LICENZIARE PER CRESCERE? IL MERCATO DEL LAVORO TRA ESTERO E INNOVAZIONE

di Alberto Giusti

Fin dall’entrata in carica del governo Monti, il tema del lavoro e della riforma del suo mercato è al centro del dibattito politico e sindacale. Professori universitari, prima fra tutti il ministro Fornero, ed esponenti partitici, hanno tirato fuori proposte più o meno concilianti.

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Maria Fornero (lucacoscioni.it)

Negli ultimi tempi, i toni sono diventati più aspri. Il presidente di Confindustria, data la vicina scadenza del suo mandato, si permette di sparare a zero con affermazioni (“I sindacati difendono i ladri!”), che in un contesto normale farebbero saltare ogni possibilità di trattativa. La Fiom di Landini ha indetto uno sciopero della categoria per il 9 marzo. Il pressing mediatico del governo si è fatto sentire soprattutto prima della vera trattativa, cercando di inoculare nell’opinione pubblica la necessità di una riforma e la direzione che questa dovrebbe prendere, giungendo in questo periodo ai confronti rafforzativi (“L’articolo 18 esiste solo in Italia e limita gli investimenti dall’estero”). Tanto per creare tensione e polemiche, in alcune fabbriche della Magneti Marelli, azienda del gruppo Fiat, è stata rimossa la bacheca che esponeva l’Unità, facendo riesplodere la discussione sulla figura di Marchionne. Non bastassero i nostri drammi italiani, ci si è messa anche l’Eurostat a diffondere dati in forma anomala, effettuando una comparazione sui salari a livello europeo con dati italiani risalenti al 2006 e facendone scaturire una classifica poco sensata in cui eravamo messi peggio di Grecia e Spagna. È dovuta arrivare l’Istat (qui la nota tecnica) a correggere la tabella, spiegando l’errore e rassicurando tutti che siamo nella media europea. Rimane il fatto che in Germania riscuotono molto di più.

Gli stessi istituti di statistica, Istat compresa, fotografano però un’Italia alla quale le tabelle stanno strette. Tre milioni di giovani precari, senza contare le finte partite iva, sono il nerbo della nostra nuova forza lavoro. La disoccupazione giovanile è al 30% e al sud raggiunge punte preoccupanti attorno al 50%.

Se una riforma del mercato del lavoro che limiti il precariato ed estenda tutele finora spettate solo ai contratti a tempo indeterminato si rende più che necessaria, dall’altra dobbiamo fare attenzione alla propagandata abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. I contratti a tempo determinato che hanno introdotto e diffuso largamente il precariato nel nostro paese furono venduti, anche allora, come strumento di flessibilità del mercato del lavoro e di crescita per l’Italia, che si dotava di uno strumento utile alle aziende ma, si diceva, anche ai lavoratori che avrebbero potuto cambiare lavoro con leggerezza, accumulare esperienze e guadagni sempre migliori. Insomma, come Monti ha detto non troppo tempo fa, il posto fisso è monotono.

Oggi che il precariato ce l’abbiamo da anni, e abbiamo visto cos’ha significato in termini di perdita di potere di decisione sulla nostra vita, dobbiamo tendere bene le orecchie quando ci viene venduta un’altra riforma del lavoro per “favorire la crescita”. Dov’è stata la crescita negli ultimi 10 anni? Probabilmente è stata assunta con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa e dopo qualche mese è andata all’estero pure lei. Se è vero che il processo produttivo e il mercato si costruiscono sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta, forse dobbiamo chiederci se qualcosa sia mancato non dalla parte dei lavoratori, ma da quella dei datori di lavoro. La crescita è fatta anche di investimenti in innovazione, in tecnologia, in formazione dei propri dipendenti e assunzione di personale specializzato, di alta formazione, per parlarci chiaro di quelle migliaia di laureati che all’estero trovano di meglio da fare. Possiamo dire che siano stati spesi così i soldi degli industriali italiani? Difficile. Quanti sono invece coloro che hanno costruito le proprie fabbriche ad alta intensità di forza lavoro e basso investimento in capitale (macchinari e via dicendo) in Romania e in Cina, piuttosto che innovare i propri stabilimenti in Italia, rendendo competitiva la propria azienda, non rafforzando la posizione presente ma differenziando i costi di produzione?

Competitività e produttività, il mantra dei ministri Passera e Fornero, non possono essere addossati sulle spalle di una sola categoria. Se i sindacati possono effettivamente essere accusati, talvolta, di cecità e di mancata rappresentanza di una larga parte dei lavoratori, Confindustria non può certo elevarsi a paladina del paese.

2 Comments

  1. Emiliano 02/03/2012
    • Alberto 02/03/2012

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