L’ASCESA DELLE COPPIE DI FATTO IN ITALIA

di Claudia Boddi

Pur rimanendo sempre al di sotto degli indici europei, i dati che quantificano le coppie di fatto in Italia sono in aumento. Dalle ultime stime dell’Istat, il 4% della popolazione del nostro Paese sceglie di convivere senza sposarsi, né con il rito civile, né con quello concordatario. Ormai entrate a pieno titolo nello stile di vita di tedeschi, olandesi e danesi – con adeguata legislazione in materia –  da noi, le unioni di fatto faticano a trovare la loro collocazione.

Sebbene l’articolo 29 della Costituzione stabilisca che l’ordinamento italiano riconosce la famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, si moltiplicano i casi di persone che decidono di impostare la loro esistenza in maniera diversa. E se l’epoca dei Pacs e dei DICO segna il tempo di un cambiamento sociale strutturale, che coinvolge non solo gli usi e i costumi del vivere comune, ma anche aspetti amministrativi ed economici di interesse istituzionale prima che personale, il legislatore sembra ignorare le trasformazioni in corso. Ad alimentare l’indifferenza al “nuovo” i continui moniti della Chiesa cattolica sulla sacralità del nucleo originario, non ultimo quello recente di Benedetto XVI: “Il matrimonio è l’unico luogo degno per fare figli”. Scivolano così nel dimenticatoio della memoria, temi come quelli assistenziali, tributari o relativi ai diritti di locazione per le coppie di fatto,  rispetto ai quali l’esperienza giuridica del bel paese è più che limitata. E, di conseguenza, limitante.

Nel frenetico affaccendarsi di questo o quello sparuto gruppo politico per individuare dei criteri equi che definiscano lo stato di convivenza more uxorio, c’è discreto accordo sul fatto che una delle caratteristiche principali di questo tipo di unione sia un minimo di stabilità di coppia e una comunanza di intenti e di interessi. Non solo diritti, certo, per chi percorre una strada alternativa a quella costituzionale, ma anche obblighi e doveri a cui ottemperare. È implicita, per esempio, nel patto di convivenza, fuori dal vincolo matrimoniale, la richiesta di osservare i doveri coniugali, ma una deviazione alla regola, in questo caso, non comporta nessuna conseguenza giuridica. Come nella fattispecie dell’infedeltà: il convivente fedifrago non rischierà l’addebito dell’eventuale separazione, come avverrebbe invece all’interno di un normale matrimonio.

Sempre a proposito della ricerca di parametri di classificazione – o forse sarebbe più opportuno dire: “a proposito di sfondoni” -, qualche anno fa qualcuno propose di declinare le coppie di fatto in base alla combinazione dei generi di coloro i quali le avrebbero composte. Nessuna considerazione, quindi, per le coppie omossessuali perché la diversità del sesso era essenziale. Per fortuna questo fu solo un lampo, tipicamente stonato, del cielo di casa nostra, dove siamo abituati a rimanere indietro, ancorati a dei precetti culturali che oggi farebbero sorridere anche l’ultimo degli uomini dell’era della pietra.

Mentre il Parlamento europeo invita gli Stati membri a trovare una regolamentazione appropriata per questa sostanziosa, nuova fetta di realtà emergente e sempre più significativa, l’Italia risponde a colpi di registri comunali per coppie di fatto – che rimangono perennemente vuoti perché nessuno va ad iscriversi -. D’altronde, è comprensibile: chi mai potrebbe aver voglia di firmare un elenco locale, testimoniando il proprio stato civile, come se fosse un marchio indelebile, attraverso il quale poter essere riconosciuto, identificato e affidato a questa o a quella competenza statale o amministrativa?

4 Comments

  1. Irene 01/03/2012
  2. Giovanni Agnoloni 01/03/2012
    • Irene 02/03/2012
  3. Cosimo 01/03/2012

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