ALFREDO CATALANI, L’ULTIMO GRANDE OPERISTA ITALIANO?

di Giorgio Gallia

“Alfredo Catalani, l’ultimo grande operista italiano?”

“Ma davvero ti piace la Manon?” chiedeva Alfredo febbricitante ad Arturo. “Eppure credimi, non è sincera. Quell’uomo non è sincero.”
“Ma va là, va là, va là!”, rispondeva Arturo col suo accento di Parma, “tu hai scritto La Wally!”
Siamo sul letto di morte di Alfredo Catalani. La Manon di cui parla è quella di Puccini, e Arturo è Arturo Toscanini, non in veste di grande direttore ma di amico di Alfredo. Gli cambia le pezze bagnate sulla fronte sperando di farlo sfebbrare. Ma Alfredo non sfebbra. Entrambi lo sanno. Lo sapevano tutti che era spacciato. Come Massimo Troisi aveva fin da giovane il problema del cuore, così Alfredo aveva fin da giovane il problema dei polmoni. E tutti sapevano che, anche se nessuno sapeva quando. Adesso lo sanno: tra poco.

Alfredo Catalani (da Wikipedia)

Alfredo Catalani (da Wikipedia)

Quando muore c’è Arturo Toscanini. Siamo nel 1893. Toscanini smetterà di dirigere nel 1954, per morire nel ’57. Finché diresse opere liriche, cioè fino al ’37, Toscanini diresse Catalani. Fino alla fine della sua carriera diresse in sala da concerto gli interludi sinfonici delle opere di Catalani. Una delle sue registrazioni più riuscite, dal punto di vista della fedeltà del suono, è quella della Danza delle Ondine di Catalani. È fra le poche registrazioni in cui si apprezza il vero suono dell’orchestra di Toscanini, la generosità degli archi, la dolcezza dei pianissimi, il nitore e la delicatezza dei legni, il sapiente dosaggio dei tempi. È una registrazione monofonica e non si può pretendere di più. Ma Arturo ha preteso per Alfredo tutto quello che poteva pretendere, sia dall’orchestra che dai tecnici del suono.

Torniamo al 1893. Catalani sta morendo, e il melodramma non scoppia di salute. Wagner ha messo in crisi tutti. Verdi era l’unico che poteva combatterlo ad armi pari, ma ha commesso l’errore di cercar di negare il valore dell’altro. Mentre ascoltava il Lohengrin ha esclamato “È matto, è matto!”. Ma dopo aver ascoltato il Lohengrin non ha più scritto un’opera per tredici anni. L’Aida è del 1874. Verdi ascolta il Lohengrin nel ’75. L’opera successiva, Otello, va in scena nel 1887. E quando Verdi si ripresenta sulla scena, con l’Otello e il Falstaff, è evidente a tutti che la lezione di Wagner l’ha assorbita. L’aveva combattuta a parole, aveva stroncato ogni giovane musicista che le si fosse accostato. Aveva inveito contro l’influenza del tedesco su Puccini, aveva richiamato tutti al rispetto della tradizione italiana ripetendo a tutti “Ritorniamo all’antico, sarà un progresso”. Ma poi che aveva fatto? Aveva preso come librettista Arrigo Boito, letterato e compositore della Scapigliatura, uno dei primi wagneriani d’Italia; e aveva scritto due opere in cui dimostrava che, proprio lui, quell’influenza germanica che deplorava negli altri, l’aveva subita.

In quegli stessi anni un gruppo di compositori tentò una nuova strada. Erano i cosiddetti veristi: Mascagni, Leoncavallo, Cilea, Giordano. Il melodramma verista nacque per caso: nel 1890 Mascagni si trovò fra le mani un libretto tratto dalla Cavalleria rusticana di Verga e lo mise in musica. Mascagni non voleva fondare un movimento. Ma si ritrovò un po’ nella posizione di Picasso con Les demoiselles d’Avignon: Picasso provocò il cubismo, ma non voleva fondarlo. E così Mascagni provocò il verismo.

In realtà nessuno dei veristi s’era ficcato in testa di portare davvero le idee di Verga e Capuana nel melodramma. Solo Leoncavallo premise ai suoi Pagliacci un enfatico Prologo che dichiarava: “L’Autore ha inteso pingervi uno squarcio di vita, ed al vero ispiravasi”. Ma, preso com’era dall’enfasi, Leoncavallo stesso non s’era accorto che far entrare un personaggio dicendo “Io sono il Prologo” era già poco veristico. I compositori veristi non andavano nemmeno d’accordo. È noto che Leoncavallo ha composto una Bohéme come Puccini. È meno noto che ha tentato di sfidare il collega a cazzotti per diffidarlo dal trattare anche lui quel soggetto.

Essere etichettati come veristi fu un danno per quei compositori. Quasi tutti scrissero un’opera sola, e poi si persero in tentativi falliti. Mascagni, Picasso minore, si dedicò a tanti stili, per eclettismo o per disperazione, ma alla fine della vita lasciò come ultima testimonianza di sé la Cavalleria rusticana diretta da lui stesso e registrata per “La voce del padrone” (l’odierna EMI) nel 1940. I veristi non ebbero in comune una tematica, ma un modo di trattare la voce: sfogato, declamatorio, che richiedeva un nuovo stile di canto. L’unico che riuscì a scrivere dieci opere di fila, tutte di valore, aggiornandosi sulla più moderna musica europea ma con l’occhio sempre attento al botteghino fu Puccini. La differenza fra Mascagni e Puccini è un po’ la stessa che fra Rott e Mahler. Mascagni, come Rott, lancia idee, ma non concretizza. Puccini raccoglie e costruisce.

Gli appassionati discutono ancora se nella produzione di Puccini vi sia una pagina come l’Inno al Sole della mascagniana Iris, ma è certo che, dopo Cavalleria, Mascagni non ha più scritto un’opera intera paragonabile a quelle di Puccini. E dopo Puccini nessun italiano ha più scritto un’opera lirica paragonabile a quelle di Verdi. La Storia era volata altrove. Il melodramma realista, nel Novecento, non lo hanno fatto i veristi, ma un moravo, Leóš Janáček. Ogni tradizione si esaurisce. Non si esaurisce di botto, e a volte scaglia le sue ultime frecce con violenza prima di morire. Il melodramma italiano scagliò i veristi e Puccini. Ma la verità l’ha scritta Emilio Radius nella sua biografia di Verdi: l’Otello era stato la pietra tombale del melodramma italiano, e il Falstaff i fiori.

Arturo Toscanini nel 1908 (da Wikipedia)

Arturo Toscanini nel 1908 (da Wikipedia)

Toscanini seguì con attenzione l’ultimo Verdi, i veristi e Puccini, e conosceva a memoria fin da ragazzo le opere di Wagner. Sapeva che, perché la tradizione non si spegnesse, serviva una personalità capace di rinnovarla. E rimproverò ai veristi e a Puccini di non esserlo. Li conobbe, di Puccini fu anche amico, diresse le sue opere, le promosse, ma non lo stimò mai completamente: dubitava del suo gusto, della sua musicalità… Una volta che un passo della Madama Butterfly non lo convinceva, disse a Puccini: “Ci pensi a cosa avrebbe fatto Verdi a questo punto? E tu, tutto quello che sai tirare fuori è questa sviolinatina del fil di fumo?”

Toscanini confidava in Catalani. Ma Catalani riuscì a completare la Loreley e la Wally, e poi gli morì sotto gli occhi.
Figlio di musicisti, Catalani era nato nel 1854 a Lucca. Aveva studiato a Parigi e a Milano, e si era messo in luce con La falce, una cantata per due voci e coro su libretto di quel Boito che di lì a poco avrebbe scritto per Verdi. Catalani si avvicinò alla Scapigliatura, studiò la musica di Liszt e Wagner, si avvicinò agli artisti italiani più aggiornati e iniziò a sviluppare quel gusto per le atmosfere nordiche che avrebbe caratterizzato la sua musica. Fu un periodo intenso, ma in cui non riuscì a comporre nessun’opera significativa. Questo fino al 1886, quando, giunto a capo di tormentose revisioni, portò finalmente in scena la Loreley. L’altra grande opera, La Wally, fu rappresentata nel 1891. Gustav Mahler la diresse ad Amburgo e la chiamò “la migliore opera italiana”. Toscanini la portò in trionfo. Puccini la apprezzò. Verdi fu negativo. Ne scrisse: “È un’opera tedesca, priva di cuore e di ispirazione”.

Dei compositori della sua generazione, Catalani non era forse il migliore, ma il più colto. E il più malinconico. Il carattere, i lutti familiari – aveva perso fratello e sorella per la tisi -, una lunga storia d’amore finita male, e la malattia, soprattutto la malattia, la tisi che aveva ereditato dalla famiglia. Catalani stava peggiorando. Nell’estate del 1893 partì per la Svizzera tentando di ristabilirsi. Ma a Chiasso, prima ancora d’arrivare, venne colpito da una violenta emottisi. Scese giù dal treno. Lo riportarono a Milano. Il 7 agosto, a 39 anni, era morto. Toscanini chiamò sua figlia Wally, e da vecchio diceva ancora che il compositore che aveva amato di più era Catalani, “the most simpatico of the composers”.

Il pubblico amava la sua musica, ma l’editore Ricordi non partecipò nemmeno al funerale. Fino al 1905 impedì il più possibile le rappresentazioni delle opere di Catalani. Non fosse stato per Toscanini, Catalani sarebbe scomparso. La critica ancora oggi riecheggia le accuse di Verdi: “troppo wagneriano, troppo poco italiano”. A più di cento anni di distanza, si parla ancora di questo. Io non lo so se Toscanini aveva ragione, se Catalani era davvero la promessa mancata del Novecento italiano. Ma quando lo ascolto, mi sembra di ascoltare la musica dei sogni che scappano tutti verso il cimitero dei sogni, la musica segreta dell’Isola dei morti di Böcklin.

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  1. Chione 08/04/2019

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