di Giorgio Galli
“Hans Rott, genio incompreso”
Hans Rott era un compagno di studi di Mahler a Vienna. Studiavano entrambi con Bruckner. Bruckner lo stimava il migliore dei suoi allievi e credeva che Rott, non Mahler, avrebbe fatto il futuro della musica. Esiste una sola foto di Hans Rott. E da quell’unica effigie ci è chiara una cosa: aveva carisma, quel ragazzo. Dimostra circa vent’anni: possono esserne diciotto, certo non più di ventidue. Ha un bel viso, allungato e grazioso, «somigliante a quello di Ludwig II di Baviera» ha scritto Quirino Principe (1). La bocca ha una smorfia adolescenziale; ma gli occhi sono imperiosi. Una folta chioma d’artista completa il ritratto. Un ritratto che somiglia alla sua musica. Una musica impetuosa, cosmogonica, pianeti e soli che cantano, che danzano… Una musica magnetica, proiettata nel futuro a conquistare la vita, a divorarla, a esserne il padrone. È questo che esprimono quegli occhi. Ma la bocca, la bocca è da adolescente. Ed è con mezzi d’adolescente che Rott cerca di afferrare il futuro. Vuole il successo, la gloria, il riconoscimento, e li vuole subito. Non è pronto ad affrontare le sconfitte. La sicurezza e il carisma sono fragili.
Chi è Rott? La sua musica parla di un genio che non ha ancora trovato se stesso: un genio in crisalide. Risente l’influenza di Bruckner e Wagner, gli innovatori, ma cerca di conciliarli con Brahms, il conservatore. Vuole fare una musica universale. Sta ancora imparando l’orchestrazione, ma ha delle “visioni” timbriche a cui Mahler attingerà a mani basse. Nel Preludio pastorale anticipa addirittura l’impressionismo di Debussy e Ravel – e lo anticipa di oltre dieci anni! Rott si sta appropriando del presente, del passato e vuole appropriarsi anche del futuro. Ma non ha ancora scelto che posto intende occuparvi. Sa solo che vuol essere un grande compositore. Le sue pagine hanno il sapore della scoperta di un mondo meraviglioso, di un mondo dai mille segnali tutti da decifrare.
Rott non ha idee chiare, ma ha molte idee. Non ha ancora una personalità delineata, ma ha personalità. Non vuole prendere la via più facile. Come tutti gli intelligenti, vuole andar oltre, satollarsi di musica, provare tutte le strade prima di procedere per la sua. Ma allora, perché nel 1880 viene preso da una tale fretta del successo?
Confrontiamo l’unica foto di Rott con una qualsiasi di Mahler. Mahler ha un’aria concreta: è un costruttore di opere, un muratore che mette i mattoni uno dopo l’altro. Rott ha un’aria sognante. È un San Giovanni Battista, non un Cristo. Tantomeno è un San Paolo. San Giovanni Battista, in greco, si dice Ioannis Prodromos, Giovanni il Precursore. Mahler considerava Rott il suo precursore. Ne disse: «È impossibile stimare ciò che la musica ha perduto perdendo lui. Il suo genio s’invola così alto già nella prima sinfonia, scritta a vent’anni, da fare di lui – e la parola non è affatto forte – il padre della nuova sinfonia così come io la intendo. Eppure non ottenne ciò che volle. Fu come uno che si sporge in avanti a lanciare tutto ciò che ha, ma che, ancora impacciato, non centra l’obiettivo. Ma io so a che cosa mirava. Ed è qualcosa di così vicino alla mia natura che io e lui sembriamo due frutti di uno stesso albero, nati dalla stessa terra, nutriti dallo stesso sole… Forse, insieme, io e lui avremmo esaurito tutti i contenuti musicali di questa nuova epoca, di quest’alba della musica» (2).
La dichiarazione è d’effetto. Sembra un omaggio, e forse lo è. Ma è un omaggio “funzionale”. Mahler dice che Rott non è riuscito nel suo intento perché è morto prima di poter padroneggiare i suoi mezzi d’espressione – il che è vero. Ma suggerisce che lui, Mahler, è quello che ce l’ha fatta, che è arrivato sulla vetta e ha piantato la bandiera per tutti e due. Rott è un fratello che non ha superato la selezione naturale. La selezione naturale fa vincere i migliori, Mahler ha vinto, Mahler è il migliore: è questo il sillogismo.
Mahler vanta molte somiglianze fra sé e Rott. Quello che tace è di aver saccheggiato molte idee dai manoscritti inediti di Rott, spunti tematici, ritmici, timbrici. Ed è stato perfino più prudente. Lo Scherzo della sua Prima sinfonia è molto più cauto di quello della Sinfonia di Rott. È con la Seconda che Mahler trova il coraggio di riproporre le atmosfere rottiane, e solo nella Quinta trova anche quello di svilupparle. Ciò che Rott aveva “lanciato”, lui lo dosa. È per questo che è un vincitore.
Nella costruzione mitologica di sé, la figura di Rott divenne per Mahler una figura-chiave. Il fratello sconfitto e la sua musica, troppo nuova per i suoi tempi, entrarono a far parte degli delle ossessioni di Mahler. Mahler cita Rott, e citandolo se ne allontana. Lo retrocede nella memoria. Il Rott di Mahler non è il vero Rott. È un personaggio leggendario. E i personaggi leggendari devono rimanere tali, non devono diventare reali. Se si fossero incontrati nel 1900, forse Mahler sarebbe rimasto deluso da Rott, e Rott gli avrebbe domandato: “Cosa sei diventato, Gustav?”.
Hans Karl Maria Rott nacque il primo agosto 1858 in un sobborgo di Vienna, Braunhirschengrund.
La sua fu un’infanzia serena. Ma durò poco. Nel 1876, a diciott’anni, era orfano di entrambi i genitori. Si era messo a lavorare. Ma la musica, sua vocazione, lo chiamava. Riuscì a iscriversi alla Universität für Musik und darstellende Kunst Wien (l’Università per la musica e le arti interpretative di Vienna). Per le sue doti e il suo basso reddito venne esentato dal pagamento della retta. Per le sue sole doti, l’anno successivo ottenne una borsa di studio. Il talento e la volontà vennero riconosciuti. Un anno dopo l’iscrizione, Hans aveva già vinto due “premi d’onore” del Conservatorio. Era, fra l’altro, il più promettente organista di Vienna, anche in ciò simile al suo maestro Bruckner, che gli procurò un posto d’organista nella chiesa dei Padri Piaristi, un monastero alla periferia di Vienna, dove gli diedero anche una stanzetta. Lì lo andò a trovare Mahler, e vide pendere dal soffitto delle filze di salsicce: una misera provvista, cui il giovane ricorreva nei momenti di fame.
Ma i Padri Piaristi lo accusarono di aver rubato alcuni volumi dalla biblioteca. Credevano che li avesse trafugati per rivenderli. Il giovane si protestò innocente, ed è da credere che lo fosse davvero. Ancora una volta Bruckner si diede da fare, e gli trovò un posto da direttore di coro in Alsazia. Ma Rott non voleva andare in Alsazia. A Vienna aveva tutto, aveva anche trovato una ragazza. Aveva bisogno di stabilità, di un reddito, di iniziare a farsi una posizione. E per ottenerla c’era un modo solo: vincere il Premio Beethoven, che dava diritto a una borsa di studio statale. Decise di concorrere, nel 1880, con la sua Sinfonia. La giuria del premio era capeggiata da Brahms, il più autorevole dei conservatori, il nemico del suo maestro Bruckner. Rott prese coraggio e andò da lui il 17 settembre. Ma Brahms non gradì lo stile sinfonico di Rott, il suo progetto di una musica universale che conciliasse la tradizione con il progresso, e scambiò le citazioni di Rott dalle sue musiche per delle prese in giro, mentre nelle intenzioni del giovane erano degli omaggi, forse messi là per ingraziarselo. Disse che la Sinfonia non poteva essere opera di una sola persona, perché “accanto a così tante belle cose, ci sono di nuovo talmente tanti elementi banali o privi di senso che non può certamente essere opera di Rott”.
Fu un colpo. Rott tentò di convincere il grande direttore d’orchestra Hans Richter ad eseguire la Sinfonia, ma Richter, benché apprezzasse il talento del giovane, escluse la possibilità di un’esecuzione pubblica. Né i tempi erano maturi per una musica così moderna, né Rott era ancora maturo come compositore. Non si poteva essere così audaci senza essere padroni dei propri mezzi. Rott si decise a partire per l’Alsazia. Ma ormai era un uomo cambiato. Cominciò a essere scontroso; camminava e si guardava intorno circospetto… Un’idea fissa s’era insinuata nel suo cervello: che Brahms fosse invidioso di lui e volesse ucciderlo. Rott si sentiva un genio incompreso, subito dopo una nullità, poi di nuovo un genio incompreso, e queste oscillazioni gli facevano perdere la testa. I Padri Piaristi continuavano ad accumulare indizi a suo carico, s’erano accaniti nel voler dimostrare la sua colpevolezza. E il 21 o 22 ottobre 1880, sul treno diretto in Alsazia, un viaggiatore accese un sigaro. Rott gli puntò contro una rivoltella e urlò di spegnerlo perché Brahms aveva riempito il treno di dinamite. I passeggeri si presero cura di lui. Due giorni dopo fu internato all’ospedale psichiatrico di Vienna.
In manicomio usava i suoi manoscritti come carta igienica, e gridava, ridendo tutto allegro: “Questo è il destino che meritano le opere degli uomini!” Fosse stato meglio curato, avrebbe potuto sopravvivere in maniera decorosa, forse guarire o almeno migliorare. Ma era povero, e venne sbattuto in manicomio come in galera. Morì nel 1884, a ventisei anni. Al funerale, Bruckner voleva aggredire Brahms, gridargli che era responsabile della sciagura. Che aveva commesso “una vera ingiustizia artistica”. Ma era troppo sconvolto, e non ci riuscì.
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Note:
(1) Quirino Principe, Mahler, Bompiani, 1985
(2) Ibi, con integrazione attinta da vari siti in lingua inglese (trad. Giorgio Galli)



