Siamo alla quarantesima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle de trentanovesimo articolo.
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“Alluvione di Firenze: Arno, 4 novembre 1966”
di Luca Moreno
Nel novembre del 1966, l’Italia fu investita da violenti nubifragi, e a Firenze la quantità d’acqua caduta, solo nelle ventiquattro ore fra il 3 e il 4 novembre, fu di circa 200 millimetri. Lungo il corso dell’Arno, nell’alto Casentino e sul Monte Falterona (in prossimità di San Godenzo, a circa cinquanta chilometri a nord-est di Firenze), i torrenti che affluivano al fiume maggiore si erano gonfiati a dismisura. L’acqua si mescolava al fango, ai detriti d’ogni genere, ai tronchi d’albero, strappati dalla furia delle intemperie: una massa che aumentava costantemente, facendosi sempre più pericolosa. A mezzanotte del 3 novembre, l’Arno inizia la sua opera di devastazione tracimando nel Casentino e nel Valdarno superiore: il tratto da Arezzo a Firenze si chiama Valdarno superiore, quello da Firenze a Pisa Valdarno inferiore.
Nella zona di Incisa in Val d’Arno vengono interrotte l’Autostrada del Sole e la ferrovia per Arezzo e Roma. Le acque dell’Arno invadono, tra le altre località, Figline Valdarno, Incisa in Val d’Arno, Rignano sull’Arno, Pontassieve (figura 117). Alle 2.00, del 4 novembre, il torrente Mugnone, grosso affluente dell’Arno e secondo corso d’acqua importante di Firenze, straripa presso il Parco delle Cascine a Firenze. Alle 3.00, arriva a Firenze la grande piena dell’Arno che ha già travolto i Comuni a monte: il livello del fiume ha ormai raggiunto le spallette dei Lungarni. Un sottufficiale dei Vigili del Fuoco, arrivato in Piazza Mentana, vede che l’acqua sta zampillando dai muretti e corre a dare l’allarme. Alle 3.30, l’Arno rompe gli argini a Rovezzano (figura 117). Vengono allagate le zone di San Salvi e del Varlungo e i quartieri di Gavinana e Ricorboli nonché l’area dell’Acquedotto Comunale dell’Anconella. Qui si ha la prima vittima, Carlo Maggiorelli, un addetto alla sorveglianza degli impianti idrici, portato via dalla furia delle acque, mentre sta rispondendo ad una telefonata che lo esorta a fuggire. Nel centro storico saltano le fogne e le cantine sono allagate.
Alle 4.00, le acque dell’Arno invadono il Lungarno Benvenuto Cellini, Via dei Renai e sommergono i Quartieri di San Niccolò, Santo Spirito, San Frediano, l’Isolotto e San Bartolo a Cintoia, fermandosi solo a Soffiano ed alle porte di Scandicci. L’acqua inizia ad affluire nel Quartiere di Santa Croce (figura 119, 1) diffondendosi per la città e facendo saltare la luce elettrica. Alle 4.30, Lastra a Signa (figura 118) e una parte del Comune di Scandicci sono allagate dalle acque di alcuni torrenti. Alle 5.00, l’Arno straripa anche nella zona del Lungarno Acciaioli e del Lungarno alle Grazie (figura 119, 2 e 3) mentre nel resto della città l’acqua è a filo delle spallette. Gli orefici del Ponte Vecchio cercano di mettere in salvo i preziosi.
Intanto, precipita la situazione nella provincia. A San Piero a Ponti il Bisenzio rompe l’argine e le sue acque si riversano su San Mauro a Signa e poi sulla parte sud del Comune di Campi Bisenzio (località tutte e tre in figura 118). Successivamente, Montelupo Fiorentino (figura 118) è sommersa dalle acque del fiume Pesa, che non riescono a confluire in Arno. Alle 6.50, a Firenze cede la spalletta e la furia dell’Arno si abbatte su Piazza Cavalleggeri dove si trova la Biblioteca Nazionale Centrale (figura 119, 4) ed ancora sul Quartiere di Santa Croce (figura 119, 1). Alle 8.30, l’Ombrone Pistoiese rompe gli argini a Castelletti (Comune di Signa, figura 118) e le sue acque si uniscono a quelle del Bisenzio sommergendo Lecore, Le Miccine, San Giorgio a Colonica (figura 118) e una parte del Comune di Prato Castelnuovo e Tavola, (figura 118).
Alle 9.00, le acque limacciose dell’Arno irrompono in Piazza del Duomo (figura 119, 5). L’Arno comincia a fuoriuscire dalla Porta di San Frediano mentre da tutte le fognature l’acqua defluisce con forza in Via Pisana per trasformare la zona in un vero e proprio fiume di acqua fangosa con chiazze di nafta. Alle 9.30, in alcuni punti di Firenze l’acqua ha raggiunto il primo piano delle abitazioni. Il Sindaco Bargellini, assediato dalle acque in Palazzo Vecchio (figura 119, 6) manda le prime richieste di aiuto. In Viale Edmondo De Amicis saltano le condotte dell’acqua. L’Arno rompe anche nella zona di Quaracchi, sommerge i Sobborghi di Peretola, Brozzi – aree e località non rappresentate, ma comunque non lontane da San Donnino e San Piero a Ponti – e la piana dell’Osmannoro a Sesto Fiorentino (figura 118). Alle 10.00, in Via Scipione Ammirato esplode un deposito di carburante e muore un anziano pensionato. Alle 12.00, a Firenze, dove il dramma è in pieno svolgimento, ci sono vittime (due anziani rimasti intrappolati), mentre la popolazione della zona di Via Ghibellina (figura 119, 7) è impegnata a salvare i detenuti dell’ex Carcere delle Murate.
I fiorentini accolgono questi fuggiaschi nei piani alti delle loro abitazioni; non ce la fa a salvarsi un solo detenuto, il venticinquenne Luciano Sonnellini, travolto dalla corrente. Va anche detto che se alcuni detenuti particolarmente pericolosi approfittano dell’occasione per evadere e dedicarsi al saccheggio delle armerie, la gran parte di essi si consegna alle Forze dell’Ordine o fa spontaneo ritorno in carcere appena passata l’emergenza. Alle 14.30, nella zona di San Donnino (figura 118), alcuni allevatori della zona mettono in salvo le loro mucche al primo piano della locale Casa del Popolo: la scena delle inconsuete ospiti nelle sale e nel balcone del circolo sarà ripresa dalla televisione e diventerà una delle più popolari e curiose dell’alluvione.
Alle 18.00, mentre cala la sera, a Firenze, dove le acque hanno raggiunto anche i 6 metri di altezza, l’Arno inizia lentamente a rientrare nel suo corso. L’incubo sta per terminare, ma la furia del fiume in queste stesse ore arriva ed Empoli, ad ovest di Montelupo Fiorentino (figura 118) dove l’Elsa rompe gli argini. Nella notte tra il 4 e il 5 novembre, mentre a Firenze e dintorni arrivano i primi soccorsi, l’Arno prosegue la sua folle corsa, attraversando diverse località del Valdarno inferiore, cioè nel tratto da Firenze a Pisa; quest’ultima, miracolata, può vantare esclusivamente il crollo dello storico Ponte Solferino. Nelle stesse ore, Grosseto viene sommersa dalle acque dell’Ombrone.
L’esondazione dell’Arno nel novembre 1966 rientra tra le gravissime patite da Firenze. Questo evento fu uno dei primi in cui si evidenziò l’assoluta mancanza di una struttura centrale con compiti di protezione civile: le notizie furono date in grande ritardo e i mezzi di comunicazione tentarono di sottacere l’entità del disastro. Tuttavia, un preallarme adeguato – sicuramente opportuno – si sarebbe dovuto confrontare con gli effetti del panico dilagante e, ad ogni modo, ben poco si sarebbe potuto fare a difesa degli edifici storici per impedire, come invece è successo, che centinaia di milioni di metri cubi di acqua e fango e un milione di tonnellate di melma invadessero chiese, botteghe e le case fino ai primi piani. Durante la piena era impossibile attraversare i ponti senza rischiare di essere travolti dalle improvvise ondate che scavalcavano i parapetti e invadevano il piano di attraversamento.
Torrenti d’acqua trascinavano le auto in sosta, insieme a tutto quello che arrivava: tronchi d’albero, travi di legno, masserizie varie, animali affogati. Per i primi giorni, gli aiuti provennero quasi esclusivamente dal volontariato o dalle truppe di stanza in città: per vedere uno sforzo organizzato dal governo, bisognò attendere sei giorni dopo la catastrofe. Molto importante fu l’intervento dei cosiddetti Angeli del fango, un esercito di giovani e meno giovani di tutte le nazionalità che volontariamente, subito dopo l’alluvione di Firenze, arrivarono a migliaia in città per salvare le opere d’arte e i libri, strappando all’oblio la testimonianza di secoli di arte e di storia; eroi silenziosi che si misero al lavoro per gente che non era la loro.
Gli Angeli del fango furono ospitati in ogni luogo, in una città che già aveva gran parte dei suoi abitanti senza una casa, scaldandosi nelle sere fredde dell’inverno con fuochi improvvisati, vicini alle loro tende. Grazie agli interventi di questi volontari – aiutati da alcuni funzionari degli Uffizi, della Soprintendenza e del Gabinetto del Restauro – furono trasportati ai piani superiori dipinti d’inestimabile valore: quadri del Beato Angelico, Simone Martini, Giotto e Filippo Lippi. L’unico aiuto finanziario del governo fu una somma di 500.000 lire ai commercianti, erogata a fondo perduto e finanziata con il solito sistema dell’aumento del prezzo della benzina (10 lire al litro; un’accisa ancora esistente).
Un grande merito nell’opera di sensibilizzazione si dovette a un documentario del regista fiorentino Franco Zeffirelli, che comprendeva un accorato appello in italiano dell’attore inglese Richard Burton. Notevole poi il contributo dato dagli altri Comuni, toscani e non, dalle Forze Armate Americane di stanza in Italia, dalla Croce Rossa Tedesca, da varie Associazioni laiche e cattoliche, dalle Federazioni dei partiti politici e, ovviamente, dalle Forze Armate Italiane. Aiuti “ufficiali” arrivarono anche dall’Unione Sovietica, dalla Cecoslovacchia e dall’Ungheria, simbolo di come l’Arno sia stato capace di corrodere, seppure per poco, la Cortina di ferro.
I danni provocati dall’alluvione di Firenze furono incalcolabili: migliaia di volumi, tra cui preziosi manoscritti o rare opere a stampa furono coperti di fango nei magazzini della Biblioteca Nazionale Centrale e una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, il Crocifisso di Cimabue, conservato nella Basilica di Santa Croce deve considerarsi, nonostante un commovente restauro, perduto all’80%. La stessa Biblioteca Nazionale perse circa un milione di unità bibliografiche. Gravissimi anche i danni riportati dalle opere del Gabinetto Vieusseux: 250.000 volumi distrutti o danneggiati; ed ancora danni al Museo Archeologico, al Museo della Scienza, agli Uffizi, nonché nei Teatri nelle Scuole e nelle Università. Quando la piena cominciò a decrescere, la vera proporzione del disastro risultò ben più grave di quello che sulle prime si potesse stabilire.
La furia delle acque dell’Arno nel novembre 1966 aveva restituito un’immagine apocalittica dell’accaduto, e solo ritornando nelle proprie case e nelle proprie botteghe i fiorentini poterono prendere pienamente coscienza di ciò che avevano perduto. Dopo la stagione della disperazione, cominciò quella delle accuse: si cercavano i responsabili del mancato avvertimento del pericolo; si avviarono inchieste e provvedimenti, ma ciò non impedì, già dalla primavera del 1967, di continuare nel lavoro di restauro, di pulizia e di riordino per ricostruire ciò che l’Arno aveva distrutto.
Già nel Natale del 1966, Firenze aveva ripreso a vivere. Il 27 novembre 1966 il Teatro Comunale riaprì i battenti con L’Incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi: come si poteva e con i mezzi che furono trovati, ma ciò che importava era la volontà di riscossa. Gli antiquari fiorentini decisero che la loro Biennale si sarebbe tenuta; avrebbero restaurato i loro pezzi e sarebbero arrivati, ancora una volta dal mondo, tutti i loro colleghi a onorare una manifestazione, divenuta ormai, più che un commercio, un incontro culturale. I negozi e i musei riaprivano, mentre le opere danneggiate attendevano il loro turno di restauro; un’équipe guidata di esperti lavorò senza sosta, mentre la linea disegnata dall’acqua e dal fango sulle pareti esterne delle case fiorentine serviva a ricordare a quali altezze fosse salito il livello dell’Arno. Nel gennaio 1967 ci furono le abituali manifestazioni relative alla moda, e i compratori stranieri arrivarono, convinti che tutto si sarebbe svolto come un tempo: e così fu.
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(la foto dello scorcio di Santa Maria del Fiore, tratta da Wikipedia, è di dominio pubblico, come specificato nella stessa pagina Wikipedia)



