IL BORGHETTO DEI PESCATORI

di Giorgio Galli

“Il Borghetto dei Pescatori”

Roma è una città a più strati. Dovunque, anche quando meno te l’aspetti, anche in mezzo ai più spaventosi agglomerati di caseggiati moderni, fra palazzi, palazzoni, palazzacci, ti sorprende con forti linee un’architettura antica: è la Storia che fa capolino, la Storia con cui deve fare i conti anche chi non la ama e non sa, e che s’è servita di Roma come di un deposito, una biblioteca d’Alessandria fatta non di libri, ma dell’evidenza fisica delle architetture. Come nella prosa di Gadda, si sedimentano i residui di tutta la cultura italiana e addivengono a una caotica forma di coesione: sicché ti volti da un lato ed è Rinascimento, dall’altro ed è Barocco, dall’altro ancora ed è l’Antichità romana, e poi la Roma popolare, e quella ebraica… è un ribollire armonioso e senza pace: come la prosa di Gadda, che cucina le parole, le deforma, le squaglia, e però nel far questo le venera, trae da esse una gioia ciclopica…

Carlo Emilio Gadda (foto di Giorgio Galli)

Carlo Emilio Gadda (foto da Wikipedia)

Valetudinaria per secoli, negli ultimi anni Roma ha mostrato solo lo scandalo di se stessa. La cucina mostruosa di Gadda è un bel ricordo. È un bel ricordo in confronto allo sporco frutto dell’incuria e della volontà di profittare dell’incuria, al fiorire delle scritte vandaliche, agli autobus, treni e tram scassati come in una città del Centrafrica, che costringono i viaggiatori all’avventura e a tunnel della metro che a traversarli sembrano le carceri del Regno di Napoli, quelle di cui un emissario inglese disse ch’erano “la negazione di Dio in terra”.

Ma lo scandalo di Roma è l’abitudine allo scandalo, la tranquillità con cui ci si convive. La Roma di Gadda era carica della rabbia di Gadda. Quella d’oggi è carica solo di disamore. È uno scheletro di mammut a cui tutti passano accanto sputando. Nessuno la rivuole bella. A tutti fa comodo torbida, perché nel torbido ognuno si nasconde. Si nascondono i ladri, si nascondono quelli che vengono derubati, ma che sperano di diventare a loro volta ladri, si nascondono quelli che un giorno, al festino, sperano che ci sarà una fetta anche per loro, si nascondono quelli che s’arrabbiano col ladro non perché ha rubato, ma perché è stato più bravo e ha fatto un bottino più grosso. Questo racconta Roma di se stessa. Intenzioni e passioni si azzerano. Ermanno Cavazzoni, vent’anni fa, venne a Roma per lavorare con Fellini. Tornò a casa in Emilia-Romagna, e disse: stando a Roma, viene voglia di non far più niente.

Roma è la portabandiera del disturbo di personalità di cui soffre l’Italia: un Paese ricco, che si trova per puro capriccio geo-economico nell’Europa occidentale, ma che per cultura è un Paese balcanico o nordafricano, un Paese mediterraneo tradizionale, dove le famiglie e i clan non hanno ancora deferito i loro poteri allo Stato; dove il Diritto non l’ha ancora spuntata sulla consuetudine, e dove la società basata sulla divisione dei compiti s’è affermata solo quando si sta davanti a una catena di montaggio, perché quando si sta davanti a un tavolo a prendere decisioni, l’etica che si adotta è quella comunitaria, quella dei piccoli gruppi, delle famiglie rissose e azzeccate ai propri interessi, quella dove tutti cercano di far tutto e ciascuno lancia per sé e per i suoi il suo personalissimo “Si salvi chi può”.

Uno scorcio del Borghetto dei Pescatori (foto di Giorgio Galli)

Uno scorcio del Borghetto dei Pescatori (foto di Giorgio Galli)

C’è un posto però, un porticciolo, che s’è conservato pulito. È un antico canale del Tevere, dove ormeggiano le barche dei pescatori. Lo chiamano chi Villaggio dei Pescatori, chi Borghetto dei Pescatori, chi Porticciolo di Ostia. Ma il nome prevalente è Borghetto dei Pescatori. Poco prima che il canale sfoci in mare, c’è una piazzetta con una statua in marmo di San Nicola di Bari, una statua in marmo bianco, e c’è uno slargo con una aiuola, una madonnina, una barca di legno, un bar e un ristorante. È un villaggio fatto di casette giallo ocra, in quello stile che andava di moda a fine Ottocento e che arieggiava a un falso Medioevo. Alle spalle della piazzetta ci sono i palazzi orrorosi dell’ultima edilizia intensiva, e una gru da qualche tempo preannuncia che costruiranno altro orrore sul retro della piazza, rovinandone la fisionomia. Ma, per adesso, la piazza è ancora un tuffo fuori dal tempo.

Come negli anni Cinquanta, la gente conserva fuor delle porte gli stendini dei panni e i tricicli dei bambini. La piazza è piccola, quasi nascosta: offre la faccia al canale e il fianco al mare, come qualcuno che vuole vedere senza essere visto. La mattina, accade che nella piazza non ci sia nessuno, perché i pescatori sono tutti a mare; e la statua di San Nicola di Bari, con la mano alzata a benedire e una rete da pesca agganciata alla schiena, le conferisca qualcosa di metafisico, più alla Carrà che alla De Chirico. Riflesso dagli specchi delle acque e rimbalzato dai muri giallo ocra che ci giocano a rimpiattino, il sole anche d’inverno si srotola come se lì, al Borghetto dei Pescatori, fosse sempre un’Estate di San Martino.

Spesso s’incontra nella piazza un cane solo. «Di chi è?» ho chiesto alla ragazza del bar. «Di tutti», ha risposto. Il cane è di tutti. Tutto è di tutti. Una sera, un pescatore annaffiava col tubo da giardino le piante alla sua finestra, e poi s’è volto e ha annaffiato ad una ad una anche le aiuole delle palme. Le ha annaffiate come fossero le sue. Era un pescatore molto vecchio.

Sono andato lì una volta perché dovevo intervistare gli artigiani. Nascosto da una siepe c’era un piccolo cantiere, con delle canoe di legno colorate. Ho fatto al capocantiere qualche domanda su Roma, su Marino, su altra varia umanità, ma lui ha risposto: «Non posso parlare di cose che non so. Io costruisco barche di legno. Di queste cose non sono competente, e le direi fesserie se parlassi».

La gente del borgo ormai mi riconosce. Non parliamo quasi mai, ma mi riconoscono. Anche i gatti mi riconoscono. Riconoscono la mia macchina azzurra quando arriva. Quando apro lo sportello s’avvicinano a prendere il cibo. Sono quattro: io li chiamo Capobanda, Fratellino, Capofitto e Forestico. Il Capobanda è tigrato marrone, ed è quello che miagola per primo. Fratellino sembra il fratello minore del Capobanda. Capofitto lo chiamo così perché è il più giocoso e famelico, e una mattina s’è buttato con tutta la testa nella scatola del cibo. Forestico è il più diffidente. Do da mangiare ai gatti e mi siedo su una panchina a leggere. È il mio rito del mattino. La panchina appartiene a una casa, ma i padroni di casa mi lasciano stare. Escono dalla porta, mi vedono seduto sulla panchina del loro muro e mi dicono “Buongiorno”. Se io faccio per levarmi, mi dicono: «Stia, stia, quel posto è per tutti».

Di buon mattino ho visto un signore anziano con una macchina rossa seminare una catena montuosa di croccantini, e i gatti mangiarli avidamente. «Ma sono suoi?», gli ho chiesto. «Sono di tutti», ha risposto. «Quando le barche rientrano dalla pesca, i gatti sono già pronti, e i pescatori non gli negano niente». E i gatti hanno mangiato i croccantini del signore, ma poi sono venuti da me: io gli ho lasciato anche il mio cibo, e loro sono stati contenti. Perché i gatti sono di tutti, ma anche noi siamo tutti dei gatti.

La statua di San Nicola (foto di Giorgio Galli)

La statua di San Nicola (foto di Giorgio Galli)

Mi incuriosisco della storia del posto. Sulla statua di San Nicola è scritto “Donata nel 1931”. Quando è stato costruito il Borghetto dei Pescatori? Lo domando a un giovanotto nel bar. È un signore sulla quarantina, una brava persona, mi dicono che sia un militare. Ma si vede che è diverso dai pescatori: lui ragiona del valore delle case, parla di amici che vendono e comprano, porta la camicia aperta sulla T-shirt e non quella abbottonata fino al collo dei pescatori. Mi racconta che il Borgo è stato costruito nel 1932, in 57 giorni e 57 notti di lavoro ininterrotto, su ordine di Mussolini. Mussolini si era incagliato col suo motoscafo proprio da quelle parti e i pescatori lo avevano tratto fuori dalla secca. In segno di gratitudine, Mussolini fece costruire il Borghetto e ordinò che venisse da Bari la statua di San Nicola. Sempre in segno di gratitudine, fece aprire il canale, e lunghesso alloggiò il suo motoscafo personalemusooli.

Ma chi?, mi domando io, er Buce, er Truce che s’affacciava da palazzo Chiggi? Il Tonitruante che per dire il popolo diceva il poppolo perché con due Pi era più esplosivo? Una storia affascinante, una favola, come le favole dei re generosi che donano un mantello magico. Perché l’avrebbe fatto Mussolini? Per farsi pubblicità? Ma con chi? Coi pescatori del porto?
Il sito del Comune, di questa favola, non porta traccia:

«La nascita ufficiale del Borghetto risale al 4 aprile del 1932, proprio in funzione dello sfruttamento dell’adiacente canale, realizzato dai romani nel 356 a.C. per drenare il terreno paludoso circostante e sfruttare al meglio le saline, abbondanti nella zona.»

Il canale (foto di Giorgio Galli)

Il canale (foto di Giorgio Galli)

Quindi il canale non è stato aperto dal Duce, ma dai Romani. Su Wikipedia troviamo:

«La zona del borghetto, a ridosso del Canale dei Pescatori, tra il Mar Tirreno e la pineta di Castel Fusano, fu dapprima insediata, nel 1890, da pescatori napoletani, ai quali la “Pia Associazione di San Nicola nella Basilica di Bari” donò una statua raffigurante San Nicola di Bari, protettore dei pescatori, scolpita nel marmo di Trani. Successivamente, nel 1931, quando con la costruzione del tratto di lungomare vennero demolite le baracche dei pescatori, questi rischiarono di essere riportati nelle loro zone d’origine, ma la scrittrice Margherita Sarfatti intervenne a loro favore facendo costruire sei case rosse a due piani. Il borghetto fu ufficialmente inaugurato il 4 aprile 1932 e venne costruita una chiesetta dedicata a San Nicola di Bari.»

Altro che gratitudine! Il Tonitruante lì stava per sfrattare i pescatori, se non fosse intervenuta la Sarfatti. È che, in questo ciclopico deposito di memoria storica, accade che la memoria si imbrogli, e che nel passaggio tra i vari strati le informazioni si modifichino e la storia diventi leggenda. Una leggenda che s’alimenta forse anche del “vento di revisioni” che tira nel mondo.

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