di Giorgio Galli
Carlos Kleiber e Sergiu Celibidache, direttori nemici di fronte al disco
Carlos Kleiber, 1930-2004. Nel 2011 Classic Voice fece un sondaggio fra cento direttori, chiedendo: chi è stato il migliore? La risposta fu: Carlos Kleiber. Non la pensava così il padre di Carlos, l’altro grande direttore d’orchestra Erich Kleiber. Presentando suo figlio a un collega, disse “Lui è Karl: è completamente antimusicale”. Erich avrebbe voluto che Karl studiasse chimica. Ma Karl s’era impuntato con la musica. E quando, a diciott’anni, chiese il permesso di studiare direzione, la risposta di Erich fu chiarissima: “Un solo Kleiber basta e avanza”. Ma poi anche Erich dovette riconoscere che Karl non era antimusicale, e che un solo Kleiber non bastava.
Non era un uomo simpatico, Erich Kleiber. Era autoritario in modo odioso. Ma era antinazista. Per non compromettersi con nessuna forma di fascismo lasciò l’Europa e si trasferì in Argentina. Fu lì che Karl divenne Carlos Kleiber. La differenza fra i due la si può misurare ascoltandoli dirigere la Seconda sinfonia di Borodin. C’è forza in Erich Kleiber, c’è fuoco e colore in suo figlio Carlos. Ma, guardando i filmati, si può apprezzare anche una rassomiglianza: entrambi hanno un gesto magnifico: plastico Erich, sognante, quasi danzante Carlos; elegantissimi entrambi. Svjatoslav Richter scrisse nel suo diario di non aver mai lavorato con un direttore così grande e così insicuro; e si chiese come poteva tanto talento convivere con tanta insicurezza.
Strana domanda da parte di Richter, uno dei più grandi pianisti e uno degli uomini più insicuri del Novecento. La carriera di Richter fu un trionfo; la vita un elenco di crisi nervose. A vent’anni suo padre, di origini tedesche, fu fucilato dai sovietici come spia. Era stato avvertito, doveva scappare; ma la madre di Richter era innamorata di un altro uomo, di un russo, e non voleva star lontano da lui. La famiglia rimase in Russia, il padre di Richter restò in pericolo di vita. Alla fine il padre di Richter fu ucciso. Ma non fu solo questo a svellere i nervi del pianista. Richter si sposò. Ma fu un matrimonio di facciata. In realtà, era omosessuale. Ma si poteva essere omosessuali in Unione Sovietica se si era anche figli di un tedesco fucilato come spia?
Se un uomo impastato di paure come Richter considerava Kleiber insicuro, quanto doveva essere insicuro Kleiber? L’ombra del padre pesava. Ma era stato davvero così forte Erich Kleiber? Il 27 gennaio 1956 lo avevano trovato morto in una camera d’albergo. I giornali parlarono d’apoplessia, ma corse subito la voce del suicidio. Alla fine anche Carlos lo ammise: il padre si era suicidato.
Carlos Kleiber diresse pochissimo, Ebbe il repertorio più ristretto, forse, della storia della direzione: poco più di dieci titoli, riproposti per trent’anni in concerti sempre più rari. Karajan disse: “Sale sul podio solo quando ha il frigo vuoto”. Ma è possibile che altri fantasmi allontanassero Kleiber dal podio. D’altronde, nell’era del disco, era possibile che un direttore prendesse la bacchetta poche volte senza aver il frigo vuoto. I dischi di Kleiber, quasi tutti, sbaragliano la concorrenza. Nella Settima di Beethoven, fa sembrare banale Toscanini. Solo Furtwängler gli sta alla pari. Eppure Kleiber è leggero, discreto, inizi ad ascoltarlo e ti domandi: “Cosa ha di speciale?” Finisci di ascoltarlo e vuoi solo lui. È un sensitivo. Nell’ouverture del Franco cacciatore, dice ai clarinetti che la loro entrata è “un grido sottovoce”. E i clarinetti gridano sottovoce. Potete mettere su cento dischi, aguzzare le orecchie a quell’entrata: solo Kleiber vi fa sentire i clarinetti che gridano sottovoce. Eppure quel grido c’è. È implicito nella musica. Dopo che Kleiber ve lo ha fatto sentire, voi lo cercate.
La Pastorale di Beethoven, per Kleiber, è spiritata. All’inizio dite: ma questa non è una pastorale. E rimpiangete la preghiera laica di Toscanini, o il furore esiodeo di Furtwängler. Ma il primo movimento s’intitola Risveglio di piacevoli sensazioni all’arrivo in campagna. E con Kleiber si sente che è un risveglio. Kleiber elimina i ritornelli e osserva il tempo velocissimo prescritto da Beethoven. Perché Beethoven ha scritto i metronomi, ma quasi nessuno li segue. Tutti pensano che Beethoven avesse il metronomo rotto, o che non lo sentisse bene perché era sordo. Harnoncourt ha detto che le indicazioni di tempo di Beethoven danno al massimo l’idea dei rapporti tra le parti, ma non possono essere osservate alla lettera. Beethoven, per dire, voleva tutta la Nona eseguita in quarantacinque minuti. Kleiber non ha diretto la Nona, ma nella Pastorale ha seguito i metronomi vorticosi di Beethoven: e provate a sentire il Temporale. Provate col Canto di ringraziamento successivo: non sentirete mai salire dall’orchestra tanta gratitudine dopo quel furibondo Temporale. Solo con Toscanini e Furtwängler .
Kleiber era riservatissimo: chi lo ha conosciuto lo descrive di un candore infantile, o come un divo capriccioso che chiedeva compensi da dio e rinunciava all’ultimo minuto ai concerti. La verità, lo confesso, non la so. Ma so che era anche ironico. Nel 1989, l’altro grande direttore Sergiu Celibidache rilasciò un’intervista velenosa in cui definiva Toscanini una fabbrica di note, Karl Böhm un sacco di patate, Knappertsbusch l’assoluta non-musica, Karajan un grande affarista ma sordo. Celibidache, al contrario di Kleiber, faceva concerti e non incideva dischi. Diceva Celibidache: per scegliere il tempo di un’esecuzione, io devo conoscere l’acustica della sala. Qual è l’acustica di un bagno? Quale tempo scegliere per un soggiorno? Così, Celibidache non incide. Studia fenomenologia musicale, una miscela di filosofia husserliana e buddismo Zen. Si isola. La sua carriera ne risente. E lui se la prende con tutti. Fa una quantità di prove esorbitante prima di andare in esecuzione. Piero Rattalino ha scritto che Celibidache impersonava il proverbio “l’ottimo è nemico del bene”. “Dategli meno prove” imploravano i suoi orchestrali “e noi suoneremo come i Berliner”.
Nel 1989, Celibidache rilascia su Der Spiegel quell’intervista. E una settimana dopo trova una sorpresa:
Telegramma di Toscanini (Cielo) a Celibidache (terra)- Caro Sergiu! Abbiamo letto di te sullo Spiegel. Ci stai sui nervi, ma ti perdoniamo. Non ci resta mica altro da fare: qui su il perdono è di bon ton. Karli-saccodipatate [Karl Böhm, nota mia] se l’è presa mica poco ma siccome Kna (Knappertsbusch) ed io gli abbiamo assicurato che è molto musicale, a quel punto ha smesso di lamentarsi. Wilhelm (Furtwängler) ha dichiarato seccamente che di te non ha mai sentito parlare. Papà Joseph (Haydn), Wolfgang Amadeus, Ludwig, Johannes (Brahms) e Anton (Bruckner) dicono di preferire i secondi violini a destra e che i tuoi tempi sono tutti cannati. Ma non è che possono tanto occuparsi di cagate. Qui su non ci si può trastuallare con le cagate, il Boss non vuole. Un maestro Zen che sta qui vicino ha detto che tu di Buddismo Zen non hai mai capito un accidente. Bruno (Walter) si è mezzo ammazzato dal ridere leggendo i tuoi pensieri. Ho il sospetto che condivida il tuo giudizio su me e su Karli: forse potresti spararne qualcuna anche su di lui, che sennò si sente escluso… Mi spiace molto di doverti dire che qui su siamo tutti pazzi di Herbert (von Karajan): i direttori d’orchestra ne sono anche un po’ invidiosi. Non vediamo l’ora di accoglierlo qui su fra noi fra quindici o vent’anni… Peccato tu non possa essere qui fra noi. Ma si dice che là dove andrai a finire si bollisce meglio e le orchestre provano senza mai fermarsi. Fanno anche errori apposta, così tu potrai correggerli per l’Eternità. Sono certo che ti piacerà un sacco, Sergiu. Qui su gli Angeli leggono direttamente negli occhi dei compositori, noi direttori ci limitiamo ad ascoltare. Dio solo sa come sono finito qui. Il tuo caro Arturo ti augura buon divertimento.
L’autore del telegramma è Carlos Kleiber. L’episodio è divertente, ma ci insegna qualcosa. Kleiber è un tipico direttore dell’era del disco: insegue una perfezione impossibile, rinuncia ai concerti all’ultimo minuto perché un dettaglio non lo soddisfa, vuole lasciare l’interpretazione definitiva. Prende la bacchetta meno di una volta l’anno. Nell’Ottocento avrebbe fatto la fame. Celibidache ragiona come uno dell’Ottocento: l’esecuzione è qui e ora.



