di Giorgio Galli
“Karajan-Bernstein: binomio od ossimoro?”
La vita di Herbert von Karajan coincide col Secolo breve. Per Eric Hobsbawm, il Secolo breve va dalla Grande guerra al crollo del Muro di Berlino, dunque dal 1914 all’ ’89. Karajan nasce sette anni prima della guerra, nel 1908, e muore il 16 luglio 1989, quattro mesi prima che il Muro cada. Se il Secolo breve ha rivoluzionato la Storia – non sempre in meglio – von Karajan è stato il direttore che ha rivoluzionato la sua arte – non sempre in meglio. Toscanini, Casals, Backhaus avevano portato all’interpretazione musicale un vento di rigore: erano finiti gli arbitrii dell’Ottocento, l’esecutore non poteva più sovrapporsi all’autore, doveva assecondarne la volontà espressa nei segni, e indovinare il più possibile la volontà riposta fra i segni, le cose che il compositore aveva implicato nella sua musica senza scriverle.
Cosa vuol dire? Facciamo un esempio. Il giovane Toscanini leggeva al pianoforte, sudato marcio, il Te Deum di Verdi, ed era sudato marcio perché si trovava alla presenza di Verdi medesimo. A un certo punto rallentò il tempo. “Bravo!”, esclamò Verdi. “Maestro” si sfogò Toscanini “sapesse quanto mi ha fatto penare questo rallentando. Ma perché non lo ha scritto?” “Perché, se io lo avessi scritto, i cattivi musicisti lo avrebbero esagerato. Ma chi è buon musicista, come Lei, lo sente e lo esegue”. Ecco cosa vuol dire indovinare la volontà riposta. Molti luoghi delle partiture pongono domande. E non si può interrogare gli avelli dei compositori. Si deve trovare da soli la risposta.
Karajan fu allevato nello stile interpretativo dell’Ottocento. Nelle sue prime registrazioni lo si avverte ancora. Suo maestro fu Franz Schalk, il “vice” di Mahler, uno dei migliori direttori degli anni Dieci e Venti. Uno dei suoi idoli giovanili fu, come direttore, Richard Strauss. Più tardi ascoltò Toscanini e Furtwängler e li amò entrambi. Era insolito, all’epoca, amarli entrambi. Era come tifare insieme per Bartali e Coppi.
Karajan prese da Toscanini il perfezionismo tecnico e da Furtwängler il gusto dei gorghi sonori. Ma faticò a trovare un proprio stile. Negli anni ’50 lavorava in Inghilterra e il suo stile era molto british: ritmico, fluido, vivace, e contrasti smussati il più possibile. Ma la musica vive di contrasti: temi eroici e temi lirici, temi gai e temi tristi. Karajan sembrava fare da paciere. Eppure, c’era quella sua vitalità, quel suo ritmo, quel suono cristallino… Col tempo maturò un altro stile. Anzi, levigò il suo stile con lo stesso fanatismo con cui Potocki levigò la pallottola con cui si sparò in testa. Perché lo stile di Karajan è un’arma.
A inizio ‘900, Mahler disse, ascoltando Toscanini: bravo, ma ha troppe sfumature. Cosa avrebbe detto di Karajan? Karajan è tutto sfumature, è tutto un irrequieto trascolorare di sfumature. La perfezione del suono è struggente. La ricchezza dinamica dell’orchestra è insostenibile. La tensione e il languore sono tali che si resta avviluppati. È tutto troppo bello per essere vero. L’estetismo di Karajan pone richieste nuove anche al disco. Karajan chiede di mantenere tutta la gamma dinamica dell’orchestra e di smorzare gli acuti. Crea per la sua orchestra un suono discografico.
La generazione di Toscanini aveva lanciato l’orchestra sui media. Karajan capisce che il suono registrato è un evento diverso dal suono vivo. Come alcuni scrittori hanno trasformato l’intervista in un genere letterario, Karajan ha trasformato l’esecuzione registrata in un evento musicale nuovo, che richiede un nuovo stile. I dischi di Karajan vanno ascoltati in cuffia, perché in un ambiente normale, con un normale rumore di fondo, la sua gamma dinamica si perde, certi dettagli risultano inudibili. I video di Karajan sono un trionfo di effetti speciali, colori, con Karajan al centro che recita sempre più se stesso. E tutto questo vende.
Karajan si muove poco, non guarda gli orchestrali, il suo braccio è una molla dallo scatto felino, azionato da un meccanismo precississimo; ma il resto del corpo è quello di un uomo che sogna, con gli occhi chiusi e la testa tuffata all’indietro. L’uomo che sogna, però, entra nei consigli d’amministrazione di aziende, crea delle sue aziende. Non è solo un direttore lanciato sui media: è un manager dei media. Le sue interpretazioni ne risentono? No, perché l’affarismo di Karajan poggia su un musicista vero. Certo, nelle sue esecuzioni i contrasti non esistono più, la vivacità del discorso musicale consiste nel contemplare il meraviglioso giardino sonoro di Karajan.
Del resto, Karajan non ha mai amato i contrasti. Se il Partito nazista governa, lui prende la tessera. Se il Partito nazista perde la guerra, lui dichiara agli alleati di aver preso la tessera come per sport, perché “a quei tempi aderire al Partito era come iscriversi a un club alpino”. È furbo, opportunista, accomodante. Anche quando polemizza – e polemizza spesso – lo fa per spettacolo: deve rinfocolare il suo mito. Tutto scorre su binari sicuri. Fino a quando, nel 1974, il direttore cade all’improvviso. Si scoprirà che non s’è trattato di un incidente, ma di una malformazione della colonna. Lo spazio intervertebrale si sta rudicendo, la schiena di Karajan sta diventando un palo. È doloroso, e Karajan dirige col dolore. Usa appoggi, ma sale sul podio. Il suo braccio non scatta più, ma lui dirige. È evidente che inchinarsi gli costa fatica, ma lui s’inchina. Ma non è tutto. Perché Sabine Meyer, stupenda clarinettista, vuole entrare alla Filarmonica di Berlino. Karajan la vuole perché è brava. L’orchestra la rifiuta perché è donna. Karajan rompe con la Filarmonica di Berlino. È l’aprile del 1989. A luglio muore. L’accomodante Karajan ha dovuto imparare la dignità.
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Leonard Bernstein, 1918-1990. Se Karajan fu un manager che lanciò se stesso sui media, Bernstein trasformò se stesso in un medium per portare la musica a tutti. Negli anni Sessanta e Settanta, i suoi concerti per bambini, le sue lezioni, le sue conferenze furono per i telespettatori americani qualcosa di simile a ciò che le trasmissioni del maestro Manzi furono per gli italiani. Solo che Bernstein non insegnava l’alfabeto, ma la musica. Se Karajan si faceva riprendere immerso negli effetti speciali, Bernstein parlava e dirigeva da sale da concerto essenziali, vestito classicamente, senza ostentare l’abbigliamento da velista di Karajan. Fece conoscere Mahler quando Mahler era considerato un direttore del passato che aveva avuto il vizio di comporre.
In quegli anni, un altro musicista mericano portava la musica in tv: il pianista canadese Glenn Gould. Gould soffriva di panico e non riusciva a stare in sala da concerto. Decise allora di inviare la sua musica, come un messaggio in bottiglia, tramite i dischi e le trasmissioni televisive. E quando dico “la sua musica”, non intendo solo le sue esecuzioni: Gould ebbe un pensiero musicale fra i più interessanti del secolo, e lo espose in una slavina di interviste, concerti-interviste, concerti-conferenze, perfino in trasmissioni d’intrattenimento in cui si travestiva, imitava, giocava. Oggi dicono che Gould soffrì di autismo, e che per questo riusciva a comunicare solo sui media. Quale ne sia stata la ragione, egli fu il primo musicista classico adorato dome una rockstar, il primo i cui dischi erano costantemente in hit parade.
L’altro idolo dei media fu Bernstein. Ma Bernstein non viveva nascosto, non mandava messaggi in bottiglia. Sosteneva l’emancipazione dei neri, dava concerti per Amnesty International, era insomma un protagonista della vita culturale americana, un idolo radical chic. Dirigeva musica classica, ma era esperto anche di jazz e considerava John Lennon un grande compositore. Istrione del podio, dirigeva come un tarantolato, sudando, danzando, fremendo e saltando: la sua bacchetta quasi toccava gli archi delle prime file. L’esatto contrario di Karajan.
“Karajan-Bernstein: binomio od ossimoro?”
Al contrario di Karajan, si fa incidere dal vivo: non vuole che l’interpretazione sia una costruzione tecnologica. Nei suoi dischi gli errori si sentono, ma per uno showman come Bernstein gli errori fanno parte dello show. Al contrario di Karajan, sovrappone la sua personalità a quella dell’autore, con risultati a volte esaltanti, a volte grotteschi. Michelangelo Zurletti ha scritto che il curriculum di Bernstein somiglia a un bollettino di vittoria diramato dal Quartier Generale. È vero. Ma questo trionfo ha un prezzo: la depressione. Bernstein ne soffre per anni, soprattutto dopo la morte di sua moglie, di cui si sente responsabile perché non le è stato fedele. Sulle sue interpretazioni piove un dolore da Blade Runner, da Lynch. Tempi lentissimi, grumi sonori che strascicano. Negli ultimi dieci anni, Bernstein dirige così. Dirige in memoria della moglie il Requiem di Mozart. Ma non c’è nulla di mozartiano in quel Requiem. C’è Bernstein che grida al pubblico il suo dolore. Bernstein è morto in quell’incisione prima ancora di morire a New York il 14 ottobre del 1990.
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(la foto di Von Karajan di Edith Posse, da qui, e anonima, da qui, nonché quella di Bernstein, di Jack Mitchell, da qui, sono state autonomamente tratte dalla nostra redazione ai sensi delle condizioni d’uso consentite dalle rispettive pagine Wikipedia)




Sono molto d’accordo con questo bell’articolo. Amo la musica sia di Lenny che di Herbert. Ma c’e’ molto di Mozart nel requiem di Bernstein.