% del patrimonio nazionale era perduto, anche se le devastazioni sono state inferiori a quelle subite da altri stati europei. Il primo governo, dopo la liberazione, fu quello di Ivanoe Bonomi III, che si insediò il 12 dicembre 1944. Bonomi lo abbiamo già conosciuto quando ricoprì la carica di Presidente del Consiglio dal 4 luglio 1921 al 26 febbraio 1922; ora ritorna fino al 21 giugno 1945. In seguito alle sue dimissioni, si apre la strada alla creazione di una nuova compagine ministeriale presieduta da Ferruccio Parri e composta dalla Democrazia Cristiana, nata dalle ceneri del vecchio Partito Popolare; dal Partito Comunista Italiano, nato nel 1921 dalla scissione dal Partito Socialista e che sarà, per gran parte dell’Italia repubblicana, l’avversario storico della Democrazia Cristiana; dal Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, caratterizzante la componente socialista; dal Partito Liberale Italiano, erede del vecchio Partito Liberale fondato da Giolitti; dal Partito d’Azione di orientamento radicale, repubblicano e socialista-moderato, che però scomparirà nel 1947, e dal Partito Democratico del Lavoro, di ispirazione democratico-progressista, di cui Ivanoe Bonomi era il principale leader. Come si vede, si tratta di una compagine ministeriale non basata sulle affinità ideologiche, bensì sulla lotta comune al Nazifascismo.
Il Governo Parri lascia però presto il posto al primo Ministero di Alcide De Gasperi (figura 114), che si può considerare l’ultimo governo del Regno d’Italia e, contemporaneamente, il primo della Repubblica Italiana (dal 10 dicembre 1945 al 10 luglio 1946). De Gasperi inoltre, dal 12 al 30 giugno 1946, svolge anche le funzioni di Presidente provvisorio dello Stato. Successivamente diventa Presidente della Repubblica Enrico De Nicola (figura 115) per nomina convenzionale (a seguito di votazione) dell’Assemblea Costituente, ma il titolo gli viene tuttavia propriamente conferito il primo gennaio 1948, giorno di entrata in vigore della nuova Costituzione, approvata dall’Assemblea medesima il 22 dicembre del 1947. Dopo De Nicola sarà la volta di Luigi Einaudi (12 maggio 1948 – 11 maggio 1955).
De Gasperi, democristiano, e Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano (figura 114), sono i protagonisti assoluti della prima fase della Storia Repubblicana, rappresentando per i rispettivi schieramenti dei veri e propri miti, in un’epoca in cui la politica non era ancora dominata dall’interesse personale, ma dagli ideali e dalla passione. In virtù del risultato ottenuto nelle elezioni del 18 aprile 1948 – celebri per l’altissima affluenza (92%), ma soprattutto perché in quella occasione l’Italia scelse di rimanere nell’orbita dei paesi occidentali – De Gasperi assicura alla Democrazia Cristiana un’egemonia che, rinnovata da successive consultazioni elettorali, durerà incontrastata per parecchi decenni, ed esercitata dallo stesso De Gasperi fino al 17 agosto 1953; egli saprà infatti, con grande abilità, presiedere ininterrottamente ben otto governi, che costituiscono la prima fase della storia repubblicana, chiamata Centrismo.
Firenze vive, come ogni altra città italiana, gli avvenimenti politici nazionali, anche se con un occhio sempre rivolto ai suoi problemi specifici. Nelle zone distrutte sono scomparse le macerie; l’opera di restauro è iniziata appena tre mesi dopo che il fronte si era allontanato dalla città. Si tratta ora di dare avvio a un piano organico di ripristino, che si caratterizza per progetti, proposte e intenzioni, non sempre coerenti tra loro. La stessa ricostruzione dei ponti non è esente da polemiche; il primo a essere riedificato è il Ponte alla Vittoria (1946); poi è la volta del Ponte San Niccolò: anche qui non mancano i malumori, perché l’opera viene giudicata troppo all’avanguardia per i tempi (1949); ricostruiti anche il Ponte alla Carraia (1951) e il Ponte Santa Trinita (1958), mentre nel 1957 viene costruito il Ponte Amerigo Vespucci. Si discute poi come si debba riedificare la zona del centro storico, distrutta dalle mine tedesche. Giornali, riviste e pubblicazioni si sono impegnati nel presentare progetti, ipotesi, consigli, fino a che il dibattito si conclude con interventi basati su criteri che lasciano più di una perplessità, perché zone originariamente omogenee assumono un volto proprio e distinto.
Dal punto di vista amministrativo, dopo il mandato esercitato dal Sindaco socialista Gaetano Pieraccini (1944-1946), è la volta del comunista Mario Fabiani (1946-1951) e poi del democristiano Giorgio La Pira (figura 116), che rimane in carica fino al 1964. Proiezione vivente su Firenze del predominio non solo politico, ma anche culturale e ideologico (termine allora non considerato una parolaccia) che la Democrazia Cristiana esercita a livello nazionale, La Pira, deputato, giurista della Costituente, professore nell’Università fiorentina, figura leggendaria per una parte dei fiorentini (addirittura in odore di santità), riesce a preoccuparsi del bene dei cittadini più bisognosi, dei disoccupati, della gente senza casa, dei vecchi senza aiuto. Il requisire ville, palazzi e case sfitte e organizzare cantieri di lavoro non gli attira certo le simpatie di chi vorrebbe scorgere in questa sua azione il pericolo di un populismo politicamente pericoloso, ma La Pira non si fa intimidire, riuscendo non solo a impedire la chiusura delle fabbriche Galileo e Pignone, ma addirittura a favorirne il rilancio con un’operazione che permette a Firenze di conservare molti posti di lavoro.
Dal punto di vista culturale, questo primo decennio postbellico presenta un quadro cittadino che definirei contrastato; da un lato infatti i vecchi luoghi fiorentini di ritrovo come il Caffè Le Giubbe Rosse in Piazza della Repubblica e la trattoria L’Antico Fattore (in Via Lambertesca, a pochi passi da Piazza della Signoria) e il Caffè Paszkowski (ancora in Piazza della Repubblica) hanno ormai una clientela nuova, favorita dal fatto che Milano e Roma esercitano un’attrazione maggiore di Firenze; d’altra parte, però, l’arte e la letteratura toscana stanno offrendo nuovi nomi importanti come il poeta e scrittore Mario Luzi; Carlo Bo, grande critico letterario; Carlo Ludovico Ragghianti, storico e teorico dell’arte; e poi, i nuovi pittori come Ugo Capocchini e Bruno Rosai; e, nella musica, il grande Luigi Dallapiccola, compositore e maestro al Conservatorio fiorentino – mentre il Maggio Musicale sforna ogni anno programmi culturali di altissimo livello.
Per quanto riguarda le vicende legate alle Amministrazioni di Palazzo Vecchio, segnaliamo la momentanea sconfitta di La Pira nelle elezioni del 1956, che provoca l’arrivo del commissario prefettizio Lorenzo Salazar; ma nel 1961 torna ancora La Pira, a capo di un’Amministrazione di Centro Sinistra, sostituito dal socialista Lelio Lagorio nel biennio 1964-1965. Lagorio è però sindaco per pochi mesi, perché, sempre nel 1965, ritorna un commissario prefettizio, Adriano Monarca, al quale succede il democristiano Piero Bargellini (biennio 1965-1967) (figura 116). È il luglio del 1966, e pochi mesi dopo Bargellini dovrà sostenere le fatiche d’essere il sindaco di una città che soffre le sciagure di una nuova guerra, causata questa volta non dalle mine o dalle bombe, ma dalla furia del fiume Arno. Non a caso, Bargellini sarà chiamato il “Sindaco dell’Alluvione”.



