di Giorgio Galli
Andrea Luchesi, “maestro invisibile”
Un flatus vocis. Nient’altro. Una parola. “Che c’è in questa parola?” si domanda Sir John Falstaff nel Falstaff di Verdi. “C’è dell’aria che vola”, si risponde. Una parola e poco più è rimasta di Andrea Luchesi.
Andrea Luchesi in un ritratto a lungo identificato come raffigurante Christian Gottlob Neefe (da lvbeethoven.com)
«Andrea Luchesi, fra tutti i musicisti settentrionali del XVIII secolo, ebbe a Venezia la miglior istruzione musicale e culturale, grazie a maestri che furono tra i più grandi compositori e didatti dell’epoca (Valentino Cocchi, celebre operista napoletano – Giuseppe Saratelli, maestro della cappella marciana – padre Paolucci, allievo prediletto del celebre Padre Martini – padre Vallotti, il maggior teorico musicale del Settecento italiano, e Baldassarre Galuppi). Già maestro a vent’anni (nacque nel 1741), lavorò per molte chiese, per i teatri veneziani e soprattutto per il celebre Ospedale degl’Incurabili. Nel 1771, grazie alla sua fama in città, ebbe l’incarico dal governo veneziano di comporre una Messa da Requiem per la morte dell’ambasciatore spagnolo a Venezia, il Conte di Montealegre (esequie ufficiali di stato), che fu eseguita, con grande apparato, nella chiesa di S. Geremia. Dopo aver lavorato a lungo per le città venete (tra cui Verona e Padova, collaborando con padre Vallotti presso la Basilica del Santo, componendo splendide pagine musicali) a trent’anni fu invitato (grazie all’intuito del conte Durazzo) dal principe arcivescovo Max Friedrich a Bonn, la più importante cappella cattolica di Germania, dove ricoprì la più alta carica musicale: difatti fu nominato Kapellmeister a vita, subentrando al non troppo brillante Ludwig van Beethoven senior (il nonno del titano). Nella città tedesca si stabilì, rispettato e considerato tra i più grandi compositori e didatti di quel tempo, per gli altri trent’anni della sua vita; morì nel 1801… Sotto la direzione del maestro italiano, la cappella di Bonn fu annoverata tra le migliori di tutto il Settecento europeo non solo dagli addetti ai lavori, ma altresì dai numerosi viaggiatori che allora visitarono le terre del Reno. Luchesi compose moltissimo e in ogni stile: sinfonie, musica da camera, musica sacra e opere. Le rappresentazioni teatrali difficilmente lasciavano la patria originaria, ma quelle del maestro veneto furono rappresentate in molte città europee tra cui Milano, Vienna, Praga, Bonn, Stoccolma e persino nel lontano Portogallo.» Così scrive Giovanni Battista Columbro sul numero 90 di Orfeo, datato aprile 2005. Ma tutto questo lavoro dove è finito?
Un compositore francese, Jean Benjamin de La Borde, scrisse nel 1780: «Egli [Luchesi] gode di un vantaggio raro tra gli italiani, cioè che le sue sinfonie sono ricercate in Germania» (1). Ma tutto questo lavoro dove è finito? Il nome di Luchesi è scomparso dalla storia della musica per 130 anni. Dalla sua morte non si parlò più di lui. Luchesi riapparve nel 1937 in un articolo di Theodor Hensler intitolato L’ultimo Kappelmeister, al tempo del giovane Beethoven. Negli stessi anni Fausto Torrefranca, instancabile sommozzatore di musiche strumentali italiane precedenti al trionfo del melodramma, ipotizzò che Luchesi fosse stato fra i maestri del giovane Beethoven. E sarebbe uno sberleffo della storia se la forza del genio di Beethoven avesse espulso dalle cronache musicali entrambi i suoi presunti maestri: Antonio Salieri, eccellente compositore e generosissimo didatta degradato ad assassino di Mozart da Puškin, che nel dramma Mozart e Salieri reinventò la figura di Salieri più o meno come Thomas Bernhard avrebbe reinventato la figura di Glenn Gould nel Soccombente − poi Miloš Forman in Amadeus riprese il dramma di Puškin e lo proiettò nella cultura popolare, trasformando Salieri coram populo nell’omicida che non fu −; e sarebbe una beffa della storia, dicevo, che la forza della musica di Beethoven avesse estirpato dalle cronache musicali entrambi i suoi maestri, Antonio Salieri e Andrea Luchesi, per lasciarvi solo il povero e meno significativo Johan Gottlob Neefe. Per 130 anni il nome di Luchesi era scomparso. Ma, cosa più grave, era scomparsa la sua musica. Solo negli anni Ottanta una musicologa tedesca, Claudia Valder-Knechtges, riprese le ricerche di Hensler e Torrefranca. Grazie a lei il nome di Luchesi tornò in circolazione. Ma, contro ogni aspettativa, anziché nella storia della musica, il compositore perduto trovò posto all’interno di un giallo.
L’articolo di Columbro continua così: «Dove sono oggi le sue musiche del periodo tedesco?… il maestro italiano aveva l’obbligo dell’anonimato… forse sono state attribuite a più fortunati compositori? Gli eventi politici ed economici internazionali della seconda metà del XVIII secolo non hanno consentito al musicista italiano né di brillare né di apparire sui libri, ma abbiamo, fortunatamente, alcuni documenti e le cronache del tempo che ce lo restituiscono tra i più grandi. È sufficiente, oggi, considerare la sola musica scritta prima della sua partenza per Bonn per notare immantinente un edificio musicale completo che non teme perplessità o incertezze e che gli consente, senza esitazioni di sorta, di stagliarsi come una figura eminente al di sopra di molti musicisti coevi. Sono più di duecento anni che il nome di Luchesi continua ad essere espunto dalle biografie di Mozart, Haydn, Beethoven, dalle enciclopedie e dai libri di storia della musica; nostro dovere è riconsegnare alla storia e alla cultura italiana un artista non solo affezionato alla sua terra e ai suoi costumi, ma altresì vero lustro per noi italiani. Fortunatamente i dati in nostro possesso non solo ci consentono di affermare a piena voce che è stato “taciuto” un grande personaggio della musica italiana, ma […] sono rivelatori di messaggi che muterebbe la storia della musica, come già il Torrefranca preannunciava negli anni trenta del Novecento… Nel 1787 in Austria si decretò la fine del latino, che fu sostituto dal tedesco. Iniziava il nazionalismo austriaco in funzione antiprussiana; fino a quel momento l’idioma della corte asburgica era il nostro (Metastasio, G. e L. Boccherini, Calzabigi, Salieri, Da Ponte, Casti, Anfossi, Bertati, Guglielmi, Bonno ecc.): questi furono gli anni in cui iniziò la damnatio memoriae per Andrea Luchesi. La lungimiranza del tempo e le vicende storico-politiche europee di fine Settecento hanno permesso a molte composizioni luchesiane di raggiungere, a volte “bonificate”, i nostri tempi e di ritornare nella nostra penisola…»
Che cosa vuole dire Columbro? Un giorno, nei primi anni Duemila, da un archivio dimenticato, spuntò una partitura completa della sinfonia Jupiter di Mozart. Ma il nome sul frontespizio, raschiato e a malapena leggibile, non era di Mozart, ma era (o meglio pareva essere) “Lucchese”.
Tanto bastò a scatenare una specie di irredentismo musicale. Il musicologo Giorgio Taboga scandagliò il periodo tedesco di Luchesi, trovò testimonianze dei suoi rapporti con Franz Joseph Haydn e Johann Peter Salomon, amico fraterno di Luchesi e impresario di Haydn a Londra, e con Leopold e Wolfgang Amadeus Mozart, conosciuti a Venezia nel 1771. Cosa sostiene Taboga? Che il compositore italiano avrebbe suscitato in terra straniera troppe invidie, che sarebbe stato costretto a comporre nell’anonimato, che molte opere attribuite ad Haydn e Mozart sarebbero in realtà di Luchesi. Taboga, morto nel 2010, dedicò la vecchiaia a dimostrare questa tesi, ma questa tesi è oggi tutt’altro che dimostrata. Nella musica di Luchesi si troverebbero particolarità tecniche che sarebbero diventate patrimonio di Mozart e Beethoven e non di Haydn, sostiene Taboga; e poi, con leggera contraddizione, sostiene che Haydn avrebbe addirittura acquistato da Luchesi numerose pagine musicali. Ma se Luchesi era conosciuto in terra tedesca, non è più semplice supporre che i più giovani Haydn, Mozart e Beethoven ne siano stati semplicemente influenzati?
Quanto al manoscritto d’incerta attribuzione, prima che si affermasse la buona abitudine di stampare le opere complete in partitura e non sotto forma di spartiti, e prima che si affermasse il diritto d’autore, furono combinati molti pasticci. Basta questo a sottrarre a Mozart un capolavoro che calza la sua maturità artistica in un modo ch’è difficile non vedere? Certo, ci sono alcune affascinanti coincidenze: Haydn smise di comporre nel 1801, fiaccato dalla malattia che lo avrebbe ucciso nel 1809. Nel 1801 muore Luchesi. C’è chi sostiene che non fu la malattia a sconfiggere Haydn, ma la morte di Luchesi, suo ghostwriter. Tesi ardite. C’è chi ne ha fatta una questione patriottica, un esempio di come gli austriaci si sarebbero appropriati del genio italiano. “Siete pronti a rimettere in discussione l’intero concetto di classicismo viennese?” è la domanda che pongono, “Perché in realtà è stata tutta opera di un italiano”. Non solo, ma si sostiene che tutto ciò sia stato voluto dalla corte austriaca all’interno di una guerra culturale.
Tesi azzardate. Rimane il dubbio che il fantasma di Luchesi stia sorvolando questi discussioni, e stia chiedendo: “Ma perché non ascoltate la mia musica?”
—
Note:
(1) J.B. De La Borde, Essai sur la musique ancienne et moderne, Parigi, 1780




segnalo un libro appena uscito che ho letto su Mozart e i miti che lo riguardano. Due musicologi mettono in discussione quel che si crede di Mozart e confermano i dubbi che già si rilevano in questo articolo e che riguardavano studi precedenti. La nuova biografia si intitola Mozart la caduta degli dei. C’è online anche qualche intervista agli autori. Una l’ho trovata qui. Potrebbe interessare perché è collegata all’argomento.
https://www.youtube.com/watch?v=oKJ4LzMpMPk
Ciao Anna, grazie, ma personalmente non credo alle tesi che vorrebbero Luchesi come vero autore delle opere di Mozart. Per quanto ne so, potrebbe avere influenzato Mozart ed essere stato tra i maestri del giovane Beethoven, ma il giallo musicale per cui la Jupiter sarebbe opera luchesiana non lo condivido. Stiamo parlando di un’epoca in cui le partiture circolavano manoscritte, non esisteva il diritto d’autore e gli errori d’attribuzione erano frequenti. Lo stile di Mozart è così riconoscibile che è molto più facile pensare che il manoscritto di Verona contenga solo un lapsus calami poi corretto. Il mio intento era solo di attirare l’attenzione su un pezzo di storia della musica a tutt’oggi mancante -l’opera di Luchesi- e sul suo valore AUTONOMO. Giorgio
Qualcuno non è troppo convinto della saga imbastita su Luchesi. Ecco un’analisi pubblicata oltre un anno fa da un’autorevole rivista musicale